Il Mosé di Freud
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Chi era Mosè per Freud?
Mosè rappresentò per Freud una figura dal significato profondo, quasi inquietante: non era solo un eroe mitico o leggendario, ma un simbolo vivo, carico di significati identitari e psicologici, dovuti alla sua origine ebraica e alla sua formazione culturale.
Nella Autobiografia del 1925, Freud raccontò che l’interesse per la storia biblica nacque in lui molto presto, subito dopo aver imparato a leggere, e che questo interesse giovanile avrebbe esercitato un’influenza duratura su tutta la sua vita e sui suoi studi. Ne parlava in questi termini:
«Il mio forte interesse per la storia della Bibbia (quasi subito dopo aver imparato a leggere) ha avuto, come ho capito molto più tardi, un effetto duraturo sui miei interessi».
Quale fu la sua prima bibbia?
Uno dei primi strumenti attraverso cui venne in contatto con la narrazione biblica fu la Bibbia illustrata di Ludwig Philippson. Quest’opera, arricchita da immagini che richiamavano l’iconografia egizia, presentava Mosè come un grande leader, liberatore e legislatore: una figura maestosa, capace di guidare e trasformare un intero popolo. Questa immagine potente si fissò nella mente di Freud bambino, suscitando un’ammirazione che sarebbe rimasta viva per tutta la sua esistenza.
Da chi gli fu trasmesso questo interesse per la bibbia?
L’interesse per Mosè e per la tradizione ebraica gli venne trasmesso sia dal padre, Jakob Freud, che nutriva un profondo rispetto per la cultura ebraica, sia dal suo insegnante di ebraico, Samuel Hammerschlag. I nomi biblici – Giacobbe, Samuele, Giuseppe, Mosè – non erano per lui semplici riferimenti religiosi, ma parte integrante dell’ambiente culturale in cui era cresciuto. Hammerschlag, che aveva sostituito Leopold Breuer (padre del futuro collega Joseph Breuer) come direttore della scuola ebraica frequentata da Freud, fu una figura centrale nella sua formazione.
Freud ne parlò con parole di grande intensità, definendolo:
«Una scintilla dello stesso fuoco che animava lo spirito dei grandi veggenti e profeti ebrei ardeva in lui…» (Freud, 1904).
Queste esperienze formative dimostrano quanto profondamente Freud lesse e assimilò la Bibbia, non soltanto come testo religioso o culturale, ma come fonte di immagini simboliche e significati psicologici. La figura di Mosè, in particolare, si trasformò progressivamente in un oggetto di riflessione intima, teorica e persino psicoanalitica, culminando poi nel suo ultimo scritto, L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1939), dove l’autore si interroga sull’origine dell’identità ebraica, sul ruolo della religione e sul processo stesso della trasmissione culturale.
Freud si identificava con Mosè?
Si. In diverse fasi della sua vita, Freud si identificò con Mosè in modi differenti, proiettando su di lui aspetti del proprio Sé.
Freud non considerava Mosè una figura esterna o distante: nella sua interiorità, Mosè era un eroe idealizzato, quasi vivente, un doppio capace di proteggerlo dalle angosce più profonde, come quelle della morte, della perdita e delle ferite narcisistiche. Era dunque, per Freud, una sorta di interlocutore interno, un Sé ideale, con cui poteva dialogare, e dal quale trarre la forza nei momenti più difficili.
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Quando iniziò Freud a occuparsi professionalmente della religione e della morale?
Nel 1935, mentre lavorava alla stesura del libro Mosè e il monoteismo, Freud ricordò che le sue riflessioni psicoanalitiche sull’origine della religione e della morale risalivano già al 1912, con la pubblicazione di Totem e tabù. Aveva proseguito su questa linea di ricerca con L’avvenire di un’illusione (1927), dove aveva espresso un giudizio fortemente critico nei confronti della religione, e con Il disagio della civiltà (1930). In particolare, in L’avvenire di un’illusione, Freud aveva messo in discussione la verità oggettiva delle credenze religiose, sostenendo che la forza della religione non derivava da una realtà trascendente, bensì da una verità storica e psicologica, radicata nell’infanzia dell’umanità.
