Il consumo di oppio in Iran

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Il consumo di oppio in Iran

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L’Iran è il secondo Paese al mondo per consumo di oppio e oppiacei; il consumo è diffuso in tutte le classi sociali e spesso la droga è usata come antidolorifico (o per il trattamento di iperlipidemia, ipertensione, diabete e altre malattie croniche). Molte persone ne hanno iniziato l’uso per curarsi e poi ne sono divenute dipendenti. 

L’origine esatta del papavero da oppio è incerta (Ahmad DL., 2000). Si pensa tuttavia che si siano iniziate le prime coltivazioni di questa pianta nella “terra dei re civilizzati” (Sumeri), cioè nella regione più meridionale della Mesopotamia (odierno Iraq e Kuwait), zona generalmente considerata la madre della civiltà, più di 5000 anni fa (DEA Museum & Visitors Center).

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Le coltivazioni erano diffuse nel territorio dell’Assiria (alto Tigri, corrispondente all’estrema regione settentrionale dell’odierno Iraq) e nell’antico Egitto. Queste regioni sono state poi inglobate nei territori governati dall’impero persiano, un’area sconfinata che andava dalla steppa euroasiatica a tutta l’area del Medio Oriente, in particolare tutta la parte del Golfo Persico e alcune parti della penisola arabica (Durant W, 1988), comprese le isole e il Golfo di Oman, nel sud, e dall’Egitto e l’Anatolia ad ovest fino ai confini della Antica India, col fiume Indo e Syr Darya ad est (5).

La coltivazione del papavero da oppio si diffuse lungo la Via della Seta attraverso questo impero e raggiunse l’Afghanistan, che è attualmente il più grande produttore di oppio in tutto il mondo.

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Il primo nome del Papaver somniferum fu “Hul Gil”, che significa “pianta della gioia”. Dioscoride fu il primo esperto di botanica che parlò delle proprietà ricreative dell’oppio nel suo libro De Materia Medica.

E’ stato documentato nel corso dei secoli che l’Afiyun persiano (storpiatura della parola “oppio”, dal greco opion e latino opium) era un tranquillante ed ipnotico (Carlson, Simpson, 1963). Anche Abu Bakr Muhammad Ibn Zakariya Razi (864-930 dC) descrisse le proprietà chimiche di questa sostanza: fu il primo chirurgo che usò l’oppio per l’anestesia. Abu ‘Ali al-Husayn Ibn-Sina (Avicenna), un altro scienziato iraniano (980-1037 dC) si rese conto che l’oppio produceva una dipendenza e il suo uso era consigliato solo temporaneamente per eliminare il dolore, la diarrea e altri disturbi.

Il consumo di oppio si diffuse gradualmente diffusa in Iran, e questa regione divenne teatro di una tradizionale coltivazione del papavero da oppio a partire dall’ impero dei Safavidi nel XV secolo “(e presumibilmente anche prima). Fumare oppio era parte delle attività ricreative della classe sociale più benestante. Tuttavia, a causa dei gravi problemi di povertà che doveva affrontare la popolazione, il consumo di oppio si diffuse ovunque come tranquillante (Zarghami M., 2008).

Al giorno d’oggi, l’oppio grezzo è la droga più diffusa in Iran. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC, 2011) l’Iran è al secondo posto nel mondo per consumo di questa sostanza ed ha il più alto tasso di dipendenza da eroina e oppio pro capite nel mondo. Il 20% della popolazione iraniana di età compresa tra 15-60 anni consuma questa droga, e una persona su 17 ne è consumatore abituale (The Guardian, 2005).

Il consumo di oppio annuo in Iran è di 450 tonnellate, secondo una stima dell’UNODC (United Nations World Drug Report 2010). Altre statistiche indicano che più di 4 milioni di iraniani su 70 milioni di persone sono dipendenti da sostanze (The Guardian, 2005). Di essi, dal 69% al 94,6% delle persone sono dipendenti da oppio grezzo (Iranian Ministry of Health and Medical Education . Tehran: 2000). Circa l’83% dei soggetti iraniani che si sono rivolti ai servizi sul territorio per le tossicodipendenze nel 2009 erano dipendenti da oppio (Pashaei T, Moeeni M, Roshanaei Moghdam B, Heydari H, Turner NE, Razaghi EM, 2014).

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Il problema della droga in Iran è dunque enorme e si pensa che dipenda prettamente da ragioni sociali. Un peggioramento drastico vi fu con la guerra all’Iraq negli anni 1980-1988; i problemi della povertà, la disoccupazione, l’urbanizzazione, i senza fissa dimora, le crisi familiari, il divorzio, la violenza domestica, i bambini fuggiti da casa, ecc. aumentarono la richiesta di questa sostanza per far fronte alle difficoltà della vita. Sebbene la dipendenza da oppio sia legata a questi fattori, la dipendenza riguarda tutte le età, senza barriere di classe sociale (The Guardian, 2005). Molti esperti ritengono che anche i professionisti di mezza età e le classi più colte siano esposti alla possibilità di essere dipendenti fisicamente o emotivamente da questa droga, così come gli analfabeti o i poveri.

