Freud e il disagio nella civiltà (1929)

Il disagio nella civiltà

FREUD E IL DISAGIO NELLA CIVILTÀ
Dr. Giuliana Proietti
Psicoterapeuta Sessuologa
Tel. 347 0375949
g.proietti@psicolinea.it
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Il libro “Il disagio nella civiltà” appartiene alla piena maturità del pensiero freudiano ed è un testo complesso e controverso, scritto pochi anni dopo i laceranti conflitti vissuti all’interno del movimento psicoanalitico, nel periodo dell’ascesa al potere di Hitler e del drammatico disfacimento della Repubblica di Weimar, durante un periodo di crisi economica internazionale. Per questo è stato definito un libro “tragico”, scritto in circostanze  personali e storiche eccezionali,

Il testo fu pubblicato la prima volta in tedesco nel 1930 con il titolo Das Unbehagen in der Kultur (“L’infelicità nella civiltà”) e, sempre lo stesso anno, in inglese, con il titolo Civilization and Its Discontents (“La Civiltà e le sue insoddisfazioni”).

Di questo libro Lacan ebbe a dire:

“Le Malaise dans la civilisation est un oeuvre essentielle, première dans la compréhension de la pensée freudienne et la sommation de son expérience” (Lacan, 1986)

La prima edizione italiana, col titolo Il disagio nella civiltà, è del 1949. Nel 1971 viene ristampato da Boringhieri con un nuovo titolo, Il disagio della civiltà, e da allora ristampato anche da altre case editrici, con lo stesso titolo. Solo nel 2010, con l’edizione Einaudi, curata da Stefano Mistura si ritorna al titolo, molto più aderente all’originale, di “Il disagio nella civiltà”.

Questo errore di traduzione va rimarcato perché è fuorviante rispetto all’idea freudiana della civiltà: per Freud la civiltà (Kultur significa ad un tempo civiltà, cultura, società) non è fonte di disagio, ma è esattamente il contrario: è grazie alla civiltà che l’uomo ha conquistato un po’ di sicurezza e di benessere. Questo non significa però che all’interno della civiltà non possano esservi dei disagi, e di essi il libro vuole parlare.

PSICOLINEA

Per comprendere questo testo occorre contestualizzarlo: dopo la crisi del ’29 l’economia tedesca era in seria difficoltà e il governo aveva attuato scelte rigorose quanto impopolari (aumento delle tasse, tagli ai salari ecc.). La depressione aveva fatto crescere il consenso al movimento nazionalista, permettendo così l’ascesa al potere di Hitler, il quale proclamava che i tedeschi dovessero scegliere il loro destino, superando la “debole” repubblica di Weimer. Inoltre, Hitler odiava gli ebrei, a suo avviso detentori di un potere occulto, che controllava l’alta finanza, la cultura i giornali, le professioni liberali.

In questo contesto sociale Freud, ebreo,  sentì il bisogno di andare oltre le consuete riflessioni psicoanalitiche sull’individuo, per cercare di comprendere meglio le dinamiche sottostanti alle società umane.

E questa è una sintesi della sua analisi:

La civiltà nasce per garantire sicurezza, ordine e pulizia a chi ne fa parte, ma gli imperativi che essa impone al singolo sono spesso in contrasto con la soddisfazione dei bisogni individuali. Il disagio del vivere nella civiltà è dunque determinato dal contrasto perenne tra felicità individuale e moralità pubblica.

Nel libro viene riproposta la teoria delle pulsioni di vita e di morte, già introdotta nel libro Al di là del principio del piacere (1920). Eros (Amore) spinge alla soddisfazione del piacere, mentre Thanatos (Morte) spinge verso l’auto-distruzione, verso l’annichilamento degli altri e di se stessi.

La civiltà, per intrinseche necessità di ordine, porta a soffocare gli impulsi naturali dell’essere umano, attraverso la sublimazione (incanalandoli su condotte che portano a risultati socialmente accettabili, come ad esempio la famiglia), e dunque baratta la felicità del poter tutto compiere o tutto avere con una certa misura di sicurezza.

Se questo disagio nella civiltà si aggiunge ai conflitti intrapsichici già presenti in ciascun individuo (fra Es, Io e Super-Io), si capisce, secondo Freud, come sia facile arrivare alla nevrosi.

Se il fine della Kultur è quello di abbattere le pulsioni distruttive, visto che esse non corrispondono ai canoni della convivenza civile, va però detto che queste pulsioni non scompaiono del tutto, per quanto le si voglia negare, e richiedono degli sfoghi.

L’aggressività degli uomini fra loro, l’omicidio, lo sterminio del prossimo e la guerra non sono dunque soltanto incidenti che si verificano per conflitti nati da opposti interessi nella ricerca del possesso di beni, ma devono essere interpretati come lo scoppio di qualcosa di primitivo, che tenuto a freno dalle esigenze di una vita in comune, esplode in modo trionfale in determinate situazioni particolari.

Quando le tensioni sociali diventano troppo forti, troppo laceranti (magari per effetto di una situazione economica disastrosa, che porta inevitabilmente al disastro politico), la benevolenza reciproca si trasforma e diventa razzismo e xenofobia, conducendo al possibile esito finale della guerra.

A2

Nel libro Freud si scaglia anche contro la religione, considerata un infantilismo per superare la paura della morte:

…L’uomo comune non può rappresentarsi questa Provvidenza se non nella persona di un padre straordinariamente elevato. Soltanto un essere simile può comprendere i bisogni del figlio dell’uomo, venir impietosito dalle sue preghiere, placato dai segni del suo pentimento. L’insieme è così manifestamente infantile, così irrealistico, da rendere doloroso, a un animo amico dell’umanità, pensare che la grande maggioranza dei mortali non sarà mai capace di sollevarsi al di sopra di questa concezione della vita….

..Quanto ai bisogni religiosi, la derivazione dall’impotenza infantile e dalla nostalgia del padre da questa suscitata a me sembra incontrovertibile, tanto più che questo sentimento non si limita a perpetuarsi oltre la vita del bambino, ma si alimenta di continuo dell’angoscia di fronte allo strapotere del fato…

…La religione […] impone a tutti in modo uniforme la sua via verso il raggiungimento della felicità e la protezione dalla sofferenza. La sua tecnica consiste nello sminuire il valore della vita e nel deformare in maniera delirante l’immagine del mondo reale, cose queste che presuppongono l’avvilimento dell’intelligenza. A questo prezzo, mediante la fissazione violenta a un infantilismo psichico e la partecipazione a un delirio collettivo, la religione riesce a risparmiare a molta gente la nevrosi individuale. Ma niente di più….

Il Freud di questo libro è dunque un pensatore senza dogmi e soprattutto senza illusioni, che vede la civiltà umana come una costruzione tanto necessaria e preziosa quanto fragile, in quanto pone a proprio fondamento la repressione delle pulsioni e riduce l’uomo ad essere un «animale malato».

Estremamente di attualità è inoltre la domanda, che nel libro Freud si pone, in modo pessimistico e del tutto disilluso, riproponendo la famosa espressione di Plauto:

Homo homini lupus: chi ha coraggio di contestare quest’affermazione dopo tutte le esperienze della vita e della storia?

Dr. Giuliana Proietti

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