Vi fu una statua di Mosè che lo influenzò particolarmente, prima di quella di Michelangelo?
Si. Un episodio curioso riguarda la scoperta, fatta insieme ad alcuni studiosi, di una statua situata nella città natale di Freud, a Pribor (all’epoca Freiberg). Questa statua si trovava accanto ad altre sculture cattoliche nella piazza principale, nella parte posteriore della Chiesa di Santa Maria. Raffigurava un profeta dell’Antico Testamento, identificato con Zaccaria, probabilmente in atto di annunciare la nascita di Maria. La figura, però, presentava tratti che potevano ricordare Mosè: indossava un pettorale simile a quello del sommo sacerdote di Israele, un elmo con due protuberanze (evocanti le “corna” di Mosè secondo la tradizione artistica) e reggeva una tavoletta di pietra su cui sembrava scrivere.
Non è noto se Freud bambino o i suoi genitori avessero attribuito particolare importanza a quella statua, ma è possibile che quell’immagine, impressa nella memoria infantile, abbia avuto un’influenza duratura. Il profondo legame che Freud sviluppò in età adulta con la figura di Mosè potrebbe affondare le sue radici proprio in quelle prime impressioni visive.
Quando vide la statua di Michelangelo per la prima volta?
Freud conosceva già la celebre statua del Mosè di Michelangelo grazie a una copia in gesso custodita all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Ma fu solo nel 1901, durante il suo primo viaggio a Roma, che poté ammirare l’opera originale. Rimase immediatamente colpito dalla sua intensità espressiva. In una cartolina indirizzata alla moglie scrisse che, osservando la statua, gli sembrava che Mosè potesse animarsi da un momento all’altro.
Il suo biografo Ernest Jones descrive così questa esperienza:
«Probabilmente Freud era già familiare con le riproduzioni della statua di Michelangelo grazie alla copia in gesso conservata all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Nel suo primissimo viaggio a Roma, nel 1901, andò a vedere il Mosè di Michelangelo. Si tratta di una scultura imponente, carica di potenza artistica e grandiosità. Freud reagì alla statua con attrazione, fascinazione e meraviglia. In una cartolina inviata alla moglie scrisse che, guardando la statua, si aspettava che Mosè si muovesse da un momento all’altro. Avviandosi poi verso una futura interpretazione della statua, commentò: “Sono arrivato a comprendere il significato della statua contemplando l’intenzione di Michelangelo”» (Jones, 1955).
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Che cosa rappresentava per lui quella statua?
Nel tempo, la statua di Mosè di Michelangelo assunse per Freud il ruolo di interlocutore simbolico e silenzioso, quasi fosse egli stesso in analisi con il proprio Mosè interiore. Dopo la rottura del suo rapporto con Wilhelm Fliess — l’ultimo legame umano in cui Freud aveva investito un transfert così intenso — fu Mosè, nella sua forma scolpita, a occupare quel posto centrale. In Mosè, Freud proiettava ideali e aspettative, riconoscendolo come una figura guida, un Sé ideale, un punto di riferimento morale e affettivo.
In uno scritto del 1914, Freud descrive con forza il senso di soggezione e attrazione che provava per la statua:
«… nessun’altra statua ha mai esercitato su di me un’impressione più forte di questa. Quante volte ho salito i ripidi gradini che dall’inelegante Corso Cavour conducono alla piazza solitaria dove sorge la chiesa deserta, e ho tentato di sostenere lo sguardo colmo di sdegnata ira dell’eroe! Talvolta sono uscito con cautela dalla penombra dell’interno, quasi appartenessi io stesso alla folla verso cui si dirige il suo sguardo: la folla che non sa mantenere alcuna convinzione, che non ha né fede né pazienza, e che si rallegra quando riconquista i propri idoli illusori» (Freud, 1914).
In quel periodo, Freud si sentiva lui stesso un apostata — parola che usava ironicamente — e si recava spesso in chiesa, non per ragioni religiose, ma per “visitare Mosè”.
