L’ipnosi come strumento di ricerca per la psicosi

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

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Charcot Salpetriere 300x252 Lipnosi come strumento di ricerca per la psicosiSu BBC Future, il giornalista David Robson ha scritto un interessante articolo in cui descrive una seduta di ipnosi cui si è sottoposto, per ragioni scientifiche, come scoprirete leggendo l’ampia sintesi del suo articolo, che di seguito vi proponiamo.

La ricerca sull’ipnosi fu iniziata dai due fra i più eminenti medici francesi, all’inizio del XX secolo: Jean-Martin Charcot, che lavorava presso l’ospedale La Salpêtrière a Parigi (presso il quale si formò anche Sigmund Freud) e che ora è considerato il “fondatore della neurologia moderna” e Georges Gilles de la Tourette, che è più famoso per la malattia che porta il suo nome, ma che fu uno dei più fedeli allievi di Charcot. Essi studiarono i casi di “isteria” malattia in cui i pazienti (prevalentemente donne) si sentivano, ad esempio, improvvisamente incapaci di sentire o di spostare i loro arti, nonostante non vi fosse alcuna lesione osservabile. Entrambi i medici credevano che i disturbi condividessero con l’ipnosi alcune caratteristiche: la loro ipotesi era che le persone malate di isteria fossero più suscettibili al suggerimento ipnotico rispetto ai soggetti sani e questo fosse dunque un modo per discriminare i folli dai sani.

Essi però scivolarono, nel fare ricerca, anche in territori meno rispettabili della scienza, anche a causa della rivalità con un’altra scuola di ipnosi, quella di Nancy, guidata da Hippolyte Bernheim.  I giornali del tempo riferivano spesso di storie criminali commesse da “ipnotizzati”, cioè da persone innocenti che erano state indotte, attraverso l’ipnosi, a commettere atti nefandi. Sul tema dell’ “ipnotismo criminale” la scuola di Nancy, che sosteneva invece che tutti potessero essere ipnotizzati, sfidò le posizioni della Salpêtrière. Bernheim riteneva infatti che l’ipnosi non poteva essere un mezzo per diagnosticare la presenza o l’assenza di isteria, in quanto molti episodi criminali del tempo si dicevano compiuti da persone sotto l’effetto dell’ ipnosi e dunque questo a suo avviso dimostrava che tutti potevano essere ipnotizzabili. Questa disputa crebbe e divenne particolarmente virulenta fra il 1888 e il 1890. Gilles de la Tourette, per capire fino a che punto potesse spingersi un soggetto in stato di ipnosi, decise di ipnotizzare una paziente isterica, Blanche, alla quale mostrò un bicchiere di birra “avvelenato”, chiedendole poi di servire la bevanda ad un uomo, conosciuto come il signor G. Blanche rispettò il comando ed effettivamente somministrò il “veleno” al signor G., il quale finse di morire. Blanche successivamente negò di essere a conoscenza dell’apparente omicidio.

La Tourette peraltro per via dell’ipnosi per poco non ci perse la vita: nel dicembre 1893 infatti, una donna di 29 anni, Rose Kamper-Lecoq, sostenendo che le sedute di ipnosi avevano irrimediabilmente alterato la sua volontà, tirò fuori una pistola e sparò tre colpi al suo ipnotista. Solo uno dei proiettili penetrò il cranio di La Tourette, il quale dovette almeno convincersi che il comportamento criminale non aveva nulla a che fare con l’ipnosi.

La storia di Kamper-Lecoq è ancor più sorprendente alla luce delle ricerche odierne: il comportamento violento non fu infatti quasi certamente causato dall’ipnosi, ma da un complesso di allucinazioni che psicologi come Walsh cercano ora di scoprire nei loro pazienti virtuali. La paziente di Gilles de la Tourette era convinta che il suo medico fosse innamorato di lei (un disturbo noto come “erotomania”) e di essere controllata dall’esterno. Esattamente quello che gli psicologi cercano ora di indagare nei pazienti posti in ipnosi per comprendere il funzionamento della malattia mentale.

Ma veniamo all’esperienza di David Robson: lo psicologo che gli ha praticato l’ipnosi è Eamonn Walsh, il quale utilizza la tecnica ipnotica per studiare la psicosi, presso l’Istituto di psichiatria di Londra. L’idea è quella di trasformare dei soggetti sani in persone “virtualmente malate” che si sentono come possedute da un’entità paranormale, permettendo così agli scienziati di comprendere la malattia sperimentatata dai soggetti realmente psicotici (ed individuare eventuali cure).

Prima di iniziare l’esperimento, gli psicologi hanno testato l’ “ipnotizzabilità” del soggetto. La procedura consiste in un rilassamento guidato, seguito da una serie di suggerimenti che hanno lo scopo di modificare le percezioni e i comportamenti. Gli è stato suggerito di sentire una mosca ronzare intorno alla testa, o che un palloncino stava lentamente sollevando il suo braccio in aria. Da quello che ricorda il giornalista, il suo braccio è diventato leggero, come riempito di elio, e prima che se ne rendesse pienamente conto, già lo sentiva levarsi verso l’alto. Il ronzio della mosca gli appariva invece come i suoni che provengono dall’esterno quando si è stanchi e prossimi all’addormentamento: i rumori ci sono ma sembrano non riguardarci.  Il punteggio di suggestionabilità da lui raggiunto è stato di 10 punti su 12, ovvero un livello di suggestionabilità molto alto, che riguarda solo il 10% della popolazione.

Data l’alta variabilità dei comportamenti degli ipnotizzati, c’è ancora molto dibattito sulla materia: alcuni ritengono che l’ipnosi sia pura falsità, mentre altri credono che si tratti di uno stato alterato di coscienza capace di produrre profondi cambiamenti nella percezione, nel pensiero e  nella memoria. La prima cosa che il giornalista ha chiesto allo sperimentatore è stata se per caso non vi fosse il dubbio che, ogni tanto, qualche paziente fingesse di essere in ipnosi mentre invece era in stato di perfetta lucidità mentale. Lo psicologo ha risposto che questa è un’obiezione molto frequente, che viene mossa ogni volta che egli tenta di sottoporre un suo studio ad una rivista scientifica, per la pubblicazione. In realtà la scansione cerebrale ha posto fine a questa preoccupazione: attraverso lo scanner cerebrale infatti, l’ipnotizzatore può suggerire al soggetto di guardare una fotografia in bianco e nero o a colori e si può distinguere chiaramente l’attivazione delle aree per l’elaborazione del colore. Immaginare la stessa esperienza, o fingerla, non mostra lo stesso livello di attività e questo risultato evidente ha convertito molti scettici riguardo all’effettivo stato di trance ipnotica.

I ricercatori si stanno avvicinando a comprendere cosa provoca lo stato ipnotico. Sembra che l’induzione ipnotica sia qualcosa che funziona come un interruttore per i lobi frontali del cervello. Queste regioni producono “pensieri di ordine superiore”: sono il risultato della nostra consapevolezza, dei nostri bisogni, della nostra motivazione. Se si spegne quell’area del pensiero, le persone possono cambiare atteggiamento, fare cose di cui non si rendono pienamente conto. Questo spiega perché le persone ubriache sono facilmente ipnotizzabili: l’alcol smorza infatti l’attività dei loro lobi frontali.

Gli studi condotti su gemelli mostrano che vi è una certa familiarità nel livello di ipnotizzabilità e che dunque è una caratteristica che viene trasmessa geneticamente e che, soprattutto, dura tutta la vita, tanto che potrebbe essere considerata una componente del QI. Altri studi sull’ipnosi hanno riguardato il suo utilizzo come antidolorifico,  anti-stress, supporto per la chemioterapia, supporto per l’apprendimento scolastico.

Intorno agli anni 2000 la ricerca è divenuta più audace e uno dei primi studi ha riguardato una “paralisi isterica”, un caso in cui la persona non era più in grado di muovere la gamba sinistra, sebbene non vi fosse il segno di alcuna disabilità. Per vedere se era possibile ricreare il disturbo, i ricercatori hanno ipnotizzato una paziente per farle sperimentare lo stesso disturbo e quindi analizzarla tramite un brain scanner. Il risultato, pubblicato sulla rivista medica The Lancet ha rivelato che l’attività cerebrale della persona ipnotizzata era esattamente la stessa della paziente realmente isterica, il che ha mostrato l’importanza dell’ipnosi per cercare di capire cosa accade davvero in una mente disturbata.

Da allora, sono state indotte per via ipnotica diverse sindromi allucinatorie come l’erotomania o la sindrome di Capgras: chi ne è colpito vive nella ferma convinzione che le persone a lui care (familiari, amici, animali domestici) siano state rimpiazzate da replicanti, alieni o semplicemente da impostori a loro identici. Altra sindrome indotta per via ipnotica è quella di non riconoscersi allo specchio, cioè vedere nello specchio delle persone diverse fa sé. L’ipnosi può riprodurre questi stati alterati della mente e far sentire vere, reali, queste allucinazioni. Per quanto riguarda gli aspetti etici, gli psicologi assicurano che le persone ipnotizzate per fare questi esperimenti lasciano il laboratorio completamente sane e prive di allucinazioni.

Prima di compiere l’esperimento, a Robson sono state mostrate due stampe del Caravaggio che ritraggono l’illetterato San Matteo, il qale riesce a scrivere o a pensare grazie all’aiuto di angeli che gli guidano la mano o gli bisbigliano dei suggerimenti all’orecchio: ecco, è così che si sarebbe potuto sentire, in modo similare a quello che avviene nei casi di depressione psicotica o nella schizofrenia. La suggestione ipnotica proposta riguardava un moderno “ingegnere” (piuttosto che uno spirito demoniaco, come si sarebbe forse pensato in passato), che avrebbe preso il controllo dei suoi pensieri  (preoccupazione peraltro molto condivisa oggi, riguardo alla paura di perdere la propria libertà individuale e privacy, ad opera dei social media e della tecnologia).

Il giornalista è stato introdotto in un vecchio brain scanner cilindrico, tipo questo, al che lui inevitabilmente ha avvertito inizialmente una sensazione claustrofobica, che è però subito svanita quando lo psicologo ha cominciato a fare il conto alla rovescia, a partire da 20. Il compito del giornalista era quello di scrivere su un foglio la fine di una frase di cui veniva dato solo l’inizio. Gli scenari dell’esperimento sono stati di tre tipi: nel primo lo psicologo ha indotto la sensazione che l’ingegnere stava sussurrandogli all’orecchio le parole da scrivere ; nel secondo l’ingegnere era capace di controllare i movimenti della sua mano; nel terzo l’ingegnere era padrone dei suoi pensieri e dei suoi movimenti.

Il primo scenario ha avuto solo un effetto minimo: la sensazione provata dal giornalista è stata simile a quando le parole non arrivano immediatamente, ma si presentano dopo qualche istante. Una sensazione in fondo abbastanza comune, che tutti più o meno provano nella vita. Diverso è stato invece quando la suggestione ipnotica ha riguardato il movimento: in questo caso era come se la mano e il braccio del giornalista si fossero mossi automaticamente, senza il volere del soggetto ipnotizzato. In questo stadio hanno cominciato anche a  presentarsi dei flash che riguardavano l’ingegnere, che il Nostro si rappresentava come un uomo curvo, con un largo sorriso e una lunga coda di cavallo grigia. Quando si è arrivati al terzo scenario, quello del completo controllo da parte dell’ingegnere, il giornalista si sentiva ormai come posseduto da una forza che gli faceva muovere velocemente le mani e che controllava i suoi pensieri. Lui si vedeva dall’esterno, potendo quasi ascoltare i comandi che l’ingegnere gli dava.  Solo quando lo psicologo ha cominciato a contare fino a 20 che questa sensazione è completamente svanita, un po’ come quando si ritrova il primo momento di lucidità dopo un incubo. Più o meno quello che anche altri pazienti sottoposti allo stesso esperimento hanno riferito di aver provato.

