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Conflitti: l’importanza di sentirsi ascoltati

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Conflitti: l’importanza di sentirsi ascoltati

sentirsi ascoltati

Quanto è importante sentirsi ascoltati?

Per contribuire a promuovere la pace in Medio Oriente, molte organizzazioni hanno messo a punto dei “campi di pace”  o simili programmi che guardano alla risoluzione dei conflitti, portando, ad esempio, israeliani e palestinesi a collaborare per promuovere una maggiore comprensione del gruppo avverso.

Una caratteristica comune di tali programmi è la possibilità che i membri di ogni gruppo possano condividere le loro storie di vita con i membri dell’altro gruppo. Ora, un nuovo studio condotto da neuroscienziati del MIT dimostra che i vantaggi di questo scambio sono molto maggiori se sono i membri del gruppo con meno potere a condividere le loro storie con il gruppo tradizionalmente dominante, rispetto alla situazione opposta.

La scoperta, pubblicata online sul Journal of Experimental Social Psychology, sostiene l’idea che per il gruppo di persone obiettivamente meno potenti, il più grande ostacolo per la riconciliazione è la convinzione che le loro preoccupazioni vengano ignorate, dice Rebecca Saxe, autrice dello studio.

“Se quella sensazione di essere trascurati, dimenticati e sfruttati è il più grande ostacolo al progresso, dalla loro prospettiva, allora si può rispondere a questi gruppi sociali, fornendo loro l’esperienza di essere ascoltati“, dice la Saxe, professore associato di scienze cognitive e membro dell’Istituto McGovern per la Ricerca sul Cervello del MIT.

I ricercatori hanno scoperto lo stesso fenomeno in uno studio analogo, condotto su immigrati messicani e residenti di razza bianca dell’Arizona, di cui si parla anche in questo nuovo studio.

Molti studi precedenti avevano documentato i benefici del “perspective taking” cioè dello sforzo di comprendere le esperienze di un’altra persona e dei suoi punti di vista, ma questo studio prova ad andare oltre, cercando di capire quale dei due gruppi sociali ottiene maggiori benefici dal sentirsi ascoltato.

Un altro degli autori, Emile Bruneau, in passato aveva lavorato come volontario in un campo di pace nell’Irlanda del Nord, prima di ottenere il suo dottorato; la sua esperienza con i partecipanti del campo gli ha suggerito l’idea che il gruppo con meno potere può trarre maggiori benefici dal sentirsi ascoltato.

Per verificare questa ipotesi, alcuni soggetti palestinesi e israeliani, e soggetti bianchi dell’Arizona insieme a immigrati messicani sono stati reclutati per quello che è stato presentato loro come “lo studio di un sistema di traduzione online”. Lo studio, condotto in Arizona, ha avuto luogo sei mesi dopo il passaggio di un controverso disegno di legge anti-immigrazione, mentre lo studio sul Medio Oriente è stato condotto sei mesi dopo l’azione militare del 2009 a Gaza, quando la speranza per un accordo di pace era molto basso.

Ogni partecipante doveva scrivere le difficoltà di vita nella propria società, o leggere e riassumere un simile elaborato, scritto da un membro del gruppo nemico. Tutte le interazioni sono avvenute attraverso video e test scritti, via chat. Ogni partecipante è stato accoppiato con qualcuno che, all’insaputa del soggetto, era in realtà un assistente di ricerca.

In un questionario somministrato prima e dopo l’interazione, l’atteggiamento verso il gruppo di opposizione era migliorato nella maggior parte dei membri del gruppo meno potente, che avevano raccontato le proprie storie, e tra i membri del gruppo dominante, che avevano letto le storie degli altri.

Quando i membri del gruppo meno potente avevano scritto le loro storie, ma senza avere nessuno dal gruppo avversario che le leggesse, questo non aveva migliorato il loro atteggiamento verso l’altro gruppo – rafforzando così  l’importanza del sentirsi ascoltati.

Per il gruppo dominante, i ricercatori ritengono che ascoltare le storie del gruppo avversario sia positivo, perché i membri del gruppo al potere spesso temono di essere considerati responsabili dei conflitti sociali in atto. Pertanto, l’ascolto dà loro “l’opportunità di agire virtuosamente e moralmente, per dimostrare che sono davvero delle brave persone”, dice la Saxe .

Tuttavia, i ricercatori non consigliano di adottare un approccio unilaterale, in cui il gruppo meno potente sia sempre l’unico a parlare. I loro risultati suggeriscono che è importante garantire che entrambi i gruppi parlino allo stesso modo; studi di programmi di dialogo hanno dimostrato che il gruppo dominante finisce spesso per fare di più del semplice parlare. I ricercatori ritengono che potrebbe essere d’aiuto che i membri del gruppo senza potere parlino per primi, per essere poi più ricettivi alle attività di costruzione che seguiranno.

Quando i ricercatori hanno interrogato di nuovo i soggetti, una settimana dopo il primo scambio, hanno scoperto che l’atteggiamento era tornato ai livelli pre-esperimento. “Non ci aspettavamo che gli effetti di un intervento di 15 minuti con palestinesi e israeliani sarebbe durato molto a lungo”, dice Bruneau. “Ma naturalmente ciò che ci interessa è migliorare le relazioni tra i gruppi in conflitto. Per fare davvero questo, è necessario conoscere gli effetti a lungo termine di un intervento che stiamo cercando di utilizzare”.

Saxe e Bruneau stanno ora cercando di studiare quali tipi di cambiamenti di atteggiamento abbiano maggiori probabilità di durare nel tempo, durante un conflitto. Ad esempio, un programma che riduca la percezione che l’altro lato sia prevenuto ed irrazionale potrebbe rivelarsi più efficace di un altro, progettato per migliorare la fiducia reciproca, dice Bruneau .

“Ci sono tante cose che potrebbero cambiare, tra cui il pregiudizio, la fiducia, l’empatia e l’impegno per un’azione collettiva. Cercare di capire quali di questi siano desiderabili, quali i più significativi, credo sia molto importante”, conclude.

Questi ricercatori stanno anche studiando l’uso di tecniche di scansione cerebrale, come la fMRI, per determinare se questi programmi di prevenzione del conflitto abbiano effetti sull’attività cerebrale. Come primo passo di tale programma, hanno segnalato nel mese di gennaio che le regioni cerebrali che rispondono alle sofferenze emotive sono le stesse coinvolte nella capacità di percepire ciò che un’altra persona sta pensando.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:

MIT research: The power of being heard, Eurekalert

Immagine:
PSP, Flickr

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Dr. Walter La Gatta
Dr. Walter La Gatta

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Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
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