Quando Freud stava lavorando alla sua analisi della statua, chiese all’amico Ernest Jones, in visita a Roma, di portare i suoi saluti al Mosè. Jones, accogliendo il desiderio, scrisse poi:
«Il mio primo pellegrinaggio, il giorno dopo il mio arrivo, è stato per portare i tuoi saluti a Mosè, e credo che si sia un po’ addolcito della sua fierezza»
Quando Freud visitò per la primva volta la statua di Mosé?
La sua visita a Roma avvenne poco dopo la fine burrascosa della sua amicizia con Fliess e fu anche la prima volta che riuscì a superare la sua lunga avversione verso la città, quella che lui stesso chiamava la sua “inibizione” mettendo piede nella “terra promessa”. Da allora, ogni volta che tornò a Roma, Freud non mancò mai di andare a rivedere il Mosè di Michelangelo. In una lettera del 1912 scrisse alla moglie che andava ogni giorno a “trovare Mosè”.
Come vedeva il Mosè ritratto da Michelangelo?
Freud notava che Mosè, seduto e con le tavole della legge capovolte sotto il braccio, mostrava un volto pieno di rabbia, dolore e disprezzo. Questa immagine rappresentava per lui i propri conflitti interiori e sentimenti profondi. Analizzò la statua da ogni angolazione, cercando di immaginare cosa Mosè stesse facendo poco prima del momento rappresentato. La sua interpretazione, ancora oggi discussa, mostra quanto fosse coinvolto emotivamente.
Nel 1914 Freud propose uno sviluppo storico per la statua di Michelangelo:
“… il Mosè che abbiamo ricostruito non balzerà in piedi né scaglierà via le Tavole. Ciò che vediamo non è l’inizio di un’azione violenta, ma il resto di un movimento che si è già compiuto. Nel suo primo slancio di furia, Mosè desiderò agire, balzare in piedi e vendicarsi, dimenticando le Tavole; ma ha superato la tentazione, e ora rimarrà seduto e immobile, nella sua collera congelata e nel suo dolore misto a disprezzo. Né getterà via le Tavole perché si infrangano sulle pietre: è proprio per loro che ha controllato la sua rabbia; è per preservarle che ha tenuto a freno la sua passione. Cedendo alla sua ira e indignazione, aveva trascurato le Tavole, e la mano che le sosteneva si era ritirata. Esse avevano iniziato a scivolare e rischiavano di rompersi. Questo lo riportò a sé stesso. Si ricordò della sua missione e, per essa, rinunciò alla soddisfazione dei suoi sentimenti. La sua mano tornò a sostenere le Tavole prima che cadessero effettivamente a terra.” (Freud, 1914)
Freud “creò” così un Mosè esaltato attraverso Michelangelo, identificandosi con l’interpretazione creativa dell’artista nella pietra. Scelse di vedere l’opposto rispetto a quei critici che supponevano che il Mosè fosse sul punto di alzarsi e frantumare le Tavole, e deliberatamente non interpretò le corna.
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Quando Freud scrisse il Mosè di Michelangelo?
Quando Freud scrisse Il Mosè di Michelangelo, stava vivendo una forte delusione nei confronti di Jung, Adler e Stekel, che lo avevano abbandonato. L’articolo fu redatto poco prima del suo polemico Sulla storia del movimento psicoanalitico (Freud, 1914a). In una lettera a Ferenczi, riferendosi alla separazione da Stekel, scrisse:
“In questo momento, la situazione a Vienna mi fa sentire più simile al Mosè storico che a quello michelangiolesco” (Jones, 1955).
Perché Freud aveva rimandato tante volte la sua visita a Roma?
Per la stessa identificazione con Mosè – che vede la Terra Promessa da lontano ma non può entrarvi: Roma era la città proibita. Freud poté visitarla solo dopo la sua autoanalisi. Per lui era una città associata a Mosè, a Gerusalemme, ai genitori, alla sua famiglia. Il Mosè totemico lo esortava e allo stesso tempo lo bloccava, rappresentando un tabù e un invito.
Quando iniziò a scrivere il Mosè?