Finora, queste indagini hanno suggerito che alcune regioni del cervello potrebbero essere responsabili di queste allucinazioni. Quando una persona sente che la propria mano è controllata da un altro essere, si sviluppa un’alta connessione tra le aree che controllano il movimento e le regioni che ci aiutano a capire le motivazioni e le azioni di un altro. Al contrario, quando ai soggetti viene detto che l’ingegnere sta inserendo dei pensieri nella loro mente durante l’attività di scrittura, essi mostrano un’attività inferiore nelle zone che controllano il linguaggio, forse perché meno coscienti riguardo alla generazione delle parole.

In alcuni scenari è stata riscontrata un’aumentata attività nelle aree coinvolte nell’errore di rilevamento (‘error detection’). Nella normale vita quotidiana, queste regioni normalmente tengono traccia dei nostri movimenti e di come vengono eseguiti, riscontrando gli errori nel movimento. Quindi è possibile che l’accresciuta attività rifletta la sensazione dei soggetti che i propri movimenti erano diventati sempre più imprevedibili, come se non fossero più sotto il proprio controllo.

E’ possibile che si pensi ora a nuovi farmaci, che possano modificare il funzionamento cerebrale, o anche a piccoli stimolatori, capaci di creare meggiore attività. Il team di scienziati pensa anche ad una sorta di neuro-biofeedback, che consiste nell’insegnare alle persone come modificare e correggere la propria attività cerebrale, a partire da ciò che vedono nello schermo.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Hypnosis: The day my mind was ‘possessed’, BBC Future

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Gli effetti del pensiero positivo sulla malattia organica

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ID 100224537 Gli effetti del pensiero positivo sulla malattia organicaPer curarsi non ci si può affidare solamente ai farmaci: occorre anche aiutarsi con la propria mente e cioè con il pensiero positivo. La cosa non deve stupire: del resto da anni si conosce lo straordinario effetto del placebo, una pillola composta di sostanze inerti, che non hanno effetto curativo, ma che possono dare al paziente la sensazione di un miglioramento. Anche il modo di affrontare la malattia e di considerare la cura può influenzare moltissimo le risposte del corpo.

Si è visto che per moltissime malattie, dalla depressione al Parkinson, dalla osteoartrite alla sclerosi multipla, che la risposta al placebo è tutt’altro che immaginaria: prove cliniche hanno infatti mostrato cambiamenti misurabili, quali il rilascio di antidolorifici naturali, riduzione della pressione sanguigna o della frequenza cardiaca, potenziamento della risposta immunitaria, eccetera.

Si è sempre pensato che l’effetto placebo funzioni su persone ignare di utilizzare un farmaco che in realtà non ha nulla di curativo, ma un recente studio ha mostrato che l’effetto placebo può essere efficace anche in persone perfettamente consapevoli dell’uso del placebo.

Ted Kaptchuk della Harvard Medical School di Boston e colleghi hanno somministrato un placebo a pazienti con sindrome dell’intestino irritabile, dicendo loro che le pillole erano composte di sostanze inerti, come ad esempio semplice zucchero, ma spiegando che esse si erano mostrate efficaci nel miglioramento dei sintomi, in quanto capaci di avviare un processo di auto-guarigione mente-corpo. Pur conoscendo dunque che le pillole erano inerti, in media, i partecipanti all’esperimento hanno valutato i loro sintomi come moderatamente migliorati, cosa non accaduta invece al gruppo di controllo, che non aveva ricevuto pillole curative di alcun genere.

” Tutti pensavano che non sarebbe successo “, dice il co-autore Irving Kirsch dello studio, psicologo presso l’Università di Hull, il quale ritiene che la chiave dell’esperimento consista nel dare ai pazienti qualcosa in cui credere. Non si tratta insomma semplicemente di dire ai pazienti “ecco una pillola di zucchero”, ma spiegare loro perché dovrebbe funzionare, in un modo che essi reputino convincente.

Oltre ad avere implicazioni per la professione medica , lo studio fa pensare che molti potrebbero usare l’effetto placebo anche per convincere sé stessi che un cucchiaino di zucchero o un bicchiere d’acqua, per esempio, siano capaci di eliminare un mal di testa, o aumentare l’efficacia di tutti i farmaci che si assumono, semplicemente pensando che essi ci fanno bene. Kirsch consiglia di pensare al miglioramento desiderato e dire a sé stessi che qualcosa sta andando meglio.

Dirsi frasi positive, del tipo “tutto sta andando bene” può essere di aiuto per il proprio stato di salute. Del resto si sa da tempo che gli ottimisti recuperano meglio dopo un intervento chirurgico, hanno sistemi immunitari più sani e vivono più a lungo, anche quando soffrono di patologie quali il cancro, le malattie cardiache e l’insufficienza renale.

E’ noto che i pensieri negativi e gli stati ansiosi possono essere patologici. Lo stress, la convinzione di essere a rischio, innesca meccanismi fisiologici come la risposta “di attacco o di fuga”, mediata dal sistema nervoso simpatico. Queste risposte si sono evolute per proteggere gli esseri umani dal pericolo, ma se hanno frequenza e durata eccessive aumentano il rischio di patologie quali il diabete e la demenza.

Le credenze positive non funzionano solo per diminuire lo stress: hanno un effetto positivo perché fanno sentire sicuri e protetti e questa sensazione aiuta il corpo a mantenersi ed anche ad auto-ripararsi. Una recente analisi di diversi studi ha concluso che i benefici per la salute del pensiero positivo accadono indipendentemente dal danno causato dagli stati negativi causati da pessimismo o stress, e sono più o meno paragonabili ad essi in grandezza.

L’ottimismo sembra ridurre l’infiammazione ed i livelli di ormoni dello stress come il cortisolo. Può anche essere efficace nel ridurre la suscettibilità alla malattia migliorando l’attività del sistema nervoso simpatico e stimolando il sistema nervoso parasimpatico, che governa la risposta “rest and digest”, quella cioè che predispone il corpo al relax e alla serenità.

David Creswell della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, in Pennsylvania, ed i suoi colleghi hanno chiesto a degli studenti che affrontavano gli esami di scrivere brevi frasi relative ai loro punti di forza, come ad esempio la creatività o l’indipendenza del carattere. L’obiettivo era quello di aumentare il loro senso di autostima. Rispetto ad un gruppo di controllo, questi studenti che si erano aiutati nell’autostima, avevano più bassi livelli di adrenalina e di altri ormoni dello stress nelle urine al momento del loro esame. L’effetto era maggiore in coloro che erano inizialmente più preoccupati per i risultati degli esami.

Un atteggiamento positivo verso le altre persone può migliorare la salute, perché migliora le relazioni sociali e la qualità della vita in generale. Curare la solitudine non è meno importante dello smettere di fumare secondo Giovanni Cacioppo dell’Università di Chicago, che ha dedicato la sua carriera allo studio degli effetti dell’isolamento sociale.

“Si tratta probabilmente del risultato comportamentale più potente del mondo”, concorda Charles Raison della Emory University di Atlanta, in Georgia, il quale studia le interazioni mente-corpo. “Le persone che hanno una ricca vita sociale e relazioni calde e aperte con gli altri non si ammalano e vivono più a lungo”. Questo dipende anche dal fatto che le persone isolate non si curano sufficientemente di sé stesse.

Un altro modo per migliorare la propria salute utilizzando la mente è quello della meditazione. I monaci che meditano nella speranza di ottenere l’illuminazione spirituale migliorano anche la loro salute fisica. Studi su persone che praticano la meditazione mostrano che questi soggetti sono meno predisposti al cancro, alla depressione maggiore ed anche alla progressione dell’HIV.

Come l’interazione sociale, la meditazione funziona probabilmente in gran parte influenzando i percorsi di risposta allo stress. Le persone che meditano hanno livelli di cortisolo più bassi e uno studio ha mostrato dei cambiamenti nella amigdala, un’area del cervello coinvolta nella paura e nella risposta alla minaccia.

Studi di imaging mostrano che la meditazione causa cambiamenti strutturali nel cervello dopo appena 11 ore di pratica.

Peter Whorwell dell’Università di Manchester ha trascorso gran parte della sua vita professionale a studiare l’uso dell’ipnosi per curare una sola malattia: la sindrome dell’intestino irritabile. Whorwell insegna ai suoi pazienti come utilizzare le sensazioni visive o tattili o la sensazione di calore per immaginare il proprio intestino funzionare normalmente.

Whorwell ha dimostrato che sotto ipnosi alcuni pazienti con intestino irritabile possono ridurre le contrazioni del loro intestino, qualcosa che normalmente non riescono a fare a livello cosciente. La loro parete intestinale diventa anche meno sensibile al dolore. Il rovescio della medaglia è che alcune persone non rispondono all’ipnosi.

La maggior parte degli studi clinici suggeriscono che l’ipnosi possa essere utile nella gestione del dolore, dell’ansia, della depressione, dei disturbi del sonno, dei disturbi alimentari, dell’asma, della psoriasi e delle verruche. A volte possono essere efficaci anche alcune forme di auto-ipnosi, attraverso la concentrazione sul respiro.

In uno studio su 50 persone con cancro polmonare avanzato, coloro che avevano un’alta ” fede spirituale ” hanno reagito meglio alla chemioterapia e sono sopravvissuti più a lungo: più del 40 per cento erano ancora vivi dopo tre anni, rispetto a meno del 10 per cento delle persone non credenti.

La fede è stata associata a minori tassi di malattie cardiovascolari, di ictus, di ipertensione e disturbi metabolici, al migliore funzionamento del sistema immunitario e a risultati migliori per le infezioni come l’HIV e la meningite, riducendo anche il rischio di sviluppare il cancro.

I critici di questi studi, come Richard Sloan della Columbia University Medical Center di New York, sottolineano tuttavia che molti di questi studi sulla religione non tengono conto di altri fattori. Per esempio, le persone religiose hanno spesso uno stile di vita a basso rischio e tendono a godere di un forte sostegno sociale. In ogni caso, anche dopo aver controllato questi fattori, la “religiosità/spiritualità” sembra avere un effetto protettivo (anche se, va detto, pubblicazioni che indicano risultati non concordanti con questa linea troverebbero un editore disposto a pubblicarle…).

Anche con la religione funziona l’effetto placebo: confidare in qualche divinità può essere efficace come credere in un farmaco o in un medico. Altri pensano che ciò che conta davvero è avere uno scopo nella vita, qualunque esso sia. Avere un’idea del perché si vive aumenta infatti il senso di controllo sugli eventi, rendendoli più accettabili e meno stressanti.

Infine, non va trascurato il fatto che ci si può aiutare trascorrendo del tempo a fare ciò che si ama, come giardinaggio o volontariato , perché anche questo ha un effetto positivo sulla salute.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Heal Yourself By Harnessing Your Mind Discover

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Alterazione della personalità e responsabilità personale

Dr. Giuliana Proietti

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John Everett Millais The Somnambulist Alterazione della personalità e responsabilità personaleNe “Lo strano caso del Dr. Jekill e Mr. Hyde” di Robert Louis Stevenson (1850-1894) viene ben descritto il caso della doppia personalità, che tanto ha interessato gli psicologi e gli psichiatri, soprattutto nell’800. Nel romanzo, il Dr. Jekyll, dopo aver sperimentato su di sé una pozione,  subisce una trasformazione tale da far emergere una sua seconda natura, attratta dal male, la quale riesce a soppiantare completamente la propria identità personale. Durante l’effetto della pozione, Jekyll si trasforma senza volere in un altro essere, con diverso corpo e diversa psiche. La sua prima identità rimane quella tipica del dottor Jekyll: un uomo alto, educato, di buoni principi morali e solidale con i suoi concittadini; la sua seconda identità, quella di mister Hyde, appartiene ugualmente a Jekyll, ma è un’identità nascosta, in genere soppiantata dalla prima, per cui in genere incapace di esprimersi.  La descrizione di Mr. Hyde è sicuramente ispirata alle teorie di Cesare Lombroso (1835-1909), il quale sosteneva che l’origine del comportamento criminale fosse insita nelle  caratteristiche anatomiche degli individui.  Mr. Hyde viene infatti descritto come un tipo basso, più giovane del dottor Jekyll, ma gobbo, con braccia corte, mani pelose e tozze, con istinti, intelligenza ed energie tutte inclinate verso il male, la soddisfazione egoistica, la violenza e l’asocialità.

