Attività neuronale in una persona in ‘stato vegetativo’

Attività neuronale in una persona in ‘stato vegetativo’

Relazione sulle Coppie Non Monogamiche

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La storia è quella di una ragazza di 23 anni, ricoverata presso il reparto di neurologia del Medical Research Council (MRC) dell’Università di Cambridge. Nel luglio 2005, dopo un incidente, la ragazza è entrata in coma per cinque mesi; a dicembre 2005 ha aperto gli occhi. I medici, che non potevano comunicare con la paziente e che non avevano alcun modo per verificare quale fosse realmente il suo stato di coscienza, ritenevano che il suo fosse uno ‘stato vegetativo’.

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Aprire gli occhi e respirare normalmente è apparso subito come un ‘risveglio’. La ragazza però sembrava non riconoscere l’ambiente in cui si trovava, non riconosceva le persone. Il team di neurologi che la segue, guidato dal Dr. Adrian Owen ha deciso allora di utilizzare sulla paziente l’f-Mri (Functional magnetic resonance imaging) un macchinario che consente di fare delle diagnosi accurate attraverso delle immagini. I medici hanno invitato la paziente ad immaginare una partita a tennis. Si è visto così che i neuroni della “corteccia premotoria” (la regione del cervello che si attiva quando si cerca di immaginare un movimento fisico) hanno cominciato a rispondere agli stimoli.

Quando invece l’ordine era di “passare da una stanza di casa a un’altra”, la parte del cervello che genera le “mappe spaziali” si è illuminata esattamente come in una persona sana. Dall’attività neurologica i medici sono sicuri che la paziente sia consapevole e collaborante. “Le nostre scoperte non costituiscono una prova inequivocabile del fatto che questa donna sia ‘consapevole’ , ma sappiamo da precedenti ricerche che risposte di questo genere richiedono l’azione intenzionale del participante”, ha spiegato Owen.

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Il Dr. James Bernat, professore di neurologia presso la Dartmouth Medical School, non coinvolto in questo studio, così consiglia i parenti di queste persone dichiarate in stato vegetativo: “Anche se riteniamo che i pazienti non siano consapevoli, credo sia necessario continuare a parlare loro, spiegando cosa succede, facendoli sentire a proprio agio, perchè forse essi sono lì, all’interno del corpo, consapevoli di tutto”.

Diversa da questa era la storia di Terri Schiavo, che morì l’anno scorso dopo quindici anni di coma ed un dibattito internazionale sui diritti dei pazienti. La Schiavo aveva dei danni al cervello superiori alla donna di Cambridge, per cui il giornale Science, che riporta la notizia, aggiunge che non bisogna generalizzare sui casi che riguardano gli stati vegetativi, perché ogni caso è diverso dall’altro e presenta differenti livelli di gravità.

In ogni caso questa nuova tecnica è importante perché può far comprendere quali pazienti possono far sperare in una ripresa.

Fonte: New York Times

Dr. Walter La Gatta

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