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Le democrazie del mondo sono a rischio?

Un tempo li conoscevamo come i “persuasori occulti”, come nella pittoresca espressione di Vance Packard degli anni cinquanta, per indicare il gruppo dei lobbisti, specialisti di marketing, e opinion-makers che usavano qualsiasi trucco per farci comprare i loro prodotti e servizi o votare per un loro candidato.

Oggi, algoritmi segreti e profilazione psicografica, troll farms offshore (organizzazioni con sedi all’estero che hanno lo scopo di creare conflitti e divisioni in una comunità online attraverso la diffusione di post e commenti provocatori, generalmente falsi, capaci di suscitare rabbia e sdegno NdT) e politici senza scrupoli, sono meglio conosciuti come gli “eserciti della manipolazione”, e il loro gaslighting (forma di violenza psicologica nella quale false informazioni sono presentate alla vittima con l’intento di farla dubitare della sua stessa memoria e percezione, NdT) ad alto impatto e a basso costo  sta minando le democrazie in tutto il mondo.

Questa è la cupa conclusione di Manipulating Social Media to Undermine Democracy, una relazione tempestiva e ben documentata pubblicata all’inizio di questa settimana (articolo datato 18-11-2017 NdT) dalla associazione noprofit americana di controllo Freedom House. Finanziato in parte dal Bureau of Democracy del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, come da Google, Yahoo e molti altri partner, la relazione è un aggiornamento annuale sullo stato di libertà presente in rete, di per sé una finestra sulla salute e la vulnerabilità dei sistemi politici in ogni regione del mondo.

“I governi di tutto il mondo hanno drasticamente aumentato i loro sforzi per manipolare le informazioni sui social media nel corso dell’ultimo anno” nota la relazione, con un forte aumento in almeno la metà delle 65 nazioni studiate. Dei  3,4 miliardi di utenti Internet nel mondo, il 42% di noi “vive in paesi i cui governi impiegano eserciti di ‘ Opinion Shapers ‘  (in Italia sono detti anche Influencer, NdT) per diffondere opinioni governative e contrastare le critiche sui social media.”
E il 63%, è da notare, sono in paesi in cui gli utenti dei mezzi di comunicazione sociale “sono stati arrestati o incarcerati per la pubblicazione di contenuti su questioni politiche, sociali, o religiose “.
Il più forte attacco alla libertà di Internet si è verificato in Ucraina, Egitto e Turchia, ma negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia e in Germania, vi sono stati episodi che vanno dal modesto al significativo. Per il terzo anno consecutivo, il governo cinese è risultato determinato ad essere il peggior aggressore della libertà su Internet.

Attraverso tattiche di manipolazione online e disinformazione è stato svolto “un ruolo significativo nelle elezioni negli Stati Uniti e almeno in 17 altri paesi”, tra cui il Venezuela, la Turchia, e le Filippine. Il verdetto della relazione sull’elezione degli Stati Uniti dello scorso anno, rafforzato da una serie di  studi ben documentati sull’ apparentemente inconsapevole, ma non minore ruolo consequenziale di Facebook, Twitter, Google, YouTube, e Instagram nella diffusione di notizie false e polarizzanti che diventano meno di una sorpresa in questa fase della relazione Trump-Russia. Comunque, sarà inestimabile per i cittadini e le istituzioni responsabili della salvaguardia dell’integrità elettorale, poter documentare oggettivamente le falsità e le strategie di inganno, con tutta la precisione necessaria:

l’uso di “Fake News,” di accounts “bot” automatizzati, e altri metodi di manipolazione hanno ottenuto particolare attenzione negli Stati Uniti. Sebbene l’ambiente online del paese sia rimasto generalmente libero, è stato disturbato da una proliferazione di articoli fabbricati con notizie al vetriolo divisive e faziose e di molestie aggressive verso molti giornalisti, sia durante che dopo la campagna elettorale presidenziale.

Ci viene ricordato, in soli due esempi, il ruolo svolto dai “danneggiatori di immagini pubbliche” durante e dopo le elezioni e, in modo ancor più specifico e agghiacciante, il fatto che nel marzo 2017 gli agenti di protezione delle frontiere e delle dogane “hanno chiesto a Twitter di rivelare il proprietario di un account che aveva contestato la politica di immigrazione   rinunciandovi solo dopo che la società aveva deciso di dare battaglia in tribunale”.

Come si capisce dagli esempi, la preoccupazione della relazione sul gaslighting sponsorizzato dallo stato si estende ben al di là della necessità di elezioni eque, che coinvolge fattori correlati, come l’estremo gerrymandering (cambiamento dei confini dei collegi elettorali NdT) per guadagnare voti favorevoli ed evitare i voti degli elettori residenti nei quartieri in cui si è pesantemente minoranza. Una delle conclusioni chiave del rapporto è che i governi, in particolare quelli autocratici, utilizzano la manipolazione on-line e la disinformazione per obiettivi personali, per fare i loro interessi, limitando il dissenso, deflettendo le polemiche, e contrastando gli avversari e l’opposizione più in generale.

“Negli ultimi anni,” sostiene la relazione, “gli sforzi sponsorizzati dagli stati per controllare la discussione on-line sono diventati significativamente più diffusi e tecnicamente sofisticati, con i bot, i produttori di propaganda, e la diffusione di fake news attraverso i social media e gli algoritmi di ricerca per garantire un’elevata visibilità e una perfetta integrazione con contenuti attendibili.

