Domenico Gaetano Maria Donizetti fu uno dei maggiori compositori di musica operistica italiana del primo Ottocento. Fra le sue opere, ancor oggi rappresentate nei teatri di tutto il mondo ricordiamo: L’elisir d’amore, Lucia di Lammermoor, Don Pasquale, La Fille du régiment, La Favorite, Maria Stuarda, Anna Bolena, Lucrezia Borgia e Roberto Devereux.

Donizetti nacque a Bergamo, il 29 novembre 1797, da una famiglia di umili condizioni, composta da Andrea Donizetti, sua moglie Domenica Nava e sei figli, di cui Gaetano era il penultimo.

Nel 1806 il piccolo Gaetano, di 9 anni, fu ammesso alle “Lezioni caritatevoli di musica” dirette e fondate dal compositore tedesco Johann Simon Mayr, maestro di Cappella nella città lombarda. L’intento di questa scuola era quello di introdurre i bambini di talento, ma di scarsi mezzi, alla musica classica. Gaetano si mise subito in luce per le sue abilità, malgrado la modesta qualità della sua voce. Ben presto il Maestro Mayr lo prese sotto la sua protezione e gli impartì lezioni private di clavicembalo e composizione.

Nel 1812 il giovane musicista si trasferì a Bologna, per completare gli studi con padre Stanislao Mattei, che in passato aveva avuto fra i suoi allievi anche Rossini. A provvedere alle spese per questa trasferta fu il Maestro Mayr. Stanislao Mattei era un frate minore francescano, noto compositore; per due anni si dedicò al giovane Gaetano, con corsi di contrappunto. Il rapporto fra i due fu prolifico sul piano della formazione dell’allievo, ma difficile sotto il profilo personale, in quanto il frate aveva un carattere introverso che mal si adattava all’esuberanza giovanile dell’allievo.

Negli ultimi mesi del 1817, dopo 6 anni di assenza, Gaetano tornò nella sua città, Bergamo. Grazie all’interessamento del suo mentore, Mayr esordì a Venezia, nel 1818, con “Enrico di Borgogna”, cui seguì, nel 1819 “Il falegname di Livonia”. Le due opere, che risentono dell’influsso di Gioacchino Rossini, ebbero un discreto successo.

Gaetano riuscì ad evitare il servizio militare grazie ad una “raccomandazione” di Marianna Pezzoli Grattaroli, signora della ricca borghesia di Bergamo, entusiasta delle eccezionali doti del giovane Donizetti, che versò del denaro allo scopo di evitare che il suo beniamino perdesse del tempo prezioso dedicandosi alle armi, anziché alla musica. Alla nobildonna Donizetti dedicò numerosi pezzi dai sottotitoli mosteriosi.

Nel 1822, alla Scala, fu presentata l’opera “Chiara e Serafina”, ma questa volta fu un tale fiasco che Donizetti fu esiliato per quasi una decina d’anni dal teatro milanese.

Il vero successo arrivò a Roma, al teatro Argentina, con l’opera “Zoraida di Granata”, che venne accolta con grande entusiasmo dal pubblico. Lo stesso anno, sull’onda del successo, a Donizetti fu commissionata un’altra opera per il San Carlo di Napoli: “La Zingara” E anche questo fu un successo.
Fu poi la volta del capolavoro comico “L’elisir d’amore”, dalla commedia di Eugène Scribe, scritto in meno di un mese, ancora su libretto di Romani, rappresentato nel 1832 con grandissimo successo al Teatro della Canobbiana di Milano. Nel 1833 presentò a Roma “Il furioso all’isola di San Domingo” e alla Scala “Lucrezia Borgia”, che venne salutata dalla critica e dal pubblico come un capolavoro.

In uno dei suoi soggiorni romani, Donizetti conobbe Virginia Vasselli, giovane di famiglia benestante di cui il musicista si innamorò immediatamente. Per farsi una posizione, in vista del matrimonio, si sottopose ad un lavoro massacrante, impegnandosi, con l’impresario napoletano Barbaja a scrivere dodici opere in tre anni.