Nell’Ottocento l’interesse per la doppia personalità fu molto alimentato dalla diffusione dell’ipnosi: si pensava in particolare che le persone potessero essere spinte a fare azioni che allo stato vigile non avrebbero mai compiuto. Il tema della personalità multipla interessò anche i giuristi: essi infatti cominciarono a domandarsi se effettivamente potevano essere considerate responsabili le persone che soffrivano di patologie di sdoppiamento della personalità, così come chi soffriva di sonnambulismo, o era stato indotto in stato di ipnosi da un’altra persona.

Un ipnotizzato che uccide un’altra persona deve ritenersi responsabile dell’azione compiuta, o la responsabilità penale spetta al suo ipnotizzatore? E se la persona agisse su impulsi che le provengono da una seconda personalità che alberga dentro di lei, ma della quale non è consapevole? E ancora, ispirandosi alle teorie psicoanalitiche,  se l’assunzione di responsabilità personale (cioè l’ammissione di colpa) fosse dovuta non ad un ricordo consapevole, ma ad un meccanismo di difesa inconscio (ad esempio quello della razionalizzazione, per cui si sente il bisogno di giustificare ciò che è accaduto, per superare il disagio della frammentazione dell’Io) ? Ispirandosi invece agli studi sulla psicologia delle folle ci si chiedeva quanto potesse essere responsabile una persona che agisce sulla spinta di una folla in tumulto. E che dire della psicopatologia della vita quotidiana, di cui scrisse Freud nel 1901, per cui ogni azione compiuta ha un suo significato, perché risponde ad un bisogno dell’inconscio? Stessa cosa per il sonnambulismo: chi agisce mentre sogna è responsabile di ciò che fa? Nel 1700-1800 alcuni autori sostenevano l’idea che il sonnambulo che commetteva un crimine doveva essere punito in maniera lieve, in quanto il suo comportamento era comunque una rappresentazione dell’idea malvagia che doveva aver coltivato nella condizione di veglia e per questo non poteva essere assolto in maniera totale.

In queste riflessioni non si trattava di contrapporre salute e malattia, o normalità e follia: il problema era come giudicare il comportamento di una persona assolutamente “normale” (e dunque responsabile di sé) che però, per varie ragioni, in un certo momento della sua vita, perdeva la consapevolezza totale di sé stessa, non per sua responsabilità.

Se la persona si comporta secondo il volere di un’altra personalità che la abita e che non sente il valore del rimprovero, essa deve essere giudicata responsabile delle sue azioni? Può essere punita? Medicina e diritto fino a questo punto avevano concordato nel considerare l’individuo “signore delle proprie azioni”, con unità di comportamento e di idee. Con la nascita della psicoanalisi e la pratica dell’ipnosi questa certezza fu messa per la prima volta in discussione. (L’Io non è signore a casa sua, diceva Freud)

Ad esempio, leggendo la cronaca del tempo si incontrano fatti come quelli del dentista che venne condannato a 12 anni di lavori forzati perché ritenuto colpevole di aver ipnotizzato una sua giovane paziente e di averla messa incinta. (Lui peraltro confessò, pur dicendo che la ragazza era consenziente, mentre la ragazza sosteneva di essere stata violentata sotto ipnosi). Un altro caso del tempo fu quello di un girovago che non aveva fissa dimora e che si recò in una casa di contadini, seducendo la loro figlia nubile e attempata, scappando di casa con lei, fino a che la coppia non venne ritrovata e lui arrestato. Anche in questo caso la donna raccontò di essere stata ipnotizzata (e per questo lui venne condannato a 30 anni di lavori forzati). E’ ugualmente famoso il caso di Felida, osservato dal dott. Eugène Azam (1822-1899). Felida, nata a Bordeaux nel 1843, era una ragazza molto intelligente, ma nervosa, malinconica, taciturna. A 14 anni veniva presa quasi ogni giorno da un acuto dolore alle tempie che la faceva addormentare, senza possibilità di svegliarla, né con rumori, né con punture. Quando si risvegliava era completamente cambiata: felice, sana, socievole. Prima della rivoluzione francese il caso sarebbe stato affidato ad un esorcista, ma Azam seguì invece questa paziente per diversi anni e ne scrisse nel libro “Hypnotisme et double conscience” (F. Alcan Paris 1893), introducendo la sindrome della doppia personalità, o “split personality”.

Il diritto ha riconosciuto il valore dell’ipnosi, se non altro quando ha cercato di utilizzarla, ad esempio nell’indurre la persona a confessare il delitto commesso, o a ricordare eventi traumatici di cui potrebbe essere stato utile testimone. Spesso nei tribunali si è ricorsi anche ad esperti di parapsicologia o chiaroveggenti, persone cioè che sembravano essere capaci di vedere al di là dei limiti fisici, con una sensibilità considerata più ampia. Si è sperato in questo modo di trovare persone scomparse o refurtiva, ma con esiti sempre fallimentari.

Il dibattito su questi argomenti ai giorni nostri non si è affatto spento nel tempo ed anzi, negli ultimi anni si è riacceso con il diffondersi delle informazioni che ci vengono dalle neuroscienze: le neuroscienze infatti, come fece Freud nell”800, stanno portando alla luce aspetti del comportamento dell’individuo che possono non essere legati alla volontà personale, ma questa volta non per problematiche legate a conflittualità inconsce, quanto a causa di aspetti organici dovuti alla presenza o all’assenza di neurotrasmettitori, così come alla genetica molecolare. Anche in questo caso, chi delinque a causa di problematiche che hanno origine nel suo cervello, nella sua parte organica e non psicologica, è da considerarsi reo? La risposta è si, oggi come nel passato, in quanto il diritto penale rimane fermo nel considerare la persona come unica responsabile delle proprie azioni.

Dr. Giuliana Proietti

Immagine:
La sonnambula, Wikimedia

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Sempre più magri con l’ipnosi

Prof. Jean Fain

Jean Fain insegna alla Harvard Medical School, dipartimento di psichiatria, è psicoterapeuta libero-professionista, scrive articoli e libri, partecipaJean-Fain- a conferenze, è supervisor nei corsi di formazione per terapeuti. Ha ricevuto una formazione come psicoterapeuta e ipnoterapeuta, con riferimenti teorici che si iscrivono nel campo della medicina comportamentale e della medicina olistica. Ha personalmente sviluppato un approccio che combina tecniche di terapia cognitivo-comportamentale e psicoterapia basato sulla meditazione mindfulness.  E' psicoterapeuta da oltre 20 anni ed ha lavorato in vari contesti, come le prigioni, i centri pubblici per la salute mentale, gli ospedali pubblici. In precedenza è stata una giornalista sui temi della salute, scrivendo anche per il Los Angeles Times. Ha scritto The self compassion diet. Sito internet: www.jeanfain.com Video: You Tube

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The Self Compassion Diet Fain 197x300 Sempre più magri con lipnosiQuando dico alle persone ciò che faccio gran parte della mia giornata – come psicoterapeuta e ipnoterapeuta specializzata nel controllo del peso – inevitabilmente chi mi ascolta mi chiede: funziona? Di solito con la mia risposta ottengo qualcosa che illumina i loro occhi, tra emozione e incredulità.

La maggior parte delle persone, tra cui i miei colleghi della Harvard Medical School, dove insegno ipnosi, non si rendono conto che aggiungendo la trance agli sforzi per perdere peso, aiuta a dimagrire e a conservare i risultati ottenuti più a lungo.

L’ipnositerapia ha preceduto il conteggio di calorie e carboidrati di qualche secolo, ma questa antica tecnica di attenzione focalizzata deve essere abbracciata convintamente come una efficace strategia per la perdita di peso.

Fino a poco tempo fa, vi erano scarse prove scientifiche a supporto delle rivendicazioni legittime degli ipnoterapeuti professionisti, e una infinità di affermazioni strampalate, da parte dei loro problematici cugini, gli ipnotizzatori da spettacolo, che non hanno certo aiutato.

Perfino dopo una persuasiva ri-analisi di 18 studi, condotta nella metà degli anni novanta, che aveva dimostrato come, attraverso la psicoterapia ipnotica, i pazienti che avevano appreso le tecniche dell’auto-ipnosi avessero perso il doppio del peso rispetto a coloro che non le avevano apprese (e, secondo uno studio, avessero conservato questo peso due anni dopo la fine del trattamento), l’ipnositerapia è rimasta un segreto ben custodito, per la perdita di peso.

A meno che l’ipnosi non abbia felicemente costretto voi o qualcuno che conoscete, a rifarsi un guardaroba con taglie più piccole, può essere difficile credere che questo approccio mente-corpo possa essere di aiuto nel controllare l’assunzione di cibo.

Vedere è sicuramente credere.

Quindi, occorre vedere di persona. Non c’è bisogno di entrare in trance per comprendere le inestimabili lezioni che insegna l’ipnosi sulla perdita di peso. I dieci mini-concetti che seguono, contengono alcuni dei suggerimenti che modificano la dieta e che io suggerisco ai miei pazienti che desiderano regolare il loro peso, attraverso sessioni di ipnositerapia individuale e di gruppo.

1. La risposta si trova all’interno. Gli ipnoterapeuti credono che voi abbiate tutto quello che è necessario per avere successo. Non avete bisogno di un’altra dieta drastica o dell’ultimo soppressore dell’appetito. Dimagrire consiste nel credere nelle vostre abilità innate, come si fa quando si impara ad andare in bicicletta. Forse non ricorderete quanto sia stato spaventoso per voi guidare la prima volta una bicicletta. Con la pratica però siete riusciti a guidarla automaticamente, senza pensieri o sforzi. Perdere peso può analogamente sembrarvi una cosa che va al di là delle vostre possibilità, ma si tratta solo di trovare il vostro equilibrio.

2. Credere è vedere. Le persone tendono a raggiungere gli obiettivi che pensano di poter raggiungere. Questo vale anche per l’ipnosi. I soggetti cui veniva fatto credere, attraverso un trucco, che avrebbero potuto essere ipnotizzati (ad esempio, l’ipnotista suggeriva che avrebbero visto tutto in rosso, e poi veniva accesa una lampadina nascosta di colore rosso) hanno dimostrato di aver aumentato la loro sensibilità all’ipnosi. L’aspettativa di essere aiutati è essenziale. Mi permetto di suggerire che dovete anzitutto aspettarvi che il vostro piano per la perdita di peso funzioni.

3. Accentuare gli aspetti positivi. I consigli negativi, o che vanno contro qualcosa, come “i Doughnuts ti faranno ammalare” funzionano per un un po’, ma se desiderate un cambiamento duraturo, vi consiglio di pensare positivo. La suggestione ipnotica positiva più conosciuta è stata messa a punto dai medici Herbert Spiegel e David Spiegel, un gruppo di lavoro sull’ipnosi composto da padre e figlio: “Per il mio corpo, troppo cibo è dannoso. Ho bisogno del mio corpo per vivere. Devo rispetto e attenzioni al mio corpo”. Io incoraggio i pazienti a scriversi da soli i loro mantra positivi. Una madre di 50 anni che ha perso 50 e più libbre (n.d.t. circa 22 chili), si ripeteva quotidianamente: “Il cibo inutile è un peso sul mio corpo. Eviterò ciò di cui non ho bisogno”.

