Così era Freud: il racconto dell’ultima paziente rimasta in vita

L'ultima paziente rimasta in vita di Freud

Così era Freud: il racconto dell’ultima paziente rimasta in vita

Freudiana

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Nella primavera del 1936 Margarethe Walter andò in consultazione da Sigmund Freud, gli confidò i suoi tormenti e lui “Le salvò la vita”, come lei stessa dichiarò, nel 2006, settant’anni dopo, mentre visitava la casa e lo studio di Freud in Berggasse 19, a Vienna.

L’intervista esclusiva   di Peter Roos, apparsa in Die Zeit (2006), racconta che Margarethe fu portata in visita dal Dr. Freud da suo padre, un piccolo industriale, un uomo all’antica, con atteggiamento severamente patriarcale.

La famiglia era di buon ceto sociale: la ragazza abitava in un bell’appartamento nel centro di Vienna, d’estate si trasferiva in villa, l’autista di papà la portava a scuola.

Margarethe però si sentiva disperatamente sola:

“Ero la ragazza più sola di Vienna! Isolata, materialmente viziata, bloccata e certamente non amata.  Nessuno mi aveva fatto sedere sul suo grembo, nessuno mi aveva tenuto la mano, in famiglia non ci baciavamo.”

La madre di Margarethe, infatti, morì alla nascita della bambina. Poi il padre si risposò, ma la matrigna era una donna fredda e affamata di soldi. La bambina viveva nella stessa stanza con la nonna ottantenne, iperansiosa, che la sorvegliava giorno e notte, in cui i visitatori non erano ammessi.

La signora Walter così descrisse la sua situazione:

“Tutto ciò che mi riguardava era deciso dietro la mia schiena e sopra la mia testa.”

Nei lunghi pomeriggi in casa, la ragazza si divertiva a usare gli abiti giovanili della nonna per mettere in scena personaggi teatrali. Un giorno si affacciò alla finestra inscenando la storia della Regina Isotta che cercava il suo Tristano. Qualcuno la vide e segnalò la cosa, in modo anonimo, al padre, dicendogli che sua figlia aveva problemi mentali.

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Il padre, che aveva già perso una moglie, non voleva che sua figlia divenisse pazza, per cui decise di interpellare il miglior professionista della salute mentale disponibile a Vienna: il Dr. Freud.

Una mattina di primavera, dunque, padre e figlia si recarono presso l’abitazione-studio di Freud, in Bergasse 19:

«Una breve attesa in anticamera senza nessuno che ci vedesse, poi entrammo nella stanza del dottore»

«Freud indossava un vestito grigio, mi apparve nobile e tanto vecchio. Aveva ottant’anni, io diciotto. Camminava leggermente curvo, eppure non avrei mai pensato che avesse il cancro, come venni a sapere più tardi. I suoi occhi erano attentissimi.

Prendemmo posto, io mi sedetti su di una poltroncina, davanti a un sofà coperto da un drappo. Fui molto sorpresa dall’arredamento. Pensavo di capitare in un ambulatorio, entrai invece in una stanza piena di libri e ornamenti. Mi sentii subito a mio agio».

Freud cominciò a interrogarla.

«Mi chiese come andavo a scuola, se facevo sport, se incontravo delle amiche. Ma ancor prima che aprissi bocca, mio papà rispondeva al posto mio. Riceve visite? Certo che no, ha mia mamma e il cane, è in buone mani! E così via».

Freud si rivolse allora al signor Walter, e gli disse cortesemente:

“Per favore, vada nella stanza accanto. Vorrei parlare da solo con sua figlia! ”

Girò poi la sedia verso di lei, avvicinandola in modo semplice, franco, senza riserve. “Ora siamo soli”, le disse, e immediatamente tutta la pressione provocata dal padre sparì. La ragazza si sentì sollevata e la sua timidezza iniziale era come  ” spazzata via”.

La seduta, nel ricordo della signora Walter, proseguì in questo modo:

«Rimasti soli, il dottor Freud mi rifece le stesse domande, era molto gentile e sapeva ascoltare. Dopo anni trascorsi a tacere, improvvisamente e per la prima volta nella mia vita ebbi la possibilità di parlare, parlare, parlare. Non la smettevo più, ma lui, anziché azzittirmi, mi esortava a continuare.

