Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer: una biografia

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Arthur Schopenhauer: una biografia

Ultimo aggiornamento: Set 22, 2021 @ 19:37

Arthur Schopenhauer è un filosofo molto amato dagli artisti, dai musicisti, dai letterati, che nei suoi scritti, intrisi di pessimismo, ritrovano spunti di ispirazione per le loro opere. In Italia, per questo motivo, viene spesso assimilato a Giacomo Leopardi.

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Il filosofo nacque il 22 Febbraio 1788. La sua era una famiglia di ricchi commercianti olandesi. Il padre, Floris Schopenhauer scelse addirittura per il figlio il nome ‘Arthur’,(un nome scritto alla stessa maniera in inglese, francese e tedesco), proprio per facilitargli la carriera nei commerci internazionali di cui egli stesso si occupava. Arthur nacque a Danzica (Polonia), ma dopo cinque anni la famiglia si trasferì ad Amburgo (Marzo 1793), perché la città di Danzica fu annessa alla Prussia.

Schopenhauer viaggiò molto in Europa, insieme alla sua famiglia (dal 1803 al 1804 soggiornarono in Olanda, Svizzera, Austria, Francia ed Inghilterra). Ebbe così modo di apprendere sin da piccolo le lingue straniere, soprattutto l’inglese e il francese. Questo periodo, come egli stesso ebbe poi a dire, fu il più felice della sua vita.

Il 20 Aprile del 1805 morì il padre (forse per suicidio) e Arthur per due anni tentò di seguire la strada che suo padre aveva previsto per lui. Ma il commercio non lo interessava e così, all’età di 19 anni, lasciò Amburgo per prepararsi ai suoi studi universitari. La madre, Johanna Henriette Troisiener Schopenhauer (1766–1838), figlia di un senatore, insieme all’altra figlia Luise Adelaide Lavinia Schopenhauer (1797-1849), decise allora di lasciare la casa di Neuer Wandrahm 92 per raggiungere Weimar. Qui cominciò a fare vita mondana, come animatrice di un salotto letterario molto frequentato. Iniziò anche una relazione con Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832).

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Il giovane Arthur non gradiva la cosa, non amava la vita mondana e riteneva immorale il comportamento della madre. Si chiuse così in un’esistenza ritirata, dedita allo studio approfondito dei classici latini e greci, della filosofia orientale e di alcuni mistici.

Nel 1809 si iscrisse alla facoltà di medicina dell’università di Gottingen, dove ascoltò le lezioni dello scettico G.E. Schulze; nel 1811 si trasferì all’Università di Berlino, dove seguì i corsi di F. Schleiermacher e di Fichte, del quale rimase deluso.

Si laureò in filosofia all’Università di Jena nel 1813, con una tesi Sulla quadruplice radice del principio di ragion sufficiente, pubblicata in quello stesso anno a Weimer.

Fortemente critico della filosofia accademica, come appare dal suo divertente scritto polemico Sulla filosofia all’università, Schopenhauer attaccò sia la metafisica che la filosofia della religione e il nazionalismo germanico della filosofia hegeliana. Dichiarandosi ateo, egli preferiva occuparsi dell’Illuminismo, in particolare di Voltaire.

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Nel 1816 veniva stampato il suo trattato Sulla vista e i colori, in difesa delle teorie scientifiche di Goethe.

I temi di queste dissertazioni giovanili confluiranno poi nell’opera maggiore di Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, composta a Dresda fra il 1814 ed il 1818 e pubblicata nel 1819 (opera che fu accolta, inizialmente, con grande freddezza, perché considerata profondamente ed irragionevolmente pessimista, in un’epoca di idealismo imperante).

Dopo un soggiorno in Italia (1818-1819), Schopenhauer conseguì la libera docenza a Berlino, nel 1820, nonostante un contrasto con Hegel, ma i suoi corsi, che si tenevano nello stesso orario dei corsi di Hegel, ebbero scarso successo, tanto da fargli abbandonare l’insegnamento dopo il primo semestre. Lasciata Berlino, viaggiò ancora, in Svizzera, Italia e Germania. Tornò a Berlino nel 1825, per ritentare la via dell’insegnamento.

Constatato ancora una volta il fallimento del suo progetto (nessuno frequentava le sue lezioni), Schopenhauer si trasferì definitivamente a Francoforte. Il successo arrivò solo nel 1851, quando pubblicò Paregra e Paralipomena, una raccolta di aforismi. Dopo nove anni dalla conquista definitiva del successo morì: era il 1860. Ispirato da Platone e Kant, Schopenhauer sviluppò le sue teorie filosofiche in un clima di misticismo e di ascetismo ed infatti, non a caso, la sua ricetta per la felicità consiste nell’imparare a minimizzare i bisogni ed i desideri.

