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Insidie etiche nell’uso dei social media da parte degli psicoterapeuti

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Insidie etiche nell’uso dei social media da parte degli psicoterapeuti

psicoterapeuti e social media

Il miglioramento della tecnologia wireless e le capacità in evoluzione di Internet hanno avuto un impatto molto forte sul modo in cui ci si scambiano informazioni, sia private che pubbliche (Boyd, 2007; Zur, 2008). Uno dei cambiamenti più notevoli è la nascita di siti di social networking, che diventano sempre più popolari nel mondo (esempio: Facebook, Linkedin, Twitter, Instagram, ecc.)

Ellison, Steinfeld, e Lampe (2006) descrivono le reti sociali online come spazi in cui gli individui possono presentarsi e stabilire o mantenere interazioni con altri individui. Questi siti permettono ai membri di pubblicare informazioni personali, di condividere immagini, e di connettersi con altri utenti con interessi simili.

La condivisione di molte informazioni online tuttavia ha spesso degli effetti negativi e i professionisti non sono immuni dai possibili danni che possono derivarne, quando questi social vengono usati in modo irresponsabile.

L’uso irresponsabile della rete ha prodotto infatti preoccupazioni etiche e professionali per quanto riguarda la professione degli psicologi (Boyd, 2007), ma altre ricerche si sono occupate dei medesimi problemi anche per quanto riguarda altre professioni sanitarie, come per gli infermieri, i medici, i farmacisti (Cain, 2008; Cain, Scott, e Akers, 2009; Guseh, Brendel, & Brendel, 2009; McBride & Cohen, 2009; Witt, 2009).

L’uso dei social media non è spesso contemplato nei codici etici delle varie associazioni di psicologia nel mondo e per questo vari autori hanno tentato di analizzare la problematica, al fine di permettere di costruire delle linee guida, cui altri si possano ispirare.

In genere i codici deontologici invitano i terapeuti a non fornire informazioni al paziente sulla propria vita privata. Tuttavia, a causa dell’uso attualmente prevalente delle reti sociali online, vanno prese in considerazione anche le auto-rivelazioni che possono essere fatte non direttamente, ma via Web (Zur, 2008).

Poiché le reti sociali online sono essenzialmente dei forum attraverso i quali poter trasmettere informazioni personali, l’utilizzo di questi siti aumenta la probabilità che i terapeuti facciano rivelazioni involontarie. Utilizzando le risorse online che sono ormai comuni nella maggior parte delle famiglie, i pazienti sono ora in grado di trovare molte informazioni sui loro terapeuti (Zur, 2008;. Zur et al, 2009), il che in genere non è auspicabile.

Nella maggior parte dei casi le ricerche online del paziente non hanno altro obiettivo che quello di soddisfare alcune comprensibili curiosità, ma non va sottovalutato il potenziale uso malevolo dei social media da parte del paziente, che ad esempio può richiedere l’amicizia online al proprio terapeuta utilizzando uno pseudonimo (Zur et al., 2009).

I pazienti molto curiosi e invadenti possono aderire ai social network sotto falso nome, chiedendo l’amicizia con il professionista, e venendo a conoscenza di molte informazioni personali e private che lo riguardano, all’insaputa del terapeuta (Zur et al., 2009).

Luo (2009), che ha studiato la cosa dal punto di vista psichiatrico, è dell’opinione che queste auto-comunicazioni fatte dai terapeuti on-line abbiano anche il potenziale di danneggiare i pazienti stessi, in quanto compromettono la relazione terapeutica, impedendo il necessario transfert.

Questo problema moderno ribadisce la necessità di una consapevolezza da parte del terapeuta, che non può fingere di non sapere che tutti i messaggi on-line possono essere visualizzati da tutti, ivi inclusi i propri pazienti e le loro famiglie, e che tali messaggi possono rimanere online, in una qualche forma, per sempre (Hoser & Nitschke, 2010; Zur et al, 2009), in quanto è tutt’altro che facile cancellarli.