4. Se lo immaginate, arriverà. Come fanno gli atleti quando si preparano per la competizione, la visualizzazione della vittoria prepara ad una realtà vittoriosa. Immaginare una giornata di sana alimentazione aiuta ad immaginare le misure necessarie per divenire una persona che mangia correttamente. Troppo difficile da immaginare ? Cercate una vecchia fotografia di voi stessi nella quale avete un peso in cui vi sentivate a vostro agio e ricordate ciò che potevate fare allora e che ora non potete più fare; immaginate di poter riprendere tali abitudini. Oppure visualizzate voi stessi dopo aver raggiunto il peso desiderato e lasciate che questo saggio sé più anziano vi dia dei consigli.

5. Fate volare via il desiderio del cibo. Gli ipnoterapeuti in genere sfruttano la potenza delle immagini simboliche, invitando i soggetti a mettere il desiderio di mangiare su soffici nuvolette, o in palloncini bianchi pieni di aria calda che volano via, sempre più lontani. Se le arcate dorate di McDonald hanno il potere di farvi rinunciare alla dieta, gli ipnoterapeuti capiscono che è necessario un contro-simbolo per farvi tornare indietro. Invitate la mente a sfogliare le immagini che ha nel suo repertorio, fino a quando non ne esce una immagine-simbolo che riesce a scacciare il desiderio di cibo. E così gli date il benservito.

6. Due strategie sono meglio di una. Quando si tratta di perdere peso e mantenerlo, una combinazione vincente è quella dell’ipnosi unita alla terapia cognitivo-comportamentale (TCC), che aiuta a cambiare pensieri e comportamenti controproducenti. I pazienti che imparano entrambe le tecniche riescono a perdere il doppio del peso, senza cadere nella trappola del “perdi un po’-riprendi molto”. Avete già provato la TCC se avete tenuto un diario alimentare. Prima che i miei pazienti imparino l’ipnosi, essi imparano a tenere traccia di tutto ciò che passa attraverso le loro labbra per una settimana o due. La sensibilizzazione, come ogni buon ipnoterapeuta sa, è un passo minimo fondamentale verso il cambiamento duraturo.

7. Modificare, modificare, modificare. Il grande ipnotista Milton Erickson sottolineava l’importanza di utilizzare i modelli esistenti. Per modificare il modello del paziente riguardo al perdere-riprendere peso, perdere-riprendere peso, Erickson consigliava di aumentare di peso prima di cominciarlo a perdere – il che oggi è molto duro, a meno che non siate Charlize Theron. Più facile da accettare: modificare i propri desideri per i cibi ad alto contenuto calorico. Invece di una pinta di gelato (n.d.t. 1 pinta = 0568 litri), che ne dite di una tazza di yogurt ?

8. Piaccia o no, la sopravvivenza favorisce il più grasso. Nessuna proposta è abbastanza potente per ignorare l’istinto di sopravvivenza. Per quanto ci piaccia pensare che la sopravvivenza dovrebbe essere garantita al più adatto, siamo ancora programmati, in caso di carestia, per la sopravvivenza del più grasso. Vi faccio un esempio: una personal trainer sempre a dieta stretta mi chiedeva di allontanarla dalla dipendenza dalla gomma americana. Ho cercato di spiegarle che il suo corpo credeva che quelle gomme americane fossero utili per la sua sopravvivenza e non vi avrebbe rinunciato fino a che non avesse cominciato ad ingerire dei cibi più nutrienti. No, insisteva, tutto quello che serviva era la suggestione. Non mi ha sorpreso quando ha abbandonato la terapia.

9. La pratica rende perfetti. Una seduta di Pilates non produce il ventre piatto, e una sessione di ipnosi non può modellare la vostra dieta. Ma ripetersi segretamente un suggerimento positivo da 15 a 20 minuti al giorno può trasformare la vostra alimentazione, soprattutto se combinato con respiri lenti e naturali, la pietra angolare di qualsiasi programma di cambiamento comportamentale.

10. Congratulazioni – è una ricaduta. Quando i pazienti si ritrovano, contro ogni loro desiderio di sobrietà, ad essere troppo indulgenti con sé stessi, mi congratulo con loro. L’ipnosi guarda ad ogni ricaduta come ad una opportunità, non come ad una cosa assurda. Se riuscite ad imparare, dopo una ricaduta, reale o immaginaria, perché è successo e come gestire la cosa in modo diverso – sarete meglio preparati per le inevitabili tentazioni della vita.

Jean Fain
Link all’articolo originale: You are getting thinner
Riproduzione autorizzata – Traduzione a cura di psicolinea.it

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Seconda conferenza sulla Psicoanalisi – Freud 1909

Dr. Giuliana Proietti

Psicoterapeuta-Sessuologa at Ellepi Associati Ancona
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice del sito Clinica della Timidezza e dell’attività ad essa collegata, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali.

Scrive in un Blog sull'Huffington Post


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Clark University Seconda conferenza sulla Psicoanalisi   Freud 1909A sinistra: Ingresso della Clark University

La seconda delle cinque conferenze che Freud tenne in America dal 6 al 10 settembre 1909 presso la Clark University di Worcester (Boston) iniziò così:

“Signore e signori, più o meno nello stesso periodo in cui Breuer applicava la “talking cure” alla sua paziente, a Parigi il maestro Charcot iniziava, sulle isteriche della Salpêtrière, quelle ricerche che dovevano portare a una nuova comprensione della malattia. I risultati non erano ancora conosciuti a Vienna. Ma quando, circa dieci anni dopo, Breuer e io pubblicammo la nostra comunicazione preliminare sui meccanismi psichici dei fenomeni isterici, così com’erano scaturiti dal metodo catartico impiegato sulla prima paziente di Breuer, eravamo entrambi ancora affascinati dagli esperimenti di Charcot”.

Freud spiega dunque come, insieme a Breuer, giunse ad equiparare le esperienze patogene dei pazienti, esperienze che agivano come traumi psichici, a quei traumi fisici cui Charcot attribuiva un ruolo determinante nella genesi delle paralisi isteriche; e la stessa ipotesi breueriana degli stati ipnoidi altro non era che una eco del fatto che Charcot era riuscito a riprodurre artificialmente sotto ipnosi tali paralisi traumatiche.

Ma il grande ricercatore francese, dice ancora Freud, del quale fu lui stesso allievo negli anni 1885-86, non era per natura portato alla creazione di teorie psicologiche. Fu il suo allievo P. Janet il primo che tentò di penetrare più in profondità nei meccanismi psichici dell’isteria. “E noi -ricordò Freud - seguimmo il suo esempio allorché ponemmo come cardini della nostra teoria la scissione psichica e la dissociazione della personalità”.

Ed ecco la teoria di Janet, secondo la rilettura che ne fece Freud:

“Janet ci presenta una teoria sull’isteria che si inquadra in quelle dottrine sull’eredità e sulla degenerazione, dominanti in Francia. Secondo la sua ipotesi, l’isteria è una forma di alterazione degenerativa del sistema nervoso che si manifesta sotto l’aspetto di una “debolezza” congenita delle funzioni psichiche di sintesi. L’isterico è costituzionalmente incapace di stabilire una correlazione e un’unificazione delle diverse manifestazioni psichiche: ne consegue una tendenza alla dissociazione psichica. Se mi concedete di farvi un esempio chiaro anche se banale, l’isterica di Janet mi fa venire in mente una donna deboluccia che, dopo aver fatto la spesa, se ne torna a casa carica di pacchi e pacchettini di ogni tipo. Non riuscendo a trattenere con le due braccia e le dieci dita tutto quel mucchio di fagotti, ecco che ne fa cadere uno. Si china allora per raccoglierlo, ma un altro gli sfugge e così via”.

Ma questa presunta debolezza psichica degli isterici si accordava male, secondo Freud, con il fatto che, in questi pazienti, oltre al fenomeno della riduzione del rendimento, si potevano osservare, a mo’ di compensazione, esempi di un incremento parziale di alcune capacità. Così, quando la paziente di Breuer aveva dimenticato la sua lingua madre e tutte le altre che conosceva, tranne l’inglese, la padronanza di questa lingua raggiunse un grado tale che se le si presentava un libro in tedesco, lei ne poteva dare una traduzione scorrevole e perfetta a prima vista.

Quando, in seguito, Freud si accinse a proseguire per conto suo le ricerche iniziate da Breuer, ben presto approdò a un’altra teoria sull’origine della dissociazione isterica (o scissione della coscienza).

Considerato le accuse di plagio che vennero rivolte a Freud nei confronti di Janet, è utile conoscere il suo punto di vista in merito, che espresse a questo punto della seconda conferenza:

“Era inevitabile che le mie teorie dovessero divergere ampiamente e in modo radicale, poiché, a differenza di Janet, io non partivo da ricerche di laboratorio bensì da tentativi di terapia. Ma soprattutto io ero spinto da necessità di ordine pratico”.

Il metodo catartico, così come lo applicava Breuer, supponeva che il paziente fosse messo in ipnosi profonda, dato che solo in ipnosi si potevano scoprire le sue associazioni patogene, di cui egli in condizioni normali non era cosciente. Ora, ben presto presi in antipatia l’ipnosi, che consideravo un sussidio immaginoso e, direi quasi, un po’ mistico; e quando mi resi conto che, malgrado tutti miei sforzi, non riuscivo a ipnotizzare in alcun modo nessuno dei miei pazienti, indirizzai tutti i miei sforzi a lavorare con loro in stato normale, anche se ciò poteva sembrare a prima vista un’impresa insensata e inutile.
Il problema era: scoprire nel paziente qualcosa che né il medico né lui stesso conoscevano.

Come si poteva sperare che un metodo simile funzionasse? A questo punto, ricordò Freud, gli venne in aiuto il ricordo di un interessante e istruttivo procedimento che aveva osservato nella clinica di Bernheim a Nancy. Bernheim aveva dimostrato che individui messi in uno stato di sonnambulismo ipnotico e sottoposti a ogni genere di esperimento, avevano solo apparentemente perduto il ricordo di questi esperimenti sonnambulici, tant’è vero che il loro ricordo poteva essere risvegliato perfino in stato di normalità. Quando egli li interrogava sulle esperienze provate nello stato sonnambulico, lì per lì i soggetti dicevano di non ricordare nulla, ma se Bernheim insisteva, incalzava, affermava che essi invece “sapevano”, ecco che i ricordi dimenticati riaffioravano immancabilmente.

Ebbene, con i suoi pazienti Freud adoperò questo sistema.

Quando, nel corso del trattamento, i pazienti dichiaravano di non sapere più nulla, Freud insisteva, incalzava, affermava che invece essi sapevano, che dovevano solo tirarlo fuori e, continuò Freud, “arrischiavo perfino di affermare che il ricordo che sarebbe emerso, nel momento in cui posavo la mano sulla fronte del paziente, era proprio quello che cercavamo”.

Senza ricorrere all’ipnosi dunque, Freud affermò di essere riuscito a sapere dal paziente tutto quanto occorreva per la creazione dei legami associativi tra le scene patogene dimenticate e i sintomi che ne erano residuati.

Il procedimento utilizzato, per sua stessa ammissione, era “complicato e alla lunga estenuante“, e per di più non si prestava a una tecnica precisa.

Una volta assodato che i ricordi dimenticati non erano affatto perduti, ma rimanevano patrimonio del paziente, Freud li immaginò come sempre pronti a riemergere e a formare associazioni con altri contenuti psichici, se non vi fosse stata una forza indeterminata che impediva loro di diventare consci, per cui erano costretti a rimanere nell’inconscio.