Un sondaggio ha rivelato ad esempio che famosi poeti iraniani, che possono essere considerati dei capisaldi della cultura iraniana, come Abu Najm Ahmad ibn Ahmad ibn Qaus Manuchehri Damghani (morto nel 1040), Hakim Abul-Qasim Ferdowsi Tusi (940 – 1020 dC), Abu Mansur Ali ibn Ahmad Asadi Tusi (999/1000 – 1072/1073), Abu Hamid Mo’in ad-din ibn Khusraw Nasir al-Qubadiani o Nasir Khusraw Qubadiyani (1004 – 1088 dC), Ghiyath ad-Din Abu’l-Fath’Umar ibn Ibrahim al-Khayyam Nishapuri (1048 – 1131 dC), Hakim Abul-Majd Majdud ibn Adam Sana’i Ghaznavi (1080 – 1131/1141 ), Hakim Soozani-Samarghandi (1800 dC), Afzaladdin Badil (Ibrahim) ibn Ali Nadjar-Khaqani (1121/22 – 1190 dC), Nizami Ganjavi (1.141-1209), Abu Hamid bin Abu Bakr Ibrahim, meglio conosciuto con lo pseudonimo Farid ud-Din Attar e di Nishapur (1145 – 1220 dC), Abu-Muhammad Muslih al-Din bin Abdallah Shirazi, Saadi Shirazi (1210-1291 / 92), Khwaja Shams-ud-Din Muhammad Hafez-e Shirazi (1325/26 – 1389/90) e Bagher Kashi (16 ° secolo) abbiano usato la parola “Teriac” (oppio grezzo) in senso di “antidoto”, una sostanza che cura qualsiasi malattia (Dehkhoda A., 1998).

Ad esempio, Nasir Khusraw paragona la giustizia all’oppio e l’ingiustizia al veleno, e Manuchehri Damghani dice: “L’oppio è grande, e la cura di tutte le malattie”. Attar, che ha avuto un’influenza immensa e duratura sulla poesia persiana e sul sufismo, dice “Il tuo amore mi ha ucciso; Dammi un po’ di oppio in tempo “,  Khayyam in una delle sue quartine paragona i dolori del mondo al veleno, e identifica il suo antidoto nel vino paragonato all’oppio (Bevi il vino e non preoccuparti, poiché dice il saggio: ” le tristezze materiali sono veleni e il vino è il loro oppio “).

A questo si aggiunga che alcuni vecchi trattati medici ritengono che l’oppio sia un trattamento efficace per le malattie croniche come le malattie cardiovascolari, l’ipertensione e il diabete mellito (Rahimi N, Gozashti MH, Najafipour H, Shokoohi M, Marefati H, 2014).

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Una recente ricerca sostiene questa idea. Questi nuovi studi indicano che la prevalenza del consumo di oppio sia in aumento nei pazienti affetti da malattie croniche, soprattutto fra quelli con meno consapevolezza circa le proprietà di indurre dipendenza e gli effetti collaterali di questa sostanza (Rahimi N, Gozashti MH, Najafipour H, Shokoohi M, Marefati H, 2014).

In uno studio effettuato su pazienti anziani ricoverati in un reparto di cardiologia si è chiesto ai pazienti se usavano oppio e perché. Il 16,3% di loro erano stati dipendenti da oppio; il 33% dei pazienti con dipendenza da oppio lo usavano come antidolorifico e il resto lo utilizzava per il trattamento di iperlipidemia, ipertensione, diabete e altre malattie croniche (Zargham M, Khalilian AR, Tajic Jalayeri H, Khadivi Sohrabi S, 2002).

In un altro studio su pazienti diabetici, il 10,9% di loro utilizzavano oppio. Tra questi, il 63,6% aveva iniziato l’uso dopo aver contratto la malattia. Il 72% di questi pazienti era stato consigliato da altri nell’usare oppio per il trattamento del diabete mellito. L’oppio grezzo, almeno inizialmente, veniva usato come antidiarroico, per ottenere sollievo dal dolore, e gli effetti ricevuti riguardano senso di sollievo e riabilitazione fisica e mentale, il che potenzia le credenze tradizionali positive per quanto riguarda l’oppio come tranquillante.
Alcuni autori ritengono che il ruolo degli oppiacei nella medicina popolare costituisca la vera difficoltà che impedisce la sua eliminazione.

Un’altra questione importante è che il consumo di alcol è proibito nell’Islam. I tassi di uso di alcol sono molto bassi e i più alti alti tassi di astensione dall’alcol si trovano nelle regioni ove risiedono le popolazioni di fede islamica (OMS, 2011). Il tasso di alcolismo in Iran è del 2% (OMS 2014) Questo è il vero motivo per cui, anche se ci sono molti testi letterari a favore dell’alcool e del vino nella letteratura persiana, quasi tutti i lettori iraniani interpretano queste parole con altri significati, come “amore”, “purezza”, “chiarezza”, “tenerezza” e “incoraggiamento”, ecc. L’oppio non è direttamente proibito nel Corano, così come nell’Hadith  e nella Sunna.

Purtroppo si osserva che in Iran non c’è un franco atteggiamento negativo in molti medici tradizionali riguardo all’oppio nonché in alcuni medici moderni.
Le autorità religiose, che hanno un buon ascendente sulla popolazione, dovrebbero svolgere un ruolo più attivo in questo campo. La dottrina islamica del resto scoraggia l’uso di sostanze tossiche e pericolose. Per l’Islam qualsiasi sostanza che è nocivo e danneggia il corpo va evitata. Il Corano dice: “Non rovinatevi con le vostre stesse mani”; allo stesso modo la violenza contro se stessi è proibita dall’Hadith.

Gli interventi psicoeducativi dovrebbero dunque comprendere oltre che la popolazione con disturbi medici e psichiatrici, che fa dell’oppio un’auto-terapia, anche i medici iraniani, che non riescono a staccarsi dalla tradizione.

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Fonte:
Zarghami M. Iranian Common Attitude Toward Opium Consumption. Iranian Journal of Psychiatry and Behavioral Sciences. 2015;9(2):e2074. doi:10.17795/ijpbs2074.

Immagine:
Fiore di oppio Wikipedia

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