Freud iniziò il suo primo saggio su Mosè il giorno di Natale del 1913, circa sette mesi dopo Totem e tabù e nello stesso mese in cui stava lavorando a Introduzione al narcisismo e Storia del movimento psicoanalitico. In quel periodo era profondamente deluso dal tradimento e dai pregiudizi di Jung, e si identificava con Mosè nel tentativo di contenere il proprio tumulto emotivo (Jones, 1955).
Perché pubblicò lo scritto su Mosé in forma anonima?
L’atteggiamento di Freud verso la pubblicazione del suo saggio fu carico di ambivalenza: fu irremovibile nel voler restare anonimo, nonostante Jones e Ferenczi lo spronassero a firmarlo. Scrisse:
«Perché infangare Mosè mettendoci sopra il mio nome?» (Jones, 1955)
Le motivazioni ufficiali – la sua posizione da dilettante in storia dell’arte o l’incertezza sull’interpretazione – non bastano a giustificare l’anonimato. Freud aveva volontariamente omesso il proprio nome, forse per rispetto verso Mosè e Michelangelo, ma anche per nascondere la natura autobiografica del testo.
Freud faceva un parallelo fra Mosé e Akhenaton e perché?
Perché Akhenaton aveva tentato di cancellare il culto tradizionale per imporre il monoteismo, ma fu a sua volta rimosso dalla memoria collettiva. Freud, nel rappresentare Mosè come restauratore del culto monoteista, sembrava rievocare il destino di Akhenaton – e forse anche il proprio.
Nel corso di un acceso confronto con Jung sull’interpretazione dell’iconoclastia di Akhenaton, Freud svenne. Sentiva di non essere più riconosciuto dai suoi allievi e si lamentava del fatto che Jung e Riklin pubblicassero articoli psicoanalitici senza menzionarlo, percependo ciò come un tentativo simbolico di cancellare il suo nome e le sue scoperte: una forma di “omicidio simbolico” (Jones, 1953).
Quando Freud ritirò il proprio anonimato dal libro su Mosè?
Dopo più di dieci anni di visite regolari al Mosè michelangiolesco, Freud ritirò il proprio anonimato solo nel 1924, e pubblicò una Nota supplementare tredici anni dopo. In essa si riferiva a una statua medievale di Mosè che rappresentava proprio le pose che egli aveva ipotizzato per quella di Michelangelo. Scrisse:
«Il mio sentimento verso questo lavoro è simile a quello che si prova verso un figlio illegittimo. Per tre solitarie settimane di settembre del 1913, ogni giorno rimasi nella chiesa davanti alla statua, la studiai, la misurai, la disegnai, fino a quando catturai la comprensione di essa che mi azzardai a esprimere nel saggio solo in forma anonima. Solo molto più tardi ho legittimato questo figlio non analitico» (Jones, 1955).
Freud come descrive l’uomo Mosè?
Freud cercò di individuare la verità storica celata dietro le leggende e i miti religiosi su Mosè.
Nell’opera L’uomo Mosè e la religione monoteistica (1939), Freud ipotizza che la figura di Mosè, come ci è stata tramandata, sia in realtà il risultato della fusione di due figure storiche e religiose differenti:
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Il primo Mosè: secondo Freud, era un egiziano di alto rango, seguace del faraone Akhenaton, promotore di un monoteismo solare (adorazione del dio Aton). Questo Mosè era portatore di una religione elevata, spirituale e non violenta. Dopo la morte di Akhenaton e il ritorno dell’Egitto al politeismo, egli avrebbe guidato un gruppo di schiavi (forse semiti) fuori dall’Egitto, cercando di trasmettere loro questa nuova fede monoteistica.
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Il secondo Mosè: molto diverso dal primo, era associato alla figura di un dio vulcanico e terribile, Yahweh, legato a una religione tribale, dura, con tratti violenti e primitivi. Questo secondo Mosè rappresentava una religiosità più arcaica, vicina ai bisogni concreti e aggressivi di sopravvivenza.
Nel tempo, queste due figure e le due religioni si fusero in un’unica narrazione:
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Il Mosè spirituale e quello più terreno diventarono una sola figura.
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Anche le due immagini del dio (il dio etico e giusto, e quello crudele e vendicativo) si unirono: Yahweh diventò un dio unico ma ambivalente, al tempo stesso amorevole e punitivo.