Come gli era venuta in mente questa forza che si opponeva al riemergere dei ricordi? Freud lo spiegò con queste parole:

“Che tale forza esistesse, si poteva arguire sicuramente, poiché quando si cercava di riportare i ricordi inconsci nella coscienza del paziente, opponendosi in tal modo a detta forza, si aveva la sensazione che il soggetto doveva fare un notevole sforzo per cercare di superarla. Si poteva avere un’idea di questa forza, responsabile del mantenimento della situazione patologica, dalla resistenza del paziente. Ora, è su questo concetto di RESISTENZA che io ho basato la mia teoria dei processi psichici nell’isteria”.

Per guarire il paziente era necessario superare questa forza. Le forze che si opponevano, sotto forma di resistenze, al riemergere nella coscienza delle idee dimenticate, erano le stesse che avevano provocato l’oblio, rimuovendo dalla coscienza le esperienze patogene. Questo ipotetico meccanismo fu denominato “rimozione“, fondato sulla “esistenza innegabile” della resistenza.

Quando un desiderio si trovava in netto contrasto con tutti gli altri desideri dell’individuo, e si dimostrava incompatibile con le esigenze etiche, estetiche e soggettive della personalità del paziente, c’era, per Freud un breve conflitto interiore, la cui conclusione era appunto la rimozione dell’idea che si presentava alla coscienza come vettrice del desiderio incompatibile. Una volta avvenuta la rimozione dalla coscienza, si stabiliva l’oblio.

L’incompatibilità della rappresentazione ideativa con l’Io del paziente costituiva dunque il motivo della rimozione; le componenti etiche e le altre esigenze dell’individuo erano le forze rimoventi. La presenza del desiderio inaccettabile, o la durata stessa del conflitto, avrebbero dunque indotto uno stato di intensa sofferenza psichica; tale sofferenza era appunto evitata dalla rimozione. In tal caso, un simile processo viene evidentemente a costituirsi come un meccanismo di difesa della personalità.

E qui Freud parlò del caso clinico di “Fräulein Elisabeth von R.” , lo pseudonimo che di Ilona Weiss, una ragazza di origine ungherese: questo caso era stato descritto anche negli Studi sull’isteria (1895). Freud aveva trattato questa paziente dall’autunno 1892 al Luglio 1893.

Si trattava di una ragazza, profondamente attaccata al padre, morto poco tempo prima e che lei aveva assistito (situazione analoga a quella della paziente di Breuer). Dopo il matrimonio della sorella maggiore, cominciò a provare una particolare simpatia per il cognato, simpatia che veniva interpretata come normale affettuosità familiare. Ora, mentre la paziente e la madre erano assenti, la sorella, improvvisamente si ammalò e morì. Le due donne vennero urgentemente richiamate, senza che però venisse rivelata completamente la dolorosa circostanza. Mentre la ragazza si trovava accanto al letto della sorella morta, per un attimo le balenò in mente un’idea, che potrebbe essere così espressa a parole: “Ora è libero e mi può sposare”. Possiamo senz’altro pensare che questa idea, proprio perché svelava alla sua coscienza il grande amore per il cognato, amore che non era mai stato coscientemente avvertito, fu immediatamente consegnata alla rimozione dalla rivolta dei suoi sentimenti. La ragazza si ammalò con gravi sintomi di isterismo e, quando mi accinsi a trattarla, sembrava che avesse completamente dimenticato la scena al capezzale della sorella e il desiderio egoistico e innaturale che era insorto. Nel corso della terapia ricordò tutto, riproducendo il momento patogeno con tutte le manifestazioni di un’intensa emozione, e così il trattamento la guarì”.

Con un pezzo di singolare bravura retorica, per destare l’attenzione del suo uditorio, a questo punto Freud continuò così:

“Ma credo di potervi dare un’idea più concreta del meccanismo di rimozione e dei suoi inevitabili rapporti con la resistenza del paziente, ricorrendo a un esempio più spicciolo, tratto dalla situazione in cui appunto ci troviamo. Supponete che qui, in questa sala e in questo uditorio, per la cui esemplare attenzione e compostezza la lode non sarà mai adeguata, vi sia un individuo che arrechi disturbo e, ridendo maleducatamente, vociando, strisciando i piedi, distragga l’attenzione dal mio compito. Io vi comunico che, in queste condizioni, non posso procedere con la conferenza e allora, fra voi, si alzano parecchie persone robuste e, dopo una breve colluttazione, espellono dalla sala il perturbatore della quiete. Costui è ora “rimosso” e io posso riprendere la conferenza. Ma, affinché il disturbo non si ripeta, nel caso cioè che l’individuo appena espulso cercasse di rientrare a forza nella sala, i signori che hanno raccolto il mio invito, mettono le loro sedie contro la porta e lì si piazzano come una “resistenza” che mantenga la rimozione. Ora, se trasferite alla psiche i due ambienti, chiamando l’interno di questa stanza “conscio” e l’esterno “inconscio”, avrete un esempio abbastanza eloquente del meccanismo di rimozione”.

Dopo una ulteiore precisazione sulla differenza fra le sue teorie della scissione psichica da quelòle di Janet ( “Noi non facciamo derivare la scissione psichica da una mancanza congenita dell’apparato psichico a operare la sintesi delle esperienze, ma la spieghiamo dinamicamente con un conflitto di forze psichiche opposte, e vi ravvisiamo il risultato di una lotta attiva tra ogni complesso psichico“), Freud ammette che con” l’ipotesi della “rimozione” noi ci situiamo non alla fine ma addirittura all’inizio di una teoria psicologica. Ma possiamo procedere solo facendo un passo alla volta; esaurire le nostre conoscenze richiede ulteriore e più completo lavoro”.

Tornando alla rimozione, presentata con l’esempio dell’espulsione del disturbatore e con l’installazione dei sorveglianti alla porta, Freud avverte che l’espulso, furioso e incurante delle conseguenze, potrebbe ancora dare filo da torcere. Essersi liberati della sua presenza e dei suoi comportamenti scorretti non significa essersene liberati del tutto: “quello fuori fa un baccano d’inferno, anzi con le sue urla e il suo tempestare di pugni la porta, disturba più di prima la mia conferenza. In questo frangente sarebbe accolto entusiasticamente l’eventuale intervento del nostro onorevole rettore, Stanley Hall, nelle vesti di paciere e di mediatore. Egli parlamenterebbe fuori con quell’agitato e quindi si rivolgerebbe a noi pregando di riammetterlo dietro sua promessa di comportarsi più decorosamente. Data l’autorità del dottor Hall, decidiamo di interrompere la rimozione ed ecco di nuovo la pace e la tranquillità. Ci sembra di aver dato così una discreta illustrazione del compito che spetta al medico nella terapia psicoanalitica delle nevrosi”.

Per dirla più esplicitamente: “lavorando con pazienti isterici e altri nevrotici, siamo arrivati alla conclusione che essi non sono riusciti a rimuovere completamente l’idea cui è legato il desiderio incompatibile. E’ vero che essi l’hanno estromessa dalla coscienza e dalla memoria, risparmiandosi, apparentemente, una bella dose di sofferenza psichica, MA NELL’INCONSCIO IL DESIDERIO RIMOSSO CONTINUA A ESISTERE, aspettando solo un’occasione per riattivarsi, e alla fine riesce a inviare alla coscienza, invece dell’idea rimossa, una formazione sostitutiva, deformata e irriconoscibile, a cui si legano quelle stesse sensazioni spiacevoli che il paziente credeva di aver liquidato per mezzo della rimozione”.

“Questo “sostituto” dell’idea rimossa - il sintomo – è al riparo da ogni ulteriore attacco da parte delle difese dell’Io e invece di un conflitto acuto si stabilisce una sofferenza durevole. Noi possiamo rintracciare nel sintomo, oltre ai segni della trasformazione, certe analogie residue con l’idea originariamente rimossa; durante il trattamento psicoanalitico del paziente è possibile scoprire il modo con cui è stata costruita la forma sostitutiva; e per la guarigione del paziente è necessario che il sintomo sia ricondotto, per la stessa strada, all’idea rimossa. Se questo materiale rimosso viene reintegrato nelle funzioni psichiche coscienti – un processo, questo, che presuppone il superamento di notevoli resistenze – il conflitto psichico che ne scaturisce, quello stesso che il paziente desiderava evitare, può essere, con la guida del medico, risolto più felicemente che non ricorrendo alla rimozione”.

Ed ecco la terapia, che forse più di ogni altra cosa gli americani aspettavano di conoscere meglio:

“Esistono varie modalità di soluzione che pongono brillantemente fine al conflitto e alla nevrosi; in casi particolari si può tentare di applicarne parecchie contemporaneamente. A questo punto o si può convincere il paziente di aver sbagliato a rifiutare il desiderio patogeno, che viene fatto accettare, in tutto o in parte; o si dirige il desiderio stesso verso uno scopo più elevato, esente da qualsiasi censura, per mezzo della cosiddetta sublimazione; o ancora si riconosce che il rifiuto era giustamente motivato, e il meccanismo automatico – e quindi insufficiente – della rimozione viene rinforzato dalle facoltà psichiche più elevate dell’uomo; in tal caso il paziente riesce a dominare i suoi desideri col pensiero cosciente”.

Conclusione della seconda conferenza:

“E ora perdonatemi se non sono riuscito a presentarvi in modo più chiaro questi principali aspetti del trattamento oggi noto come “psicoanalisi“; il fatto è che le difficoltà non risiedono solo nella novità dell’argomento. Forniremo in seguito altri dettagli sulla natura dei desideri incompatibili, che riescono a esercitare il loro influsso dall’inconscio, nonostante la rimozione, e sul problema dei fattori soggettivi e costituzionali che intervengono nel fallimento della rimozione, per cui si vengono a creare le trasformazioni sostitutive o sintomi”.

Di questo si parlerà nella terza conferenza.

Freud, Cinque conferenze sulla psicoanalisi, Boringhieri

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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Ipnosi

Dr. Walter La Gatta

Psicoterapeuta-Sessuologo at Ellepi Associati Ancona

Libero professionista ad Ancona

Si occupa di:

Psicoterapie individuali e di coppia
Sessuologia (Terapeuta del Centro Italiano di Sessuologia) 
Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

Riceve ad Ancona, su appuntamento.

Per appuntamenti: 348 – 331 4908

Qui trovi tutte le modalità per ricevere una consulenza dal Dr. Walter La Gatta

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di Walter La Gatta

Definizione. L’ipnosi è una condizione psichica che può essere indotta da altri o anche autoindotta (in questo caso si parla di autoipnosi). Lo stato mentale provocato dall’ipnosi è denominato ‘trance’: in esso si possono osservare riduzione delle capacità critiche, aumento della suggestionabilità

Storia. L’ipnosi era già conosciuta e praticata dai popoli antichi, ma fu riproposta in Europa da F.A. Mesmer (1779), il quale ipnotizzava le persone pensando di avere un fluido magnetico che si trasmetteva da sé stesso all’ipnotizzato. Mesmer chiamò questo fluido ‘magnetismo animale’, che però già ai suoi tempi non venne riconosciuto come ‘scientifico’ dall’Accademia delle Scienze e dalla Facoltà di Medicina di Parigi (1784).

Un’ importante revisione delle teorie di Mesmer fu proposta dal medico inglese J. Braid (1785-1860). J. Braid diede un’interpretazione fisiologica al fenomeno studiato e introdusse il termine ipnosi, derivato dal greco ypnòs sonno.

Successivamente se ne occuparono A.A. Lièbeault (1823-1904), un medico di Nancy ed H. Bernheim (1837-1919) famoso neurologo parigino i quali fondarono insieme la Scuola di Nancy. Questa divenne al tempo molto importante, anche perché si oppose nell’interpretazione dei fatti relativi all’ipnosi ad un’altra scuola francese, quella di Jean-Martin Charcot (1825-1893) che operava presso l’Ospedale della Salpetriére a Parigi.