Un consiglio utile che viene dato a questo proposito è quello di cercare periodicamente il proprio nome su Google, per capire quali informazioni vi sono associate (Taylor, McMinn, Bufford, & Chang, 2010; Zur, 2008; Zur et al., 2009).

Inoltre, Taylor et al. (2010) suggeriscono che i terapeuti stabiliscano delle strategie di comportamento online facendo anche degli auto-monitoraggi. Questi autori affermano che l’intenzionalità debba essere considerata il migliore metodo che i terapeuti hanno a disposizione per proteggere se stessi e i loro pazienti dai danni che possono derivare dalle informazioni messe on-line. In altre parole, tutti i messaggi postati dovrebbero essere intenzionali e in linea con i comportamenti che richiede la professione

Infatti, durante una seduta psicologica è ovvio che i terapeuti ascoltino i pazienti, li sostengano, mostrando empatia e apertura mentale (Neukrug & Schwitzer, 2006) ma non è scontato che, al di fuori della seduta, nella vita privata, i professionisti dimostrino atteggiamenti o comportamenti in linea con questi standard.

Ad esempio, i professionisti possono, nella loro vita personale, usare ironia, sarcasmo, avere il gusto della battuta spinta, esprimere idee politiche, o addirittura coltivare pregiudizi (Neukrug & Schwitzer, 2006).

Se questi comportamenti della vita privata diventano pubblici, questo va in primis ad influire sulla credibilità professionale. Da ciò ne consegue che se i consulenti si impegnano in un comportamento simile nel contesto di un social network on-line, le conseguenze negative non si limitano ai membri della propria comunità, ma vengono allargate al vasto numero degli utenti di Internet.

La preoccupazione circa l’uso inappropriato dei social media riguarda anche il mondo accademico (Cain, 2008), della salute (McBride & Cohen, 2009; Witt, 2009), della farmacia (Cain et al., 2009). Questi autori condividono la comune convinzione che la mancanza di professionalità nel social networking online possa avere effetti deleteri significativi sulla carriera di un professionista.

Cain et al. (2009) ricorda che l’ “e-professionalism”, comporti la tutela della propria immagine professionale, la quale può essere gravemente compromessa dall’espressione di opinioni e commenti inopportuni, oppure per l’adesione a dei gruppi sociali di scarsa affidabilità sociale.
I professionisti infatti dovrebbero tenere conto non semplicemente del loro comportamento sul posto di lavoro, ma anche dal comportamento e dei valori che dimostrano di avere nella loro vita personale.

Anche se si partecipa ai social media online si fa in primo luogo per motivi personali e di intrattenimento, è bene sapere che ormai molti datori di lavoro usano le informazioni pubblicate on-line per esprimere valutazioni di natura professionale (Cain et al., 2009; Witt, 2009).

Lehavot, Barnett, e Powers (2010) raccomandano dunque la consapevolezza, in modo da non intraprendere mai azioni online che possano superare il confine professionale.

Poiché i terapeuti sono al corrente di molte informazioni intime che riguardano i loro pazienti, essi devono rispettare complessi obblighi etici per mantenere queste informazioni riservate (Corey et al., 2011). La necessità dei professionisti di onorare e mantenere la riservatezza nella loro pratica clinica si basa su principi che riflettono il fondamento stesso della professione (Schulz, Sheppard, Lehr, e Shepard, 2006).

Oltre che a non rivelare informazioni su di se i terapeuti dovrebbero fare attenzione a non rivelare informazioni di cui sono venuti a conoscenza nella loro professione. McBride e Cohen (2009) citano a questo proposito un caso che ha avuto luogo nel Wisconsin, dove due infermiere hanno pubblicato la foto di una lastra a raggi x di un loro paziente su Facebook. L’atto di pubblicazione di informazioni riservate, anche quando i nomi non vengono citati, può portare notevoli problemi e questo è comune per tutte le professioni di aiuto (McBride & Cohen, 2009; Witt, 2009), dal momento che è possibile identificare i pazienti basandosi sulle sole descrizioni della malattia, dell’ospedale in cui questi pazienti sono curati, o altre informazioni (Witt, 2009). Nel caso sopra descritto, è stata sporta denuncia all’FBI per valutare l’eventuale violazione dell’ Health Insurance Portability e Accountability Act (HIPAA).

