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Il soggetto dislessico necessita di un
intervento specialistico, in quanto, difficilmente, il recupero
effettuato in ambito scolastico può, da solo, rimuovere le difficoltà.
Nel corso di anni si è parlato molto di
dislessia e, da un punto di vista diagnostico, grazie agli studi
effettuati, il nostro paese può definirsi all’avanguardia. Poco invece
si descrive rispetto ai possibili percorsi terapeutici, per
l’elaborazione dei quali è necessario tenere presente i risultati
dell’osservazione diagnostica.
Ogni percorso terapeutico deve essere
personalizzato in relazione alle caratteristiche psicologiche del
soggetto, agli ambiti di competenza, potenzialità e difficoltà
riscontrati, ai tempi di attenzione, ai livelli motivazionali e di
metacognizione individuati.
La terapia che proponiamo presso
l’Istituto Centro Method può essere suddivisa in due itinerari che
devono essere portati avanti parallelamente:
a) itinerario relativo alle competenze di
base percettivo – motorie e meta - fonologiche
b) itinerario specifico per la lettura
Il primo itinerario è finalizzato alla
riduzione delle lacune riscontrate nelle capacità di base; il secondo
itinerario ha invece lo scopo di promuovere la conquista di capacità
di lettura e scrittura più adeguate. E’ importante quindi che i due
itinerari siano proposti parallelamente e con gradualità, per evitare
di rimandare nel tempo la conquista di quelle capacità di lettura che
possono gratificare il bambino.
Quest’ultimo dovrà essere informato circa
il lavoro da svolgere, anzi, egli stesso dovrà conoscere gli obiettivi
che, di volta in volta, dovranno essere raggiunti; in questo modo gli
sarà possibile essere protagonista e , al tempo stesso, “osservatore”
dei propri processi di apprendimento.
Dislessia e disagio psicologico
Purtroppo è frequente che le difficoltà
specifiche di apprendimento non vengano individuate precocemente e il
bambino è costretto così a vivere una serie di insuccessi a catena
senza che se ne riesca a comprendere il motivo. Quasi sempre i
risultati insoddisfacenti in ambito scolastico vengono attribuiti allo
scarso impegno, al disinteresse verso le varie attività, alla
distrazione e così questi alunni, oltre a sostenere il peso della
propria incapacità, se ne sentono anche responsabili e colpevoli.
L’insuccesso prolungato genera scarsa
autostima; dalla mancanza di fiducia nelle proprie possibilità
scaturisce un disagio psicologico che, nel tempo, può strutturarsi e
dare origine ad una elevata demotivazione all’apprendimento e a
manifestazioni emotivo - affettive particolari quali la forte
inibizione, l’aggressività, gli atteggiamenti istrionici di disturbo
alla classe e, in alcuni casi, la depressione.
Il soggetto con disturbo di apprendimento
vive quindi il proprio problema a tutto tondo e ne rimane imprigionato
fino a che non si fa chiarezza, fino a che non viene elaborata una
diagnosi accurata che permette finalmente di scoprire le carte.
Come si “sente” chi è in difficoltà
Proviamo, per un attimo, a metterci nei
panni di un bambino o di un ragazzo con disturbo di apprendimento e
immaginiamone le esperienze e gli stati d’animo:
- egli si trova a far parte di un
contesto(la scuola) nel quale vengono proposte attività per lui troppo
complesse e astratte
- osserva però che la maggior
parte dei compagni si inserisce con serenità nelle attività proposte
ed ottiene buoni risultati
- sente su di sé continue
sollecitazioni da parte degli adulti(“stai più attento!”;” Impegnati
di più!”; “hai bisogno di esercitarti molto”…)
- spesso non trova soddisfazione
neanche nelle attività extrascolastiche, poiché le lacune percettivo
motorie possono non farlo “brillare” nello sport e non renderlo
pienamente autonomo nella quotidianità
- si percepisce come incapace e
incompetente rispetto ai coetanei
- inizia a maturare un forte senso
di colpa; si sente responsabile delle proprie difficoltà
- ritiene che nessuno sia
soddisfatto di lui: né gli insegnanti né i genitori
- ritiene di non essere
all’altezza dei compagni e che questi non lo considerino membro del
loro gruppo a meno che non vengano messi in atto comportamenti
particolari(ad esempio quello di fare il buffone di classe)
- per non percepire il proprio
disagio mette in atto meccanismi di difesa che non fanno che aumentare
il senso di colpa, come il forte disimpegno ( “Non leggo perché non ne
ho voglia!” ; “Non eseguo il compito perché non mi interessa”…) o
l’attacco (aggressività)
talvolta il disagio è così elevato da
annientare il soggetto ponendolo in una condizione emotiva di forte
inibizione e chiusura.
Come si “sente” la famiglia
In famiglia non si respira certo un’aria
migliore. Per la maggior parte dei genitori la scuola è importante, è
al primo posto nella vita dei bambini e dei ragazzi, tutto il resto
viene dopo e, se la scuola va a rotoli…
Non di rado si sente dire ai genitori
rispetto alla difficoltà del figlio: “Non me lo aspettavo…mi è sempre
sembrato un bambino intelligente…
L’ingresso nella scuola elementare ha, in
questi casi, fatto emergere un problema; il bambino non apprende come
gli altri, gli altri sanno già leggere e scrivere, lui invece…
Inizia così la storia del bambino –
scolaro, una storia che, in certi casi, ha risvolti davvero
drammatici, non si riesce a comprendere tutta quella serie di “perché”
che permetterebbero di intraprendere percorsi adeguati ed efficaci e
si cercano soluzioni spesso dannose, anche se decise in buona fede.
Ecco allora che si sottopongono i figli ad estenuanti esercizi di
recupero pomeridiano, si elargiscono punizioni( niente più sport,
niente più play station…) e, talvolta si arriva anche a far cambiare
scuola al figlio (“ quelle insegnanti non hanno capito nulla, meglio
cambiare aria”).
Nonostante si parli molto di questi
problemi, purtroppo c’è ancora scarsa conoscenza e non sempre la
diagnosi giunge in tempi accettabili, cosicché sia il bambino che la
famiglia tutta vivono esperienze frustranti, generatrici di ansia e di
un clima affettivo non certamente favorevole.
Monica Pratelli
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