Mentre per la scuola di Nancy l’ipnosi era un fenomeno psicologico ‘normale’ e tutte le sue caratteristiche potevano essere spiegate con la suggestione, Jean-Martin Charcot considerava l’ipnosi un fenomeno patologico, una nevrosi isterica artificiale.

J.M. Charcot, distinse i vari stadi dell’induzione ipnotica: letargo, catalessi, sonnambulismo, e le relative modificazioni nel tono muscolare e nei movimenti riflessi. Per un certo periodo, anche Freud si interessò all’ipnosi: fu allievo di Charcot e con il collega Breuer elaborò il ‘metodo catartico’. Con questo metodo, dei pazienti isterici venivano sottoposti ad ipnosi, allo scopo di far defluire ed abreagire la carica emotiva inibita, impedendole così di cercare altre vie di sfogo nell’organismo, che avrebbero prodotto dei sintomi. Con la morte di Jean-Martin Charcot (1893) e l’inizio della psicanalisi cominciò per l’ipnosi un periodo di decadenza.

Con Milton Erickson (1901 -1980 ), si sviluppò in America una ipnoterapia (chiamata appunto ipnosi ericksoniana), che permette di comunicare con l’inconscio del paziente. Questo tipo di ipnosi è molto simile ad una normale conversazione (“L`ipnosi non esiste, tutto è ipnosi”, affermava Erickson).

Esperienza ipnotica. La persona che sperimenta l’ipnosi prova un senso di profondo rilassamento e la capacità di concentrarsi totalmente sui suggerimenti dell’ipnotista. Non si perde mai il controllo di sé. Lo stato ipnotico sostituisce il normale pensiero con immagini visive e acustiche. La recettività ipnotica è maggiore in quei soggetti che tendono a fare dei sogni ad occhi aperti e nelle persone meno dotate intellettualmente. Negli altri casi, l’ipnosi è possibile solo se il soggetto è pronto a collaborare per essere ipnotizzato. Deve infatti abbandonarsi al controllo dell’ipnotista, il quale lo spinge a rilassarsi completamente, per fargli raggiungere una condizione apparentemente molto simile al sonno.

Lo stato di trance. Lo stato di trance è prodotto dall’ipnosi: è simile, apparentemente, al sonno fisiologico, ma c’è la differenza sostanziale che si resta comunque consapevoli, presenti a sé stessi, anche se lo stato di coscienza che si sperimenta è diverso dall’usuale. La maggior parte delle persone che si sottopone a sedute ipnotiche ricorda esattamente quanto è avvenuto durante la trance ed infatti l’EEG dei soggetti in trance è identico a quello ottenibile nello stato di veglia.

Ipnositerapia (o ipnoterapia). La ipnositerapia (o ipnoterapia) è una forma di psicoterapia che si avvale dell’ipnosi, provocando il riaffiorare a memoria di rappresentazioni a forte carica affettiva dimenticate o rimosse. Durante una seduta di ipnosi, il terapeuta tende a modificare alcuni pensieri negativi del paziente, come fobie e paure irrazionali, oppure cerca di orientarlo contro alcuni comportamenti che il paziente ha deciso di modificare (es. dipendenza da fumo, da alcol ecc.). Durante una seduta di ipnosi il respiro diventa più lento e profondo, i battiti cardiaci diminuiscono ed in questo modo si ha una sensazione di completo sollievo dalle ansie del quotidiano. Si è dunque più disponibili a recepire i suggerimenti terapeutici volti al cambiamento e al potenziamento delle proprie capacità e facoltà. Ciò che conta nell’ipnosi è soprattutto il rapporto interpersonale fra paziente e terapeuta, nel quale si produce una regressione o anche un transfert (i quali in realtà potrebbero esserci anche senza ricorrere all’ipnosi). Con l’ipnosi è inoltre possibile raggiungere un migliore controllo del dolore, attraverso l’amplificazione o la riduzione di sensazioni provenienti dal corpo.

Risultati. L’ipnosi non è un farmaco e dunque non produce gli stessi effetti su chiunque lo utilizzi. Alcuni pazienti sembrano più predisposti di altri a lasciarsi andare, ad abbandonarsi ed ottengono di conseguenza, con l’ipnosi, migliori risultati. Al contrario, personalità rigide, che non amano perdere il controllo su sé stessi e quanto accade intorno a sé ottengono risultati meno eclatanti.

L’ipnoterapeuta. Non è un soggetto dotato di capacità eccezionali, tali da provocare uno stato di trance nelle persone (come certi varietà televisivi porterebbero a credere): non va infatti dimenticato che la trance non sarebbe possibile se i soggetti ipnotizzati non acconsentissero ad entrare, volontariamente, in questo stato di profondo rilassamento. L’ipnoterapeuta è quindi un professionista con una adeguata formazione ed esperienza, e rappresenta il tramite per cui tutti possono essere ipnotizzati, purché lo vogliano.

Manipolabilità del paziente. Sebbene l’ipnosi sia una pratica direttiva, in cui un soggetto si lascia guidare dal terapeuta, egli non perde mai, in nessun momento, la sua capacità critica. Infatti, se l’ipnoterapeuta chiedesse al suo paziente di fare cose contrarie ai suoi principi ed ai suoi voleri, egli uscirebbe immediatamente dal suo stato di trance. Oggi si ritiene abbastanza diffusamente che tutti i trattamenti ipnotici siano in realtà delle auto-ipnosi: il terapeuta è solo un facilitatore dell’esperienza ipnotica

Prognosi. I risultati sono relativamente duraturi, come del resto nessuna psicoterapia può essere considerata come un’assicurazione contro la sofferenza psichica; essa può purtroppo ripresentarsi con una certa ciclicità, anche in relazione al tipo di esistenza che si conduce ed agli eventi della vita.

Costi. Costa più o meno come le altre psicoterapie, forse un pochino di più, ma è anche più breve (dura in genere due-tre mesi). A differenza di altre forme di psicoterapia, è più semplice per il paziente capire se la terapia scelta è efficace per curare il suo disturbo: infatti, nella terapia ipnotica, gli effetti positivi che si producono, si vedono già in tempi brevi.

Walter La Gatta

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Freud: dall’ipnosi alla tecnica della libera associazione

Dr. Giuliana Proietti

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ipnosi Freud Freud: dallipnosi alla tecnica della libera associazioneA sinistra: il divano di S. Freud

Secondo molti studiosi della psicoanalisi, Freud abbandonò l’ipnosi per diverse ragioni:

1. Il richiamo alla mente di ricordi traumatici nell’alterato stato di coscienza ipnotico portava qualche sollievo nella sintomatologia, ma non sembrava favorire la capacità del paziente di padroneggiare e risolvere il trauma;

2. A Freud non piaceva usare l’ipnosi, tecnica attraverso la quale il terapeuta assume una posizione relativamente potente e influente rispetto al paziente;

3. Le pazienti isteriche avevano la tendenza ad attaccarsi al terapeuta, per cui l’ipnosi rinforzava lo sviluppo di un attaccamento sessualizzato e dipendente dellla paziente nei confronti del terapeuta.

Usando il metodo delle associazioni libere Freud sperava di riuscire ad arrivare ai ricordi rimossi o dissociati, senza porre il paziente in uno stato di coscienza alterato.

Freud descrive la tecnica della libera associazione nei seguenti termini:

“Si rende necessaria, a questo scopo, una certa preparazione psichica dell’ammalato. Si aspira ad ottenere da lui, in primo luogo, un’attenzione più intensa per le sue percezioni psichiche e, secondariamente, l’eliminazione della critica con cui di solito vaglia le idee che spontaneamente si presentano. Per raggiungere uno stato di autoosservazione con attenzione concentrata, è vantaggioso che egli assuma una posizione di riposo e chiuda gli occhi; mentre la rinuncia alla critica delle creazioni ideative percepite deve essergli imposta esplicitamente. Gli si dice dunque che il successo della psicoanalisi dipende dal fatto che egli osservi e comunichi tutto ciò che gli passa per la mente e non sia tentato di sopprimere un’idea perché gli sembra insignificante o non pertinente, un’altra perché gli sembra assurda: che deve comportarsi con tutta imparzialità nei confronti di ciò che gli viene in mente, perché dipenderebbe proprio dalla critica se non riuscisse a trovare la soluzione del sogno, dell’idea ossessiva, e così via, di cui si è in cerca.”

Tratto da : Freud, L’interpretazione dei sogni, 1899

In questo periodo, la chiusura degli occhi era il solo residuo della tecnica precedente e anche questa tecnica durò solo per pochi anni. La libera associazione divenne così la tecnica definitiva della psicoanalisi.

Fonte: Zetzel Meissner, Psichiatria psicodinamica, Boringhieri

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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Il caso Elisabeth von R.

Redazione di Psicolinea

Psicolinea è uno dei primi siti di psicologia in Rete, nato ufficialmente il 13 Ottobre 2001.
Fondatrice  e Responsabile Scientifico del Sito è la  Dr. Giuliana Proietti, che per il sito scrive articoli e cura la Consulenza con i lettori.

Co-fondatore del Sito è il Dr. Walter La Gatta, che per il Sito scrive articoli e cura la Consulenza psicosessuale con i lettori.

Il sito si avvale di numerosi collaboratori, che pubblicano anche in inglese e francese.

Psicolinea ha come slogan  "la psicologia amica", perché il suo intento è quello di diffondere il sapere psicologico, rendendolo accessibile a tutti.

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Caso Il caso Elisabeth von R.Breuer aveva scritto, negli Studi sull’isteria: “Quanto più abbiamo continuato ad occuparci di questo fenomeno -isterico- tanto più sicura è divenuta la nostra convinzione che quella scissione della coscienza… esiste in stato rudimentale in ogni isteria, e che la tendenza a tale dissociazione e quindi al manifestarsi di stati anormali della coscienza, che chiameremo congiuntamente ‘ipnoidi’ è il fenomeno basilare di tali nevrosi’.

Era infatti opinione di Breuer che le esperienze traumatiche avessero luogo in un momento in cui il paziente era in uno di questi stadi ipnotici dissociati, che dissociavano la stessa esperienza traumatica e spezzavano i suoi legami associativi con il resto dell’attività conscia: il contenuto di questo segmento dissociato non era accessibile all’introspezione conscia.

Detto in altre parole, Breuer riteneva che i ricordi inconsci fossero esclusi dalla parte conscia della psiche come una stanza chiusa e isolata, nella casa della psiche: tutto ciò che bisognava fare era aprire la porta che separava la camera chiusa ed essa sarebbe stata comunicante con il resto della casa. Ristabilendo i legami associativi, i ricordi perduti sarebbero stati richiamati alla mente.

Sembra che Freud avesse accettato l’ipotesi degli stati ipnoidi di Breuer con qualche riserva.

Il caso di Elisabeth von R. segnò, per Freud, il definitivo abbandono delle tesi di Breuer e dell’ipnosi, con un cambiamento radicale della sua tecnica. Trattando Elisabeth, Freud arrivò ad una ben definita formulazione del concetto di difesa. Le associazioni della paziente, in risposta alla tecnica della pressione delle mani esercitata su di lei, chiarì molto bene che alla radice del problema vi era il conflitto fra i suoi impulsi sessuali ed i suoi timori morali. L’ipotesi dello stato ipnoide non era più sufficiente per giustificare la malattia.

Così Freud faceva dei passi avanti verso la nozione fondamentale di conflitto e verso il bisogno di difesa dai pensieri e desideri ripugnanti, significato di fondo dell’isteria.

