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Freud e il disagio della civiltà (1929)

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Freud e il disagio della civiltà (1929)

Freud

Il libro “Il disagio della civiltà” appartiene alla piena maturità del pensiero freudiano. Fu pubblicato in due parti, nel 1929 e nel 1930, per poi assumere la forma definitiva del libro che oggi conosciamo, nel 1931 (Ultimamente è stata proposta in lingua italiana una nuova traduzione, che si intitola “Il disagio nella civiltà”, anziché “Il disagio della civiltà”, che è stato un errore di traduzione. Vedi Stefano Mistura).

Il libro è stato scritto in anni non molto diversi da quelli che stiamo vivendo in questo periodo, di grave crisi economica internazionale, e questo rende le riflessioni di Freud sulla società umana estremamente attuali.

La crisi del ’29 aveva infatti provocato in Germania il ritiro degli investimenti americani: l’economia tedesca era dunque in seria difficoltà e il governo aveva attuato scelte rigorose quanto impopolari (aumento delle tasse, tagli ai salari ecc.). La depressione aveva fatto crescere il consenso al movimento nazionalista, permettendo così l’ascesa al potere di Hitler, il quale proclamava che i tedeschi dovevano scegliere il loro destino, superando la “debole” repubblica di Weimer. In particolare Hitler odiava gli ebrei, a suo avviso detentori di un potere occulto che controllava l’alta finanza, la cultura i giornali, le professioni liberali.

Freud, ebreo, in questo contesto sociale, sentì il bisogno di andare oltre le consuete riflessioni psicoanalitiche sull’individuo, per cercare di comprendere meglio le dinamiche che sottostanno alle società umane. E questa è una sintesi della sua analisi:

La società nasce per garantire sicurezza, ordine e pulizia a chi ne fa parte, ma gli imperativi che essa impone al singolo sono spesso in contrasto con la soddisfazione dei bisogni individuali. Il disagio del vivere nella società è dunque determinato dal contrasto perenne tra felicità individuale e moralità pubblica.

Viene qui riproposta la teoria delle pulsioni di vita e di morte, già introdotte nel libro Al di là del principio del piacere (1920). Eros (Amore) spinge alla soddisfazione del piacere, mentre Thanatos (Morte) spinge verso l’auto-distruzione, verso l’annichilamento degli altri e di sé stessi.

La civiltà, per intrinseche necessità di ordine, porta a soffocare l’Eros, attraverso la sublimazione (incanalandolo cioè su condotte che portano a risultati socialmente accettabili, come ad esempio la famiglia), ma insufficienti a soddisfare i desideri istintuali dell’individuo. Se questo disagio della civiltà si aggiunge ai conflitti intrapsichici già presenti in ciascun individuo (fra Es, Io e Super-Io), si capisce come sia facile arrivare alla nevrosi.

Uno dei fini della civiltà è quello di abbattere le pulsioni distruttive, visto che esse non corrispondono ai canoni della convivenza civile. Queste pulsioni però non scompaiono del tutto, per quanto le si voglia negare, e richiedono sfoghi.

L’aggressività degli uomini fra loro, l’omicidio, lo sterminio del prossimo e la guerra non sono dunque soltanto incidenti che si verificano per conflitti nati da opposti interessi nella ricerca del possesso di beni, ma lo scoppio di qualcosa di primitivo, che tenuto a freno dalle esigenze di una vita in comune, esplode in modo trionfale in determinate situazioni particolari.

La società tende ad individuarsi come gruppo omogeneo, contrapposto ad altri gruppi, coi quali mantiene rapporti di amicizia. Quando le tensioni collettive diventano però troppo forti, troppo laceranti (magari per effetto di una situazione economica disastrosa, che porta inevitabilmente al disastro politico), la benevolenza reciproca si trasforma e diventa razzismo e xenofobia, conducendo al possibile esito finale della guerra.

Nel libro Freud si scaglia anche contro la religione, considerata un infantilismo per superare la paura della morte:

…L’uomo comune non può rappresentarsi questa Provvidenza se non nella persona di un padre straordinariamente elevato. Soltanto un essere simile può comprendere i bisogni del figlio dell’uomo, venir impietosito dalle sue preghiere, placato dai segni del suo pentimento. L’insieme è così manifestamente infantile, così irrealistico, da rendere doloroso, a un animo amico dell’umanità, pensare che la grande maggioranza dei mortali non sarà mai capace di sollevarsi al di sopra di questa concezione della vita….

..Quanto ai bisogni religiosi, la derivazione dall’impotenza infantile e dalla nostalgia del padre da questa suscitata a me sembra incontrovertibile, tanto più che questo sentimento non si limita a perpetuarsi oltre la vita del bambino, ma si alimenta di continuo dell’angoscia di fronte allo strapotere del fato…

…La religione […] impone a tutti in modo uniforme la sua via verso il raggiungimento della felicità e la protezione dalla sofferenza. La sua tecnica consiste nello sminuire il valore della vita e nel deformare in maniera delirante l’immagine del mondo reale, cose queste che presuppongono l’avvilimento dell’intelligenza. A questo prezzo, mediante la fissazione violenta a un infantilismo psichico e la partecipazione a un delirio collettivo, la religione riesce a risparmiare a molta gente la nevrosi individuale. Ma niente di più….

Il Freud di questo libro è dunque un pensatore senza dogmi e soprattutto senza illusioni, che vede la società umana come una costruzione tanto necessaria e preziosa quanto fragile, in quanto pone a proprio fondamento la repressione delle pulsioni e riduce l’uomo ad essere un «animale malato».

Estremamente di attualità è inoltre la domanda, che nel libro Freud si pone, in modo pessimistico e del tutto disilluso, riproponendo la famosa espressione di Plauto:

Homo homini lupus: chi ha coraggio di contestare quest’affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia?

Dr. Giuliana Proietti, psicoterapeuta, Ancona

Immagine:

Rachelbinx, Flickr

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Dr. Giuliana Proietti
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Psicoterapeuta Sessuologa
ANCONA FABRIANO CIVITANOVA MARCHE
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