Nella sua opera filosofica, Schopenhauer parte dalla filosofia di Kant, il quale aveva operato una distinzione del mondo in due parti: da una parte il mondo fenomenico (ciò che apprendiamo e ci appare dall’esperienza diretta delle cose), e dall’altra il mondo delle cose in sé, inaccessibili alla nostra coscienza. Schopenhauer chiamò i fenomeni ‘rappresentazioni’ e la cosa in sé ‘volontà’.

La volontà, “cieco e irresistibile impeto”, non è una caratteristica del carattere umano, ma un impulso irrazionale e caotico, una vera e propria entità a sé, ciò che da sempre sostiene il mondo e che sempre lo sosterrà. La volontà è presente in tutti gli esseri viventi, siano essi animali o piante, ma solo l’uomo è capace di rendersene conto, perché munito di una ragione capace di intuire la volontà, ovvero la cosa in sé. Il mondo degli uomini, apparentemente ordinato nelle sue leggi, è in realtà il prodotto di un’energia irrazionale ed assoluta, che non ha alcuno scopo, diversamente a quanto credono gli uomini, che in tutto vedono e vogliono vedere un fine.

“… tutto ciò che esiste per la conoscenza, cioè questo mondo intero, è solamente oggetto in rapporto al soggetto, intuizione di chi intuisce, in una parola: una rappresentazione.” La realtà esiste, ma è velata, nascosta dietro un velo di interpretazioni illusorie (in questa formulazione si ispirò alla filosofia indiana dei Veda). Nella vita di tutti i giorni percepiamo una certa realtà (natura, persone, oggetti, relazioni, istituzioni ecc.): certamente è tutto vero, ma si tratta comunque di percezioni (fenomeni) umane e dunque limitate dalla soggettività delle percezioni. L’essere umano “non conosce né il Sole né la terra, ma solo un occhio che vede un Sole, una mano, che sente una terra…” La realtà dunque è filtrata dai nostri sensi; dalle percezioni del corpo, che ci permettono di costruire la nostra rappresentazione del mondo. Il mondo percepito non è quindi il vero oggetto nella totalità delle sue qualità (la cosa in sé), ma solo un’interpretazione (la rappresentazione) che ne dà il nostro corpo.

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La volontà è anche un istinto alla sopravvivenza: “miliardi di esseri, vegetali, animali, umani, non vivono che per vivere e per continuare a vivere”… La volontà genera il mondo dei fenomeni come una gerarchia di molteplici esseri ed entità in perenne lotta, nell’illusione di sopravvivere e affermare la propria individualità. La volontà è assenza di ogni fine, di ogni desiderio di ordine e di bene: è solamente un caos vitale che vuole e difende la vita ciecamente e senza alcun progetto, senza un istinto senza uno scopo.

La volontà spinge l’uomo a desiderare, agire, lottare, soffrire, ma è situata fuori dallo spazio e dal tempo; la volontà è unica e universale, cieca e malvagia, in quanto non regolata dalla ragione. La realtà è assurda, insensata, priva di ogni scopo (irrazionalismo). L’essere umano non ha possibilità di scegliere: crede di perseguire proprie finalità e di prendere decisioni in piena autonomia, ma non è così, perché chi decide per lui è la volontà con il suo cieco impulso alla vita e alla sopravvivenza, all’istinto di conservazione e di perpetuazione della specie.

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Il filosofo è colui che prova un autentico stupore dinanzi al mondo reale e non una mera «curiosità intellettuale indiretta e derivata», ma anche scandalo di fronte al dolore e al male del mondo. La storia, ad esempio, non dipende da una volontà superiore, la divina provvidenza, ma è una ripetizione incessante di una giostra, di desiderio e sazietà: «la vita dell’uomo oscilla come un pendolo, di qua e di là, tra il dolore e la noia, che sono in realtà i suoi veri elementi costitutivi». La vera liberazione è possibile dunque solo attraverso la consapevolezza del destino di sofferenza dell’uomo. Il dolore infatti, essendo soggetto alla volontà, non può fare a meno di desiderare e quindi essere insoddisfatto, il piacere esiste solo in quanto appagamento fuggevole e breve della volontà. E dopo il piacere c’è la noia, cioè la mancanza di una volontà impellente: “Dei sette giorni della settimana, sei sono di dolore e di bisogno e il settimo è di noia.”