Il passaggio dall’ipotesi degli stati ipnoidi all’ipotesi difensiva fu molto importante: per Freud lo stato dissociato non era prodotto da uno stato ipnoide, ma da un’attività della psiche. La scissione della parte inconscia della psiche era dovuta ad un conflitto intrapsichico ed era basata su un processo psichico attivo e difensivo.

Tornando all’analogia della casa, per Freud non si trattava tanto di aprire la porta: la porta era stata chiusa per misura difensiva e poteva essere aperta nonostante la continua difesa del paziente: si doveva affrontare una forza attiva, che teneva la porta chiusa, e tanto più si cercava di aprire questa porta, tanto maggiore era la forza esercitata dalla psiche del paziente per mantenerla chiusa; più si cercava di ricordare l’esperienza traumatica, ossia di aprire la porta a forza, più ci si imbatteva in un ostacolo, una resistenza.

“Fräulein Elisabeth von R.” è lo pseudonimo che Freud dette a Ilona Weiss, una ragazza di origine ungherese: questo caso è descritto negli Studi sull’isteria (1895). Freud trattò Elisabeth dall’autunno 1892 al Luglio 1893. Elisabeth era la terzogenita di una famiglia benestante ed aveva 24 anni quando andò a farsi curare da Freud per dei dolori alle gambe e difficoltà a camminare, problemi che la affligevano da due anni. Freud confermò la diagnosi di isteria che le era stata già fatta: “Se si premeva o pizicava la sua pelle iperalgesica ed i muscoli delle gambe, la sua faccia assumeva un’espressione peculiare, che era di piacere più che di dolore. Gridava – e non ho potuto evitare di pensare che era come se la ragazza provasse una voluttuosa sensazione di solletico. Il viso le si arrossava, tirava indietro la testa, chiudeva gli occhi e piegava il corpo all’indietro” (1895 Studi sull’isteria – n.b. Trad. non ufficiale).

Dopo un iniziale perido di quattro settimane durante il quale Freud le aveva prescritto la elettroterapia, passarono al metodo catartico che “risultò, comunque essere tra i più difficili che avessi mai intrapreso” (1895 Studi sull’isteria n.b. Trad. non ufficiale). Resistendo all’ipnosi, la paziente chiudeva gli occhi, ma poteva muoversi, aprire gli occhi, sedersi. Freud passò allora alla ‘concentrazione tecnica’, la stessa che usava con un’altra paziente di quel tempo, Lucy R.

Freud si convinse che la ragazza nascondeva un segreto. La sua storia familiare era caratterizzata dalla malattia cardiaca e dalla morte del padre, che la ragazza adorava. La malattia alle gambe le era venuta mentre curava il padre malato, sebbene non se ne fosse resa conto fino a due anni dopo la sua morte. In seguito le era morta una sorella incinta, che soffriva ugualmente di problemi di cuore. La ragazza, per seguire la sorella malata era entrata in contatto col cognato, con il quale aveva anche litigato violentemente. La ragazza ripeteva a Freud che le confessioni che gli faceva durante la terapia non la facevano sentire meglio ed aveva nei confronti dello psicanalista un atteggiamento di sfida.

Nella primavera del 1893 il cognato venne a prendere Elisabeth nello studio di Freud e così lo psicoanalista poté intuire finalmente il ‘segreto’ della ragazza: era innamorata del cognato.
Freud ne parlò direttamente con la paziente, che inizialmente negava (e poi infine ammise) e poi con la madre di lei, che invece confermò questo sospetto. Il trattamento si concluse nel Luglio 1893 con una grande rabbia da parte di Elisabeth nei confronti di Freud, che aveva tradito il suo segreto.

Elisabeth von R., secondo le rivelazioni successive di sua figlia, descrisse Freud come uno specialista di nalattie mentali, giovane e con la barba, che aveva tentato di persuaderla di essere innamorata di suo cognato, anche se le cose non stavano in realtà così. Per il resto, sostenne la figlia di Elisabet von R., la storia raccontata da Freud negli Studi sull’isteria sulla famiglia della paziente era sostanzialmente corretta.
Elisabeth, stando al racconto della figlia, si sposò ed ebbe un matrimonio felice.

Bibliografia citata nel testo consultato:

Ellenberger, Henri F. (1970). The discovery of the unconscious: The history and evolution of dynamic psychiatry. New York: Basic Books.
Freud, Sigmund. (1950a [1887-1902]). Extracts from the Fliess papers. SE, 1: 173-280.
Freud, Sigmund, and Breuer, Josef. (1895d). Studies on hysteria. SE, 2: 48-106.
Gay, Peter. (1988). Freud: A life for our time. London-Melbourne: Dent.

Fonte web: Answers.com
Psychoanalysis information about Case of Elisabeth von R.International Dictionary of Psychoanalysis.

Testo consultato:

Zetzel Elizabeth e Meissner W.W., Psichiatria psicoanalitica, Boringhieri

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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Freud e Breuer dopo gli Studi sull’isteria: il falco e la gallina

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 Freud e Breuer dopo gli Studi sullisteria: il falco e la gallinaA sinistra : una seduta ipnotica (1887)

Freud, nel periodo immediatamente successivo alla pubblicazione degli Studi sull’isteria, doveva affrontare momenti di depressione ed era perseguitato da emicranie. Inoltre, cominciava a distaccarsi da Breuer,una figura per lui importante e alla quale doveva molto. Non si sa ancora bene perché i due si allontanarono, anche se si pensa che Breuer si sia mostrato reticente nell’avallare la tesi freudiana dell’origine sessuale dell’isteria.
Nulla di quanto Breuer aveva o non aveva fatto poteva spiegare la crescente ostilità di Freud nei suoi confronti.
Anni dopo, durante una passeggiata, i due si incontrarono e, mentre l’anziano Breuer fu sul punto di abbracciare il vecchio amico, Freud passò oltre senza salutare. Delle difficoltà con Breuer Freud parlava con il nuovo amico Fliess, senza sapere che di lì a poco anche questa amicizia si sarebbe interrotta.

Ora stammi a sentire scrisse Freud a Fliess nell’ottobre del 1895. “Una notte della settimana scorsa, mentre mi stavo arrovellando… Le barriere sono crollate, si è squarciato il velo e mi è stato tutto chiaro, dai particolari delle nevrosi alle cause che determinano la coscienza. Ogni elemento trovava la sua collocazione in un meccanismo coerente, e avevo davvero l’impressione di essere di fronte ad una macchina che di lì a poco sarebbe stata in grado di funzionare da sola“.

Breuer scrisse invece ad un amico: “L’intelletto di Freud sta toccando il vertice. Io lo seguo in stupita ammirazione come una gallina guarda a un falco” (R. S. Steele, Freud and Jung: Conflicts of interpretation, Boston, Routledge and Kegan Paul, 1982 op. citata in L. Donn, Freud e Jung, Leonardo)

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Immagine: Tratta da Wikipedia Fr

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Storia dell’ipnosi: La scuola psicologica francese al tempo di Freud

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ipnosi Storia dellipnosi: La scuola psicologica francese al tempo di FreudParallelamente agli sviluppi nella psichiatria descrittiva della scuola tedesca, la scuola francese nell’ultima metà dell’Ottocento cominciò ad orientarsi verso una profonda comprensione delle nevrosi, sotto la guida di Charcot, Bernheim e Janet.

L’interesse per l’ipnotismo – o mesmerismo, come veniva chiamato sulla scia del magnetismo animale di Mesmer – e il suo impiego, si erano sviluppati in modo considerevole: il metodo si stava evolvendo verso una forma di psicoterapia.

Negli anni compresi fra il 1882 ed il 1893 si assisté alla ripresa del magnetismo animale, in forma modificata, con i nomi di ipnosi e suggestione. Il 13 febbraio 1882 il neurologo Jean Martin Charcot salì sul palco dell’Académie des sciences di Parigi per spiegare quanto conosceva dell’ipnosi:

’L’ipnosi – disse – comprende tre fasi, che si succedono nelle varie combinazioni possibili o si manifestano indipendentemente dalle altre. Nello stato catalettico il paziente mantiene gli arti in qualsiasi posizione siano stati posti in precedenza e i riflessi dei tendini sono assenti o estremamente deboli; vi sono lunghe pause nella respirazione e possono essere provocati vari impulsi automatici. Nello stato letargico i muscoli sono flaccidi, la respirazione è profonda e rapida, i riflessi dei tendini sono notevolmente esagerati e il paziente mostra una ‘ipereccitabilità neuromuscolare’, i suoi muscoli cioè hanno la tendenza a contrarsi fortemente se un tendine, un muscolo o un nervo ad essi corrispondenti vengono toccati. Infine, vi è lo stato sonnambolico, nel quale i riflessi dei tendini sono normali, non vi è alcuna eccitabilità neuromuscolare, anche se una certa leggera stimolazione provoca uno stato di rigidità negli arti: vi è, di solito, un’esaltazione di certe forme poco note di sensibilità cutanea, del tono muscolare e di certe particolari sensazioni e normalmente è facile ottenere, a richiesta, i più complicati atti automatici. E’ possibile portare il paziente dallo stato catalettico allo stato letargico e a quello sonnambulico mediante una leggera frizione sulla parte superiore del cranio. La pressione sui bulbi oculari porta il paziente dal sonnambulismo alla letargia”.

Nel 1883 Bernheim lesse un suo scritto alla Societé de médecine di Nancy in cui definiva l’ipnosi come “ un semplice sonno, prodotto dalla suggestione, con implicazioni terapeutiche”. Come si vede, ciò era assai diverso da quanto sosteneva Charcot, per cui l’ipnosi era una condizione psicologica molto diversa dal sonno, che poteva verificarsi solo negli individui predisposti all’isteria e che non poteva essere usata per finalità terapeutiche.

Nel 1885 Charcot, all’apice della sua fama, teneva lezioni sulle paralisi traumatiche, che accompagnava con esperimenti clinici durante i quali mostrava come riprodurre analoghe paralisi mediante l’ipnosi, in soggetti predisposti. Charcot riteneva che queste dimostrazioni fossero la prova scientifica dell’origine psicologica della paralisi traumatica: credendo che il meccanismo delle paralisi traumatiche fosse identico a quello delle paralisi isteriche, Charcot includeva le paralisi traumatiche nel campo dell’isteria.

Fu proprio nel 1885 che Freud vinse la borsa di studio e si recò a Parigi per imparare la tecnica dell’ipnosi.

Dal 1886 al 1889 la letteratura sull’ipnosi aumentava di anno in anno e le due scuole della Salpétrière e di Nancy erano in grande polemica fra loro.

Dall’8 al 12 Agosto del 1889 si tenne a Parigi il Primo Congresso Internazionale di ipnotismo, presso l’Hotel Dieu. Fra i presidenti onorari vi era Charcot, che però chiese di essere esonerato, mentre tra i partecipanti ricordiamo: Azam, Babinski, Binet, Delboeuf, Dessoir, Freud, William James, Ladame, Lombroso, Myers, il colonnello De Rochas, Van Eden, Van Renterghem. Gli intervenuti erano così numerosi che la sala risultò troppo piccola per accoglierli tutti. Il congresso fu aperto da Dumontpallier, il quale ricordò tutti i pionieri dell’ipnosi ed affermò che : ‘l’ipnotismo è una scienza sperimentale; la sua marcia in avanti è inarrestabile’.

Poi Ladame di Ginevra lesse un intervento in cui attaccava Delboeuf ed auspicava la proibizione delle rappresentazioni teatrali di tipo ipnotico. Van Renterghem e Van Eeden dettero una descrizione della clinica per la psicoterapia di suggestione che avevano aperto ad Amsterdam due anni prima.