Questa fusione, per Freud, non è un’evoluzione, ma una regressione. Egli la paragona alla Trinità cristiana, che vede come un ritorno a un politeismo mascherato, in cui la figura unica di Dio si spezza in tre. Quindi la religione monoteista originaria si sarebbe contaminata, perdendo la sua purezza razionale.
Freud assimila Mosè al concetto psicoanalitico di Super-Io?
Si. Il Mosè che ne emerge è una figura che Freud assimila al Super-Io:
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È severo, imperativo, imperioso: incarna l’autorità morale, le leggi, la disciplina.
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Si fa portavoce non delle emozioni, ma del dovere e della rinuncia pulsionale: insegna a rinunciare agli istinti per abbracciare la civiltà e la legge.
Come interpretava Freud il mutismo di Mosè?
Mosè, secondo il racconto biblico, aveva un disturbo del linguaggio (dice di non saper parlare bene). Freud interpreta questo non come una semplice difficoltà, ma come un segno simbolico della sua estraneità linguistica e culturale: Mosè non era ebreo e non parlava ebraico (era egiziano).
Paradossalmente, proprio questa imperfezione nel linguaggio lo rende un tramite puro della parola divina: non parla per sé, ma è un medium, un portavoce. La sua “incapacità di parlare” lo rende più idoneo a incarnare l’autorità sovrumana, a trasmettere un messaggio superiore, che non è suo.
Per Freud che cosa Mosè avrebbe donato al suo popolo?
Attraverso Mosè, il popolo acquisì:
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Il linguaggio simbolico della legge, della civiltà, dell’etica.
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La capacità di identificarsi collettivamente in una figura che ha rinunciato a sé stesso per un ideale superiore.
Mosè era dunque, in senso psicoanalitico, il modello della sublimazione dell’istinto, della rinuncia, e della trasmissione dei valori morali attraverso il linguaggio e la legge.
Perché nel romanzo familiare scritto da Freud su Mosè si sostiene che Mosè non fosse in realtà ebreo?
Perché, pur non essendo “di sangue ebreo”, fu un fondatore culturale e simbolico. In questo senso:
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Non era legato a un’origine etnica o a una terra, ma a una lingua universale: la lingua dell’umanità, fatta di simboli, rinunce e leggi morali.
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Non rappresentava solo l’identità ebraica, ma un archetipo universale del fondatore della civiltà.
Perché Freud ritrae Mosè come precursore di Cristo?
Perché entrambi venerano i Dieci Comandamenti, simbolo condiviso. Come profeta e portavoce divino, Mosè è l’unico ad aver visto Dio e ad averne irradiato la luce. Per questo lo ritrae come precursore di Cristo.
Perché Freud si configura come un nuovo Mosé?
Freud si configura come un nuovo Mosè perché capace di liberare le “anime” tormentate. Il Mosè freudiano è ebreo e non ebreo, mite e collerico, umano e divino. Eppure, la sua autorità morale, sebbene idealizzata, resta fragile, soggetta a regressione e rivolta.
Dr. Giuliana Proietti
Fonte principale:
FREUD AND THE FIGUKE OF MOSES: THE MOSES OF FREUD
HAROLD P. BLUM, M.D.

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Dr. Giuliana Proietti
Psicoterapeuta Sessuologa
TERAPIE INDIVIDUALI E DI COPPIA
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La Dottoressa Giuliana Proietti, Psicoterapeuta Sessuologa di Ancona, ha una vasta esperienza pluriennale nel trattamento di singoli e coppie. Lavora prevalentemente online.
In presenza riceve a Ancona Fabriano Civitanova Marche e Terni.
- Delegata del Centro Italiano di Sessuologia per la Regione Umbria
- Membro del Comitato Scientifico della Federazione Italiana di Sessuologia.
Oltre al lavoro clinico, ha dedicato la sua carriera professionale alla divulgazione del sapere psicologico e sessuologico nei diversi siti che cura online, nei libri pubblicati, e nelle iniziative pubbliche che organizza e a cui partecipa.
Per appuntamenti:
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