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Altruismo: esiste davvero?

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Altruismo: esiste davvero?

altruismo

Cosa significa il termine “altruismo”?

La parola “altruismo” (dal latino alter, altro) indica la capacità, la predisposizione, il desiderio, la volontà, di interessarsi al benessere dei propri simili. Il termine è stato coniato da Auguste Comte, francese, fondatore del positivismo, allo scopo di descrivere il cardine della sua dottrina del ‘vivere per gli altri’ (Catechismo Positivista 1832). Egli credeva infatti che gli individui avessero un’obbligazione morale a servire l’interesse degli altri, ad essere ‘buoni’ nei confronti dell’umanità, mettendo gli interessi altrui sempre prima dei propri.

C’è affinità fra il termine “altruismo” e “filantropia”?

Certamente. Il termine ‘altruismo’  non è dissimile dal termine di origine greca ‘filantropia’ (disposizione dell’animo a iniziative umanitarie che si traduce in attività dirette a realizzarle). Altri sinonimi sono ‘benevolenza’ o ‘beneficienza’. Per questa ragione sia l’altruista, sia il filantropo, hanno la tendenza a fare del bene.

Una persona “caritatevole” è una persona “altruista”?

Si, ma in questo caso la persona può fare del bene più per motivi religiosi che umanitari. L’altruista fa le cose semplicemente per il desiderio di aiutare, non perché si sente obbligato da ragioni di dovere, lealtà o religione.

Perché in psicologia sociale l’altruismo si definisce un comportamento pro-sociale?

Gli psicologi sociali definiscono l’altruismo un comportamento prosociale, nel senso che si tratta di azioni fatte a beneficio di qualcuno o della collettività.

Tutti i comportamenti pro-sociali sono anche altruistici?

No. Il comportamento pro-sociale si riferisce a qualsiasi azione a beneficio di altre persone, non importa quale sia il motivo che spinge il donatore all’azione. Tutti gli atti altruistici dunque sono pro-sociali, ma non tutti i comportamenti prosociali sono completamente altruistici. Ad esempio, si possono aiutare gli altri per una serie di motivi, come il senso di colpa, l’obbligo, il senso del dovere, o anche per ricevere un premio.

Quali sono le ragioni biologiche dell’altruismo?

In genere si ritiene che le persone siano più propense ad aiutare i propri parenti stretti,  al fine di garantire la continuazione di geni condivisi. Più le persone sono imparentate, più è probabile che le persone si aiutino.

L’altruismo influisce anche sull’organismo?

Si. L’altruismo attiva infatti i centri di ricompensa nel cervello. I neurobiologi hanno scoperto che quando sono coinvolti in un atto altruistico, i centri del piacere del cervello si attivano.

Cosa è la norma della reciprocità?

La norma della reciprocità è un’aspettativa sociale per la quale ci si sente spinti ad aiutare le persone dalle quali si è ricevuto in precedenza un comportamento di gentilezza.

Quali sono le ragioni psicologiche che spingono verso l’altruismo?

Le persone hanno maggiori probabilità di impegnarsi in comportamenti altruistici quando provano empatia per la persona che è in difficoltà, una teoria nota come “ipotesi di empatia-altruismo”.  Gli atti altruistici aiutano anche ad alleviare i sentimenti negativi creati dall’osservazione di qualcun altro in difficoltà: vedere una persona nei guai può provocare angoscia o disagio, per cui aiutare la persona in difficoltà permette di ridurre questi sentimenti negativi.

Vi sono sempre secondi fini nel comportamento dell’altruista?

La persona veramente altruista è disinteressata, nel senso che i suoi gesti non si basano sul principio del do ut des (dò affinché poi io sia ricambiato). L’altruista sente una motivazione interiore ad aiutare gli altri e non è mai obbligato a farlo: qualora vi fossero imposizioni, ricompense, o particolari riguardi per l’opera prestata, non si può parlare di reale altruismo. Secondo molti psicologi tuttavia l’altruismo totalmente disinteressato in realtà non esiste, in quanto vi sarebbe sempre un beneficio secondario del donatore, attraverso le gratificazioni che può ricevere in cambio del suo gesto di generosità: ad esempio il senso di autorealizzazione, di autostima, di riconoscimento sociale. (In uno studio di Latané e Darley, sull’ “altruismo del passante”, si è visto che questi gesti verso persone sconosciute avvengono spesso in presenza di altri e sono rari o inesistenti quando non vi è un pubblico ‘giudicante’).

Comportamento e Motivazione altruista sono sinonimi?

Certamente no. E’ opportuno anzi distinguere fra “comportamento” e “motivazione” altruista: non sempre un comportamento altruista nasce da una motivazione disinteressata.

L’altruismo dipende dalla genetica?

No: non è una virtù individuale geneticamente determinata: come tutte le qualità umane l’altruismo è il risultato di una complessa interazione tra cultura, genetica e personalità.

L’altruismo è sempre stato considerato da tutti una virtù?

No. Per Nietzsche ad esempio, ritenere che i bisogni degli altri dovessero venire prima dei propri è degradante e demotivante verso se stessi. Diceva inoltre il filosofo che la cultura dell’altruismo non è un fatto naturale, in quanto questa aspirazione non esisteva in Europa prima della diffusione della cristianità. Anche gli economisti sono stati sempre contrari a vedere nell’altruismo una virtù. Per loro l’essere umano, nel processo decisionale, è fortemente dominato dalla sua natura egoista ed è proprio grazie a questo sentimento che nel mercato i soggetti soddisfano i propri bisogni e perseguono i propri fini. Di conseguenza, in senso economico, la generosità disinteressata si rivelerebbe un’incongruenza dell’agire umano, un atteggiamento irrazionale.

Dr. Giuliana Proietti

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Dr. Giuliana Proietti
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Psicoterapeuta Sessuologa
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