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La spiritualità nella pratica clinica

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La spiritualità nella pratica clinica

spiritualità

La medicina è basata sulla scienza e dunque è sacrosanto difendere la pratica medica da ogni tentativo di intrusione da parte di qualsiasi fede, misticismo o superstizione.

La scienza infatti, a differenza di altre discipline, si basa sulla trasparenza e sulle prove ripetibili e per questo garantisce che le sue affermazioni siano corrette e capaci di offrire un buon livello di sicurezza nelle cure e nelle tecniche utilizzate.

Tuttavia, nonostante l’evidente efficacia dei trattamenti medici basati sulla scienza, un numero crescente di pazienti cerca delle cure alternative, che si avvicinano più al misterioso dominio del sacro che alle certezze della scienza. Come mai?

Chiariamo anzitutto cosa è il sacro: una fonte di significato e di scopo, che si trova al di sopra e al di là dei bisogni e degli interessi personali. Il dominio sacro può riferirsi a credenze in una realtà trascendente (come nel Taoismo e nel Buddismo) o a credenze in un Essere Supremo (come in molte religioni, fra cui quella cristiana).

Nella religione cristiana, islamica ed ebraica si insegna che tutti gli esseri umani sono dotati di una parte animale (il corpo) e di una parte divina (l’anima). L’ “anima” è dunque quella parte di sé connessa al mondo del sacro.

L’atteggiamento spirituale consiste nel tentare di connettersi con il divino dentro di sé, rappresentato dall’anima, per lasciarsi guidare nel mondo materiale, trascendendo l’ego. La spiritualità permette di raggiungere stati di coscienza particolari, che fanno sentire la persona a contatto con l’universo, con il divino.

Non si tratta di religione, quanto di religiosità: un atteggiamento che secondo Jung appartiene all’inconscio collettivo ed è innato nell’essere umano. Questo potrebbe aiutare a capire  perché molte persone, anche non credenti in un Dio o in una fede specifica, esprimano un forte interesse per la meditazione, lo yoga e altre pratiche simili: per raggiungere stati di coscienza particolari, in cui appare più semplice elaborare il senso della vita.

Negli ultimi anni la ricerca ha cercato di comprendere le basi cerebrali della spiritualità, delle esperienze mistiche e del sentimento religioso  e negli ultimi anni sono stati compiuti reali progressi nella definizione scientifica degli stati mentali studiati, tanto che sono stati proposti due nuovi campi di studio: la Neuroteologia (Neurotheology) e la Neuroscienza dello Spirito (Spiritual Neuroscience).

Gli studi di fMRI (risonanza magnetica funzionale) e QEEG (elettroencefalografia quantitativa) condotti su soggetti che si dedicavano a pratiche spirituali documentano un’attività cerebrale estesa e complessa, con aumento diffuso dell’attività theta, ossia delle onde lente, il che indica una modificazione di funzioni neurali alla base della coscienza. E’ stato inoltre dimostrato che le pratiche spirituali producono un aumento delle abilità cognitive dipendenti dall’attenzione e rallentano il processo di invecchiamento.

Le neuroscienze dello spirito si sono inoltre collegate con la psiconeuroimmunologia, prendendo le mosse dagli effetti degli stati mentali che rientrano nella definizione di “affetto positivo” (positive affect, ovvero sentimenti che riflettono un livello di impegno piacevole con l’ambiente come la felicità, la gioia, l’eccitazione, l’entusiasmo e la contentezza) sul sistema immunitario.

Seppure nei tempi antichi la medicina fosse vista come un dono della Divinità e dunque qualcosa che aveva a che fare con il trascendente, la spiritualità dai tempi di Cartesio (1596-1650) viene considerata una dimensione dell’esperienza umana di scarso interesse e  non meritevole di approfondimento da parte delle terapie secolari e scientifiche. Per lungo tempo si è optato per un approccio rigidamente dualistico per le cure alla persona: da una parte c’erano appunto i medici, che curavano i corpi, dall’altra vi erano i sacerdoti, che si occupavano dell’anima. Oggi questo dualismo non viene più accettato, in primis dai pazienti: essi vogliono sempre più essere avvicinati come persone che provano emozioni e sentimenti e non come individui senza volto con organi malfunzionanti.