Non avevo mai provato un tale senso di sollievo. E quando ebbi finito, mi esortò a non subire passivamente le decisioni che mi riguardavano. D’ora in poi avrei dovuto sempre chiederne il perché. Ma dovevo farlo con pacatezza, aggiunse, e mai in maniera irriverente. A vincere alla fine sono le persone tranquille, mi disse.

E poiché gli avevo raccontato che al cinema mio padre mi faceva uscire ad ogni scena d’amore, lui mi ordinò di rimanere seduta. E così feci, la volta in cui mi capitò l’occasione».

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Freud le permise di realizzare il suo “sempre presente desiderio di confidarsi con qualcuno”.

“Sigmund Freud è stata la prima persona nella mia vita che mi ha ascoltato davvero empaticamente, che voleva scoprire e imparare qualcosa su di me, l’unica che ha veramente ascoltato! ”

Margarethe parlò senza censure dell’odio che provava verso la matrigna, delle regole stabilite per la scuola, le passeggiate domenicali, del divieto di ricevere amici, di scegliere le scarpe, o indossare gli abiti che le piacevano..

“Mi ha guardato senza interruzioni, guardava me, e la sua empatia attiva mi ha circondato e contenuto.”

Fu in grado di rivelare un segreto a Freud. Aveva scoperto che la chiave del grande orologio a piantana sbloccava anche gli scaffali dei libri proibiti. Così di notte, mentre la nonna russava, la ragazza divorava i libri piccanti e avvincenti che erano nascosti.

Freud voleva sapere tutto, compresi i dettagli sulla nonna Maria, nata nel 1856 (peraltro anche anno della nascita di Freud).

Lo psicoanalista ascoltava e, quando la ragazza fece una pausa, la incoraggiò a continuare con un “E…”. Il padre della psicoanalisi mostrava “incredibile attenzione”, dirigendo i suoi occhi acuti verso la giovane donna:

“L’intera sua persona era interessata a me, e con ciò ha aperto ciò che nessun altro voleva aprire! All’improvviso mi sentii contenta ”,

una sensazione precedentemente sconosciuta.

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Editore: Xenia, Collana: I tascabili
Anno edizione: 2004 Pagine: 128 p., Brossura
Autori: Giuliana Proietti - Walter La Gatta

Fu una “sensazione piacevole, come dopo aver mangiato un pasto particolarmente buono, e soprattutto come se qualcuno avesse aperto la finestra e avesse detto:

“Non guardare sempre il pavimento! Guarda fuori! Tutto è possibile! “

Freud fece una considerazione sui diciotto anni della ragazza, che doveva ormai sentirsi adulta, nel bene e nel male.

“Essere un adulto significa saper superare le critiche e portare avanti ciò che definisce una personalità. Nutri i tuoi desideri! Sii scettica sull’opposizione che devi affrontare! Chiedi perché e non accettare tutto in silenzio. Lavora per ottenere ciò che è veramente importante per te con fermezza, forza e calma ”.

Margarethe disse, nel 2006:

“Questa fonte di nutrimento per la mia anima non mi ha mai deluso… Freud è stata la chiave della mia vita. “

Conclusa la visita, Freud scrisse una lettera per il medico di famiglia e consegnò il conto.

«Certo non è stato economico, mi disse papà, speriamo almeno che funzioni».

Margarethe non seppe mai cosa avesse scritto Sigmund Freud su di lei, ma la breve seduta sicuramente produsse i suoi effetti.

Ultima paziente di Freud

Margarethe Walter al momento dell’intervista, nel 2006

Poco dopo la loro visita a Freud, Margarethe e suo padre andarono a vedere il film Il ladro di Bagdad (1940). Mentre Conrad Veith si sporgeva per baciare la spalla nuda di Lillian Harvey, suo padre le disse bruscamente, come al solito: “Questo non è per te. Alziamoci e andiamo via. ”

Margarethe afferrò i braccioli con tutte e dieci le dita e si spinse profondamente nel sedile: “No!” disse: “Rimango al mio posto!” E rimase seduta. Suo padre la aspettò nella hall “e non disse mai più una sola parola sull’argomento”.

Fonti:

Corriere della Sera

Freud as an Existential Humanistic Psychotherapist: The Case of Margarethe

A1

 

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