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Annullare la volontà significa entrare in uno stato di quiete, di distacco ascetico che permette l’annullamento del desiderio di gioia e di vita: spenta ogni volontà si spegne ogni dolore. Questo stato di quiete è la nolontà (o noluntas, contrapposta alla voluntas), ovvero l’esperienza del nulla come fondamento ultimo del tutto, accettato con assoluta serenità e indifferenza. Il rifiuto della volontà è l’unico atto liberamente concesso all’uomo costretto nella sua sofferenza,l’unico che può portarlo al Nirvana.

L’essere umano deve liberarsi della propria individualità, ponendosi oltre la volontà, oltre il tempo e il dolore, contemplando il mondo in modo disinteressato e divenendo soggetto puro di conoscenza. Tre tappe segnano il cammino verso la nolontà:
– la giustizia, il riconoscimento del comune destino umano che porta al superamento dell’egoismo individuale;
– la bontà, l’amore per gli altri inteso come compassione e conoscenza del dolore altrui attraverso il proprio;
– l’ascesi, l’esperienza del mondo come puro nulla e dissoluzione della propria individualità nel Nulla attraverso la castità, la rassegnazione, la povertà e il sacrificio.

Ulteriori possibilità per sfuggire alla volontà si possono trovare nell’arte, nella contemplazione della bellezza celata nell’arte, in particolare nella tragedia e nella musica. Ma l’arte è solo una forma di conforto e quindi ha solo un effetto momentaneo. Poi c’è la morale, con la quale è possibile esercitare l’amore per l’altro (compassione). Così io percepisco una rappresentazione dell’altro che non è esattamente l’esistenza stessa dell’altro, ma è la mia rappresentazione della sua esistenza, in questo modo è possibile vincere l’egoismo volontario. Infine, il suicidio. L’annullamento della volontà di vivere può essere raggiunta anche con il suicidio, ma Schopenhauer deplora questo gesto per due motivi: il primo è che il suicidio non è dettato da un annullamento della volontà, bensì dall’insoddisfazione dell’individuo di una situazione particolare che sta vivendo; il secondo motivo è che l’annullamento di una singola volontà non intacca minimamente la volontà in sé, infatti la volontà continuerebbe a vivere, perchè assoluta e infinita.

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Queste concezioni influenzarono fortemente filosofi come Friedrich Nietzsche, Bergson, Dewey ed anche il padre della psicoanalisi, Sigmund Freud.

Fu Thomas Mann a mettere in evidenza fra i primi una certa familiarità fra Schopenhauer e Freud, in particolare per quanto riguarda la descrizione freudiana dell’Es e dell’Io, molto simili alla descrizione di Schopenhauer dei concetti di volontà ed intelletto. Schopenhauer parlava dell’Io come di una voce che rimbomba in una sfera cava di vetro e se si cerca di afferrare questa voce, che sembra la propria, ma non lo è, ci si rende conto di abbracciare un fantasma. Gli individui sono un capriccio di questa volontà di vivere, di questa entità anonima che parla in tutti gli esseri viventi, dalle formiche all’uomo, “siamo come dei ghirigori che la volontà di vivere traccia nella lavagna infinita dello spazio e del tempo” o ancora, siamo come i personaggi della commedia dell’arte italiana, Pantalone e Colombina, che ripetono sempre la loro parte e in un certo modo non vivono ma sono vissuti, non pensano ma son pensati, non agiscono ma sono agiti. Anche Freud parlò dell’Io in questi termini, dicendo che non è padrone in casa sua, che non guida la danza, un Io che deve districarsi tra varie istanze psichiche e tra varie forze, che non può controllare.

Schopenhauer e Freud ebbero in particolare tre punti in comune:
– la concezione irrazionalistica dell’uomo
– l’identificazione della pulsione generale di vita con la pulsione sessuale
– il pessimismo antropologico

Schopenhauer fu maestro anche di Jung, in quanto fu il primo filosofo occidentale a fare uso nei suoi scritti e nelle sue riflessioni dei temi della saggezza orientale e fu fonte di ispirazione per la formulazione del concetto di libido jungiana, che nel vissuto soggettivo si manifesta come volontà, nel senso proposto dal filosofo. .Un altro psicoanalista, postfreudiano, Lacan, si ispirò a Schopenhauer quando disse: “Io sono dove non penso e penso dove non sono”, dissolvendo così il binomio cartesiano Cogito, ergo sum.

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