Il giorno seguente, il 9 Agosto, i lavori iniziarono con una relazione di Bernheim che metteva a confronto i diversi pregi delle varie tecniche usate per produrre l’ipnosi e per favorire la suggestionabilità, considerate dal punto di vista terapeutico. Bernheim affermò; ‘Non si è ipnotisti quando si sono ipnotizzate due o tre persone che si sono ipnotizzate da sole. Si è ipnotisti quando, nel corso del lavoro in un Ospedale in cui si abbia la responsabilità dei pazienti, si è in grado di influenzare otto-nove soggetti su dieci’.

Il terzo giorno Marcel Briand presentò il caso clinico di una paziente che temeva di essere sepolta viva. In stato ipnotico la donna fu indotta a vivere la scena, assicurandola che il medico sarebbe giunto in tempo per salvarla. La paziente guarì.

In seguito Bourrou e Bourot riferirono il caso di una paziente isterica. L’11 Agosto i partecipanti visitarono l’Ospedale di Villejuf e il 12 Agosto, ultimo giorno del Congresso, fu dedicato alla visita della Salpétrière.

Al Congresso vi furono i primi segnali del declino della fama di Charcot, cui si accompagnava un trionfale sviluppo della scuola di Nancy. Il 16 Agosto 1893 morì improvvisamente Charcot e con la sua morte si chiuse il periodo aulico della Salpétrière.

La scuola di Nancy sembrava ora dominare il campo, ma in realtà i suoi insegnamenti si facevano sempre meno precisi. Si era cominciato con la parola ‘ipnotismo’, per poi passare alla ‘suggestione’ ed ora, sempre più spesso, si cominciava a parlare di ‘psicoterapia’.

Infatti, per mezzo della suggestione postipnotica, Bernheim aveva dimostrato che un paziente poteva avere in mente un’idea di cui non era affatto conscio e che le idee inconsce che persistevano nella mente potevano anche influenzare le azioni ed il comportamento del paziente, pure quando egli rimaneva completamente inconsapevole della loro esistenza o della loro influenza. Egli dimostrò inoltre che tali idee potevano divenire consce se il terapeuta persisteva nel volerle scoprire.

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

Fonte:

Ellenberger, la scoperta dell’inconscio, Boringhieri

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Storia dell’ipnosi: Mesmer e il magnetismo animale

Dr. Giuliana Proietti

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Mesmer Storia dellipnosi: Mesmer e il magnetismo animaleA sinistra F. A. Mesmer

Come si sa, l’ipnosi è una condizione psichica, eteroindotta o autoindotta (in questo caso si parla di ‘autoipnosi’) caratterizzata da uno stadio intermedio fra la veglia e il sonno, denominato trance. Durante lo stato di trance, l’individuo subisce un affievolimento delle capacità critiche, perde consapevolezza e contatti con la realtà, essendo la sua attenzione interamente captata dalle richieste verbali o dagli ordini dell’ipnotista. Dopo la trance, l’individuo torna ad una condizione normale, che è però accompagnata da amnesia.L’ipnosi era nota e praticata sin dall’antichità presso le popolazioni dei paesi orientali, ad opera degli sciamani. In Europa è stata riscoperta e riproposta da F.A. Mesmer(1734-1815) il quale, attraverso opportune tecniche fisiche, ipotizzava la possibilità di far passare un fluido magnetico dall’ipnotizzatore all’ipnotizzato. Questo fluido fu chiamato dallo stesso Mesmer ‘magnetismo animale’.

Franz Anton Mesmer era tedesco, esperto di alchimia e di esoterismo, musicista ed anche affiliato alla massoneria. Si laureò a Vienna in medicina, dopo di che esercitò la libera professione, operando in Austria, Germania e Francia. A seguito di alcuni successi terapeutici ottenuti attraverso l’applicazione di calamite sulle parti malate del corpo dei suoi pazienti, Mesmer si convinse che lo stato di salute di una persona dipendeva dalla circolazione nel corpo umano di una particolare energia paragonabile al magnetismo.

Malattie e disturbi erano dunque, secondo questa teoria, dei sintomi clinici dell’alterazione della circolazione del fluido magnetico nel corpo. Attraverso l‘applicazione di calamite si faceva aumentare la carica magnetica del malato, sbloccando gli ostacoli alla circolazione del fluido. Col tempo Mesmer ampliò ulteriormente questa teoria: il fluido divenne un materiale sottile onnipresente, capace di dare energia vitale a tutto l’universo, in particolare ai corpi animati (da qui il termine ‘magnestismo animale’).

Mesmer era dunque partito dall’intuizione del potere magnetico della calamita, ma in seguito osservò che non solo le calamite, ma anche alcune persone erano particolarmente cariche di magnetismo, tanto da riuscire a ‘magnetizzare’ altre persone o pazienti, con risultati ancora migliori di quelli ottenibili con le calamite.

Il suo metodo si sviluppò allora attraverso imposizioni di mani irraggianti energie benefiche, bagni collettivi in grandi tinozze contenenti “acque magnetizzate”, e induzione di stati di coscienza alterati, che definiva ‘sonnambulismo artificiale’.

Da quanto detto si capisce perché Mesmer sia stato considerato il precursore dell’ipnosi, della psicoterapia moderna e della psicologia del profondo; d’altro canto però, le sue pratiche, poco dissimili dalla magia, anticiparono anche quello che poi sarebbe divenuto lo spiritismo.

Malgrado le sue fragilissime basi scientifiche, il mesmerismo conobbe una stagione di successo enorme, soprattutto negli ambienti nobiliari e altoborghesi di Parigi, città in cui Mesmer si era trasferito attorno al 1775. (Mozart, che aveva conosciuto Mesmer in gioventù, mise in scena nell’opera “Così Fan Tutte” una parodia della terapia magnetica, nella quale un finto medico cura con una calamita due finti malati che avevano finto di essersi avvelenati per amore).

Mesmer fu uno degli uomini più controversi della sua epoca, oggetto allo stesso tempo di lodi appassionate e di accuse feroci, indicato di volta in volta come genio della guarigione e come sfacciato ciarlatano. Del resto aveva delle reali competenze mediche, oltre che un profondo intuito psicologico, a cui affiancava fascino personale e doti da imbonitore, per cui era difficile inquadrarlo nell’una o nell’altra categoria.

Il re Luigi XVI nominò una commissione (1785) di scienziati per indagare sulle teorie di Mesmer: ne facevano parte l’astronomo Bailly (la teoria di Mesmer era nata dall’ipotesi di presunti influssi astrali), il chimico Lavoisier e Benjamin Franklin, che all’epoca era ambasciatore degli Stati Uniti in Francia. La commissione, nella relazione pubblica che seguì lo studio, ritenne impossibile riscontrare prove scientifiche dell’esistenza del magnetismo animale e della natura magnetica delle malattie o della terapia di Mesmer. In un’altra relazione, non resa pubblica, sollevava invece il dubbio che l’intenso rapporto, anche fisico, tra il magnetizzatore e le sue pazienti fosse dovuto a tecniche di seduzione da parte del ‘magnetizzatore’.

L’ipotesi del magnetismo formulata da Mesmer non era del tutto originale ma raccoglieva, a sua volta, varie idee precedenti: l’influsso astrale sulla fisiologia e sulla patologia appartiene a molte medicine antiche, tra le quali anche quella greca (e rimane nel linguaggio medico moderno con l’influenza). All’epoca sembrava ragionevole che, come la Luna causava le maree, cosi’ potesse alterare il flusso dei liquidi corporei.

Dopo il resoconto critico della commissione reale e la fuga di Mesmer da Parigi (dove era stato bollato come ciarlatano), il suo allievo Puysegur pervenne alla conclusione che le terapie magnetiche non si appoggiavano su fenomeni fisici, ma avevano natura psicologica. Investigò a lungo lo stato psicologico del soggetto sottoposto alla magnetizzazione e lo definì sonnambulismo.

Nel 1842, l’inglese J. Braid (1795-1860) propose una spiegazione del fenomeno a livello neurologico (coniando il termine neuroipnologia, dal quale deriva l’attuale termine ‘ipnosi’) ed inaugurando il metodo dell’induzione verbale.

L’ipnosi continuò ad essere praticata nei teatri per fare spettacolo, ma rimase anche, dimenticata, in alcuni libri di medicina…

Fino a quando il neuropatologo francese J. M.Charcot, direttore della clinica neurologica della Salpétrière a Parigi non la adottò per la terapia delle nevrosi, riscattandola dall’oblio e dalla cattiva reputazione, con il suo prestigio personale.

Per la cronaca, Mesmer morì nel 1815, quasi dimenticato.

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

Fonte: Ellenberger, La scoperta dell’inconscio, ed. It. Boringhieri, Torino, 1977
Galimberti, Dizionario di psicologia, De Agostini

Siti Web consultati:
Cicap
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Declino di Charcot e ascesa di Bernheim presso Freud

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 Declino di Charcot e ascesa di Bernheim presso FreudA sinistra: Hyppolite Bernheim

Charcot era famoso presso i suoi contemporanei per la sua attività legata all’isteria e all’ipnotismo. Il suo aprire le porte al mondo sconosciuto dell’inconscio, attraverso l’ipnosi, ispirò molti scrittori dell’epoca, come Alphonse e Leon Daudet, Zola, Maupassant e, più tardi, Pirandello e Proust. Sappiamo dalla testimonianza di un ospite americano che, all’inizio del 1893, Charcot era in pessime condizioni di salute, anche se ancora vivace intellettualmente. Nell’agosto dello stesso anno però, durante una vacanza a Vézelay, morì improvvisamente nella sua camera d’albergo. La memoria di Charcot svanì presto e le sue opere furono ripudiate da molti discepoli. Ma Charcot non era l’unico, all’epoca, a parlare di ipnosi.

La scuola di Nancy era stata fondata da Ambroise Liébeault,un medico che oltre che di medicina ufficiale si interessava anche di ‘magnestismo’, cioè ipnotizzava i suoi pazienti e provava a farli guarire attraverso la suggestione. Il medico francese ipnotizzava invitando i suoi pazienti a guardarlo negli occhi e suggerendogli che stava provando una sonnolenza crescente. Quando il paziente era leggermente ipnotizzato, Liébaeault lo rassicurava che tutti i suoi sintomi erano scomparsi. La maggior parte della clientela era costituita da povera gente. I colleghi medici lo consideravano invece un ciarlatano. Nel 1882 però un professore rinomato, Hyppolite Bernheim, fece visita al vecchio Liébeault e si convinse delle sue idee, tanto da introdurre il suo metodo nell’ospedale universitario.

Bernheim (1840-1919) era una persona minuta, dagli occhi azzurri, che parlava con voce dolce, ma dirigeva il suo reparto ospedaliero con molta autorità. E con altrettanta autorità ipnotizzava i pazienti.
In opposizione a Charcot, egli affermava che l’ipnosi non era una condizione patologica presente solo negli isterici, ma che era invece un effetto della ‘suggestione’. Egli negava la validità della teoria dell’isteria di Charcot e affermava che le condizioni isteriche mostrate alla Salpetrière erano artefatte.

Con il passare del tempo, Bernheim si si servì sempre meno dell’ipnotismo, sostenendo che gli effetti che si potevano ottenere con tale metodo erano ottenibili anche per mezzo di suggestione nello stato vigile, un procedimento che la scuola di Nancy chiamò “psicoterapia“.

Anche Freud cercava, all’epoca, di saperne di più sull’ipnosi. Nel 1889, a Nancy, Freud incontrò Hyppolite Bernheim ed il vecchio Liébeault. Freud rimase molto colpito dall’incontro, tanto che tradusse dal francese il libro di Hyppolite Bernheim sull’uso terapeutico della suggestione “Ipnotismo e suggestione” (1887).

Verso il 1900 Bernheim veniva considerato il più grande psicoterapeuta d’Europa, ma anche lui, dieci anni dopo, finì dimenticato.

Fonte: Ellenberger, La scoperta dell’inconscio, Boringhieri

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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