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Comunicare con i neonati

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Comunicare con i neonati

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Come comunicano i neonati?

Al momento della nascita il bambino si serve esclusivamente degli istinti, cioè di quelle azioni riflesse che gli vengono trasmesse dalla natura, per mezzo del patrimonio genetico ricevuto dai genitori. I neonati hanno dunque innate capacità di comunicazione, che servono per stabilire i primi contatti umani: in questo modo essi possono ricevere dai genitori le cure e l’amore che permetteranno loro di diventare grandi. Si può quindi affermare che i bambini comunicano dal momento della nascita, attraverso i suoni (pianto, grido), le espressioni facciali (contatto visivo, sorriso, smorfie) e gesti / movimenti del corpo (muovendo le gambe in segno di gioia o emozioni negative, e in seguito, gesti specifici, come l’indicare cosa desiderano”).

Cosa colpisce in particolare il neonato nella relazione con la persona che si prende cura di lui?

L’osservazione con mezzi moderni sui bambini dimostra che il neonato reagisce all’avvicinarsi di un oggetto o di una persona interessanti, ma è particolarmente attratto dal viso umano. La sua maggiore attenzione viene fissata sugli occhi, sulla voce e sull’odore, mentre gli oggetti preferiti sembrano essere quelli in continuo movimento. In particolare, il bambino appare particolarmente attratto dalla madre (o dalla persona che si prende cura di lui), con la quale è coinvolto in un processo di adattamento e di influenzamento, attivo e reciproco.

I genitori sanno sempre interpretare la comunicazione dei loro neonati?

No. A volte si potrebbero avere problemi nell’interpretare i messaggi del bambino. L’esperienza è, in questi casi, la migliore maestra.

E’ importante che i genitori parlino al neonato (anche se lui non può capire)?

Si, è importante parlare con il neonato. L’effetto di questo comportamento è che il bambino ha la sensazione di essere contenuto e protetto, oltre ad avere la possibilità di abituarsi precocemente ai suoni, e più avanti alle parole. Quando il bambino sente parlare le persone intorno a lui, ed in particolare la mamma (o la persona che se ne prende cura), agita le braccia, sorride ed emette dei suoni, fissando o girando la testa verso di lei, cercandola con gli occhi.

Cosa è il “motherese”, o “baby talk”?

Alcune ricerche sembrano aver scoperto che il linguaggio che la madre usa nei riguardi del piccolo, è particolare, in quanto non viene usato con gli adulti (es. Cosa è quello ? Quella è una lampada.Vedi? Si accende, si spegne, si accende…). Questo linguaggio, dedicato ai bambini molto piccoli, è stato definito “motherese” o “baby talk” ed è caratterizzato essenzialmente da due componenti di base: la semplicità ela dolcezza affettiva. In particolare, la mamma (o la persona che si prende cura del piccolo) parla al bambino molto lentamente, con una intonazione pronunciata e chiara. Il vocabolario usato è molto ristretto e legato alla situazione concreta che il bambino può percepire in un determinato momento, con frasi molto brevi, molte domande e la continua ripetizione delle espressioni del bambino. Tutto questo viene rinforzato dalla comunicazione non verbale, in particolare attraverso la gestualità e la mimica facciale (spesso esagerate, per cogliere l’ attenzione del piccolo). Anche l’altezza dei suoni può risultare superiore a quella riscontrabile normalmente nel linguaggio adulto.

Il “motherese” è uguale per bambini e bambine?

In genere si, anche se alcune ricerche hanno messo in luce che il motherese rivolto alle femmine è più ricco e stimolante di quello rivolto ai maschi e che le madri di livello socio-economico più alto stimolano maggiormente i loro figli attraverso il linguaggio: esso è più ricco ed articolato, più proporzionato all’età e basato su un lessico più ampio.

Quale è il mezzo privilegiato di espressione del neonato?

Quando il bambino si trova in una situazione di dolore o di paura il mezzo privilegiato per entrare in contatto con la madre è il pianto, anche se il bambino piange inizialmente per un istinto naturale e non per richiamare l’attenzione degli adulti.

Quanto tempo ci vuole per imparare il baby-talk?

Le madri (o le persone che si prendono cura del bambino) in genere imparano rapidamente (per intuito o attraverso una serie di tentativi) a distinguere i diversi significati del pianto del piccolo, ricavando da questi comportamenti delle indicazioni sul suo stato di malessere e permettendo così la sua sopravvivenza.

Perché è importante che la prima relazione del bambino sia calda e protettiva?

Un rapporto madre-figlio caldo e protettivo, in cui i bisogni del bambino siano gratificati, conferisce al bambino un senso di fiducia che lo aiuta nella sua esplorazione del mondo, sapendo che, in caso di pericolo, può sempre trovare rifugio presso la persona che si prende cura di lui.

Una relazione calda e protettiva implica una continua presenza?

No. E’ anzi essenziale che si sviluppino dilazioni e frustrazioni, in modo che il bambino impari a conoscere la realtà e ad adattarvisi. Ovviamente questo non significa lasciarlo piangere per ore  (o mezz’ore…) senza che gli adulti intervengano.

Dr. Giuliana Proietti

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Dr. Giuliana Proietti
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Psicoterapeuta Sessuologa
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