Con la medicina olistica (dal greco ὅλος hòlos, cioè “totale”, “globale”) si è cercato negli ultimi anni di superare il modello del riduzionismo scientifico, che non tiene conto delle dimensioni psicologiche, sociali, spirituali, in quanto estranee al controllo biomedico: in questa nuova ottica un essere umano, in quanto tale, viene considerato sempre come un’unità-totalità, non esprimibile con l’insieme delle parti che lo costituiscono. I professionisti della salute hanno compreso che non basta curare, ma occorre anche prendersi cura dei pazienti: attraverso l’ascolto empatico, l’incoraggiamento, il loro coinvolgimento nel trattamento. Sono infatti nati nuovi approcci per l’agire clinico, come la Medicina Narrativa o la Patient-Centered Medicine, che hanno lo scopo di mettere a punto un percorso di cura personalizzato e condiviso, coniugando la prospettiva del medico con quella del paziente, dei suoi valori, del suo vissuto, del suo gruppo familiare e sociale di riferimento.

L’esperienza della malattia è qualcosa che pone la persona a contatto con le proprie fragilità e permette di sondare i propri limiti rispetto alla grandiosità dell’universo e a quanto è fuori dalla sua portata. In questi momenti la spiritualità può essere di grande aiuto per superare i momenti di crisi e di sofferenza. Ciò che si desidera è trovare il bene nella situazione negativa, lo scopo nella sofferenza, la sicurezza nell’ignoto, lasciando andare le proprie paure.

Numerosi studi nel corso degli anni hanno confermato gli incredibili benefici delle credenze spirituali durante i periodi di difficoltà e malattia. Queste scoperte non solo mostrano che la spiritualità è legata a una maggiore salute emotiva e mentale, ma anche alla salute fisica. Una maggiore spiritualità durante la malattia, così come in presenza di disastri naturali, lutti, fallimenti personali, ecc., permette infatti di sperimentare un tipo speciale di serenità interiore, che è in netto contrasto con la sofferenza.

La pratica clinica tuttavia deve essere esente dall’influenza di qualsiasi dottrina, fede o ideologia: l’atteggiamento scientifico deve sempre prevalere nella cura, per non tornare indietro ai tempi del pensiero magico o religioso. Nessuno pensa di poter rimettere sullo stesso piano astronomia e astrologia, frenologia e neuroscienze, alchimia e chimica, psicologia e parapsicologia: la scienza è, per definizione, “laica” e il termine greco “laikos” sta a significare  l’assoluta non appartenenza a modelli religiosi, filosofici o politici.

Per queste ragioni, né i medici, né gli psicologi ricevono oggi un’adeguata formazione su temi filosofici e spirituali; essi non hanno né parole, né strumenti che possano essere comparabili, in valore ed efficacia, a quelli religiosi e spirituali (ad esempio la meditazione, la preghiera, l’ascolto di musica sacra, il pellegrinaggio ecc.) per raggiungere quegli stati mentali che permettono di ritrovare la serenità, nonché una straordinaria forza per far fronte alle avversità.

Religione e Spiritualità però non sono sinonimi: la spiritualità può includere anche l’adesione a una fede religiosa, ma può riguardare semplicemente il bisogno di cercare significati, scopi, realizzazioni, anche in assenza di religione. Si potrebbe dunque cercare di sviluppare una “spiritualità laica” , nel senso della naturale ricerca del  significato misterioso della vita (Non a caso in molte lingue la parola “spirito” coincide con quella di respiro, quasi a sottolineare l’impossibilità di fare a meno di questa dimensione).

Ad esempio, è stato dimostrato che la dimensione spirituale può essere ricercata in un maggiore contatto con la natura: coltivare un orto o un giardino, ma anche passeggiare nei boschi, viaggiare in luoghi esotici e così via. Altri effetti importanti li raggiungono gli strumenti indicati dalla psicologia positiva: il perdono, la gratitudine, la meditazione, l’accettazione, la speranza, la resilienza. Si possono anche indirizzare i pazienti verso la lettura di romanzi, poesie, saggi di filosofia, oppure attraverso  l’ascolto o la produzione di musica (in particolare, imparando a suonare uno strumento), ma anche attraverso la partecipazione ad attività di volontariato.

Questi espedienti, spirituali e laici nello stesso tempo, sono sicuramente auspicabili in qualsiasi terapia e non credo possano trovare resistenze in ambito scientifico, per cui mi chiedo se non sia davvero il caso di migliorare la preparazione generale dei professionisti della salute, introducendo nella loro formazione anche degli strumenti per conoscere ed usare la spiritualità a fini terapeutici.

Dr. Giuliana Proietti

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