Nel 1829 fu nominato direttore dei Teatri Reali di Napoli e, nel 1834, accettò la Cattedra di Composizione presso il locale Conservatorio. In questo periodo, durante il quale gli morì il figlio primogenito, scrisse moltissime opere come “Lucia di Lammermoor” dall’opera di sir Walter Scott, con versi di Salvadore Cammarano, che fu un ennesimo trionfo, e “Don Pasquale”.

Nel 1830, con la collaborazione del librettista Felice Romani, ottenne il primo vero, grande trionfo con “Anna Bolena”, presentata al Teatro Carcano di Milano ed interpretata dai due cantanti di maggiore successo del tempo: Giuditta Pasta e Giovanni Rubini. Nel giro di pochi mesi, l’opera venne rappresentata, sempre con successo, a Parigi e Londra.

Tra il 1836 e il 1837 vennero a mancare i suoi genitori, una figlia e l’adorata moglie Vírginia Vasselli, sposata nel 1828. Neanche i ripetuti lutti familiari riuscirono però a rallentare la sua ormai frenetica produzione.

Lasciata Napoli, dove era stato fischiato e non era riuscito ad ottenere la carica di Direttore del Conservatorio, Donizetti andò a Parigi, dove lo attendeva l’amico Michele Accursi. Qui scrisse, in francese, “La Fille du regiment”(1840), “Les Martyrs” (1840), “La Favorite” (1840) e “Don Sébastien roi de Portugal” (1843), che considerò il suo capolavoro.

In questi anni la carriera di Donizetti toccò le punte massime: il Papa Gregorio XVI lo nominò cavaliere dell’Ordine di San Silvestro Gioacchino Rossini lo chiamò per la direzione dello “Stabat Mater” a Bologna, ricevette a Vienna l’ambita nomina di Maestro di Cappella di Corte Corte di Vienna, ma la sua salute cominciò a peggiorare a causa della malattia che aveva contratto: la sifilide. Di questo periodo sono: “Linda di Chamounix” (1842) e “Maria di Rohan” (1843).

Gaetano Donizetti era un impulsivo: produceva le sue opere in gran fretta, accettava tutto quello che gli veniva commissionato, incurante dello stress cui si sottoponeva. Non a caso il compositore lasciò ben
settantatre opere fra serie, semiserie, buffe, farse, gran opéras e opéra-comiques. A queste bisogna aggiungere 28 cantate con accompagnamento di orchestra o pianoforte, diverse composizioni di carattere religioso (fra cui due Messe da Requiem in memoria di Bellini e Zingarelli, e gli oratori “Il diluvio universale” e “Le sette chiese”), brani sinfonici, più di 250 liriche per una o più voci e pianoforte e composizioni strumentali da camera, fra cui 19 quartetti per archi.

Il suo critico più feroce su il francese Hector Berlioz, che non perdeva occasione di attaccarlo sul Journal des débats, accusandolo di essere “trasandato e ripetitivo”. Sicuramente questa grande prolificità di Donizetti non era dovuta al semplice piacere di comporre, ma alla sete insaziabile di guadagno. Ciò nonostante a Donizetti viene riconosciuta la “poetica della fretta”, ovvero l’abilità a fare della fretta non un limite, ma uno stimolo per la propria esperienza creativa.

Durante le prove di “Don Sebastiano” (Parigi 1843) si aggravò il suo stato di salute. La sifilide terziaria gli provocava accessi di ira incontrollabile e confusione mentale. Il compositore venne dunque rinchiuso nel manicomio di Ivry, dove rimase diciassette mesi, nella Valle della Marna, in Francia. Cercò anche in quelle condizioni di continuare a lavorare, ma il suo stato di salute peggiorò gravemente, tanto da costringerlo all’inattività. Le sue ultime lettere conosciute risalgono ai primi giorni del suo ricovero e rappresentano il disperato bisogno di una mente ormai irrimediabilmente confusa che chiede aiuto. Nel 1846, un colpo apoplettico lo lasciò paralizzato, lasciandolo in uno stato di semi-incoscienza fino alla morte, avvenuta due anni dopo, a soli cinquanta anni.Gaetano Donizetti morì l’8 aprile 1848.

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