A volte il meccanismo può essere a bassa tecnologia come l’ ” hashtag poisoning “, favorito in Messico, dove bot automatizzati, per esempio, “inondano di  hashtags antigovernativi con messaggi irrilevanti, al fine di seppellire tutte le informazioni utili.” In altri paesi, come le Filippine, “Gli eserciti della tastiera”, i cui membri guadagnano fino a 10 dollari al giorno “operano attraverso falsi account sui social media bombardando gli utenti con un falso supporto verso il Presidente, mentre attaccano i suoi critici. In altre nazioni come l’Arabia Saudita, il Qatar e il Bangladesh, gli stessi meccanismi sono stati utilizzati per interferire sui conflitti fra sette diverse, bersagliando e in alcuni casi incitando la violenza contro i diversi gruppi religiosi ed etnici, così come contro gli atei, gli agnostici, ed altri.

In tali scenari, una caratteristica sempre più frequente nella vita quotidiana in molte parti del mondo, non solo si prova mancanza di fiducia verso le informazioni del web che vengono usate come armi, ma è stata fortemente erosa anche la fiducia verso le reali agenzie di stampa e le istituzioni sociali. Per estensione, attacchi tecnici contro “i mezzi di informazione, l’opposizione, e i difensori dei diritti” sono marcatamente aumentati l’anno scorso e i cyber-attacchi ” sono diventati più comuni, grazie in parte alla maggiore disponibilità di tecnologie rilevanti, che vengono vendute in un mercato debolmente regolamentato, e in parte a pratiche di sicurezza inadeguate tra i molti gruppi o individui presi di mira”.

Contro tali misure, gli sforzi da parte di Facebook e Twitter per contrastare la disinformazione mirata, anche eliminando i siti e gli account sponsorizzati da personaggi statali e stranieri,  attraverso l’introduzione di meccanismi di controllo dei fatti e sistemi di allarme, si sono finora dimostrati deboli e inefficaci “way too little, way too late(interventi lacunosi e tardivi NdT) secondo i critici dei paesi che devono affrontare le durevoli conseguenze di questi fatti.

Una maggiore regolamentazione e sicurezza possono aiutare, ma quando i governi adottano queste strategie per mantenere le proprie forme nefaste di controllo, i rimedi praticabili sono pochi. Gli interventi per la disinformazione non sono solo relativamente a basso costo, ma difficili da individuare e da calcolare. Sapendo che, nel caso del Bahrain, Azerbaigian, Messico e Cina, per esempio, “analisti forensi indipendenti hanno concluso che il governo era dietro” gli attacchi contro i politici dell’opposizione e i difensori dei diritti umani, facendo ben poco per proteggere gli individui dal pericolo, e ancor meno per contrastare le errate percezioni e costruire la tolleranza verso la differenza e il dissenso, pilastri gemelli di qualsiasi democrazia”. Il danno che tali campagne di disinformazione possono causare è incalcolabile, e, se le tendenze attuali continueranno, sembra che le cose siano destinate a peggiorare nei prossimi anni.

“In assenza di una campagna globale per affrontare questa minaccia”, conclude la relazione, “le tecniche di manipolazione e disinformazione potrebbero consentire ai moderni regimi autoritari di espandere la loro potenza e influenza, erodendo in modo permanente la fiducia degli utenti nei media online e in Internet nel suo insieme” (Vedi anche Sunstein e Tufekci).

Senza la determinazione politica e la volontà commerciale, le prospettive di riforma sono misere. Divisioni, discordie e iper-faziosità sono facili da rifornire in tempi di accresciuta sfiducia e e di regole autocratiche a proprio favore. I tempi in cui potevamo discutere tranquillamente se Internet avrebbe potuto inaugurare una nuova era di egualitarismo sono ora tristemente molto  lontane. L’onere è sulla Big Tech, ma anche sui cittadini e sui governi di tutto il mondo, per aiutare a proteggere ciò che rimane della democrazia.

Prof. Christopher Lane
Professor of English
Northwestern University
clane@northwestern.edu

Riferimenti

Freedom House. Nov. 2017. Manipulating Social Media to Undermine Democracy.

Office of the Department of National Intelligence and of the National Intelligence Council. Jan. 2017. Background to “Assessing Russian Activities and Intentions in Recent US Elections”: The Analytic Process and Cyber Incident Attribution. 

Packard, Vance. 1957. The Hidden Persuaders. New York: Random House.

Sunstein, Cass. 2017. #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media.Princeton: Princeton UP.

Tufekci, Zeynep. 2017. Twitter and Tear Gas: The Power and Fragility of Networked Protest. New Haven: Yale UP.

Traduzione autorizzata, a cura di Psicolinea.it Copyright
Pubblicato anche su Psychology Today

Vedi versione in inglese su psicolinea

Immagine:
Gerrymandering, Wikipedia

Author Profile

Prof. Christopher Lane
Prof. Christopher Lane
Christopher Lane
Professore di Inglese presso la Northwestern University, autore del libro The Age of Doubt. Si interessa di psichiatria, in particolare della storia del DSM e della trasformazione della timidezza in fobia sociale, oltre che di religioni.

Leggi l’intervista rilasciata a psicolinea.

Visita il suo sito web: http://www.christopherlane.org

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