Anche da parte dei pazienti occorrerebbe osservare dei limiti ed evitare di chiedere o pretendere informazioni da parte del terapeuta. Peraltro, una falsa “amicizia” su Facebook può portare una persona depressa ed isolata a sopravvalutare l’ “amicizia” online con il proprio terapeuta,  e desiderando che la loro relazione diventi più profonda. Questo può avvenire ovviamente anche al di fuori del mondo di Internet, ma è intuibile che l’uso del social può distorcere più facilmente le percezioni.

L’atto di accettazione di una richiesta di amicizia on-line da parte di un paziente può essere recepito dal paziente come un invito ad entrare nella vita personale del terapeuta e nel regno delle sue molteplici relazioni. Witt (2009) mette in guardia gli operatori sanitari contro questi comportamenti: accettare di essere “amici” nel mondo online, infatti porta facilmente una confusione tra ruoli personali e professionali (Witt, 2009).

Come suggerito da Younggren e Gottlieb (2004) e delineato da Corey et al. (2011), le domande da farsi sono le seguenti:
• Sto entrando in un rapporto che si aggiunge a quello professionale e lo reputo necessario,
o potrei evitarlo?
• Questo rapporto aggiuntivo può causare danno al mio paziente?
• Esiste il rischio che questo rapporto disturbi la relazione terapeutica?
• Riesco a valutare oggettivamente questo problema? (Corey et al., 2011)

Nella maggior parte dei casi, entrare in rapporto online con un paziente è sia inutile che evitabile.
L’unico motivo per cui la relazione terapeutica potrebbe beneficiarne è se il terapeuta sentisse il bisogno di offrire una comprensione al suo paziente delle sue limitazioni personali e professionali.

Qualora si decidesse di aprire un profilo sui social media è dunque importante conoscere e impostare bene le impostazioni sulla privacy. Facebook, ad esempio, consente agli utenti di regolare chi può (a) consultare il profilo, (b) chi può entrare in contatto ed ottenere le informazioni, (c) chi può ricercare il proprio profilo utilizzando Facebook o altri motori di ricerca  (d), con chi si può interagire su Facebook. Le impostazioni sulla privacy vanno sempre impostate al massimo livello consentito.

Occorre poi avere la consapevolezza che Facebook è di natura pubblica e che le proprie dichiarazioni devono essere fatte solo se e quando sono accettabili anche per la persona più scomoda che si conosce nella propria comunità (prima di scrivere si dovrebbe immaginare che a leggere lo scritto sia il proprio capo, il proprio formatore, uno dei pazienti più difficili e le loro famiglie, ecc.)  Come scritto in letteratura, è importante ricordarsi di “pensare prima di postare” (Witt, 2009) evitando così la condivisione delle informazioni con i pazienti della propria vita di tutti i giorni.

Se un paziente chiede l’ “amicizia” va dunque chiaramente spiegato che non si possono accettare questi inviti, anche per rispetto del proprio paziente, il quale ricava dei benefici dall’astensione del terapeuta alla partecipazione delle relazioni online (Corey et al., 2011).

Una potenziale alternativa per i terapeuti è quella di creare profili online appositamente costruiti per l’utilizzo professionale. includendovi solo le informazioni rilevanti per la pratica professionale nei propri profili, evitando il rilascio di informazioni non intenzionali e mantenendo i contatti con i pazienti
sul piano strettamente professionale.

Riconoscendo i vantaggi e gli svantaggi dell’utilizzo delle reti sociali online, i terapeuti possono creare un giusto equilibrio fra vita professionale e vita personale.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte: William Bratt, Ethical Considerations of Social Networking for Counsellors, Canadian Journal of Counselling and Psychotherapy /  ISSN 0826-3893 Vol. 44 No. 4 2010

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Dr. Giuliana Proietti
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