spiritualità

Jung, l’accettazione e la spiritualità

Freudiana Psicologia

Nel 1931, uno dei pazienti di Jung si mostrava ostinatamente resistente alla terapia. Roland H era un alcolista americano, che Jung aveva visto per diverse settimane, forse un anno, senza successo. Un anno dopo, Roland tornò dallo psicoanalista a Zurigo, ma era ancora dedito all’alcol, tanto che Jung pensò che non sarebbe mai riuscito a far smettere di bere il suo paziente, attraverso la terapia. Ma ebbe un’idea.

Roland poteva inserirsi nell’Oxford Group,un movimento evangelico cristiano che proponeva un totale asservimento al volere di Dio. Attraverso un’esperienza di conversione, si sarebbe potuto verificare un cambiamento significativo che avrebbe potuto portare nuova energia al suo inconscio e ridurre così il desiderio insano di bere.

Funzionò. Roland svelò il suo “segreto” ad un altro alcolista Bill W, ed anche lui si convertì, aiutando altri dipendenti da sostanze alcoliche ad abbandonare le loro abitudini, tramite una serie di incontri fra persone che avevano sofferto del problema e ne erano uscite: così nascque la Society of Alcoholics Anonymous (Gli Alcolisti Anonimi). Oggi conta più di 2 milioni di membri in 150 Paesi.

La fede, in tutto questo, conta molto. Quando queste persone si incontrano sanno che è per un motivo specifico e sentono che c’è qualcosa di superiore, un Dio amorevole, che si esprime nel gruppo di auto-motivazione.Questo dà un grande senso di fiducia, che aiuta le persone a pensare che ce la potranno fare.

Jung riteneva che gli esseri umani fossero delle creature psicosomatiche, che devono preoccuparsi dei fatti dello spirito esattamente come fanno per il loro corpo. Inoltre, la nostra psiche non è personale: è connessa a quella degli altri, sia con coloro con i quali visibilmente interagiamo, sia con coloro che sono venuti prima di noi, attraverso le dinamiche dell’inconscio collettivo.

La vita va avanti bene quando questi collegamenti sono aperti, e questi flussi danno un senso e uno scopo. Al contrario, se ci sono dei blocchi, essi possono portare a problemi di salute, con manifestazioni somatiche e psicologiche. “Una psiconevrosi deve essere intesa, in ultima analisi, come la sofferenza di un’anima che non ha scoperto il suo significato”, ha scritto Jung, in un saggio argutamente intitolato “psicoterapeuti o il Clero”.

Altri osservatori della condizione umana hanno fatto rilievi simili. Bertrand Russel, che era piuttosto dissimile da Jung riguardo al bisogno di spiritualità, nondimeno notò che le persone più felici “si sentono parte del flusso della vita, non delle entità rigidamente separate, come una palla da biliardo, che non può avere relazione con altri oggetti simili, se non durante una collisione”. Queste persone si sentono “cittadini dell’universo”.

Jung aveva una predilezione per il linguaggio religioso – per questo parlava dell’universo come dell’ “anima del mondo” o anima mundi – e non si trattava solo di un gusto estetico-letterario. Jung credeva che la spiritualità fosse essenziale per gli esseri umani e che occorresse prenderla più seriamente.

L’immagine predefinita dell’individualità secolare era proprio la palla da biliardo. Nozioni come il flusso della vita, l’anima, l’inconscio collettivo, tendono, secondo Jung, ad essere trattate come finzioni letterarie, nel migliore dei casi, e ciò danneggia la qualità della nostra vita.

Sin dall’inizio della sua attività di psichiatra, Jung aveva notato che “una spiegazione adeguata o una parola di conforto per il paziente può avere un effetto simile alla guarigione”. Si spiegava questa efficacia come derivante da ciò che il medico riesce a trasmettere, non solo da ciò che il medico, in effetti, fa. “Le parole del medico, certamente, sono ‘solo’ delle vibrazioni nell’aria, ma la loro qualità speciale è dovuta ad un particolare stato psichico nel medico.” Esso si collega con lo stato psichico dell’altro. Il paziente scopre che “prenderà possesso di lui e darà senso e forma alla sua anima”. Non si tratta di qualcosa di soprannaturale, ma della consapevolezza che vi sia “una dimensione più profonda del reale”.

Le tradizioni religiose sono le custodi di questa fonte di energia, anche se Jung riteneva che la cosa davvero importante fosse avere un atteggiamento religioso nei confronti della vita, piuttosto che una fede particolare. Nelle lezioni del 1937 Jung sosteneva che occorre tornare ad essere sé stessi, accettarsi e solo così riconciliarsi con le circostanze avverse e gli eventi della vita. Occorre, in un certo senso, fare la pace con Dio, sottomettendosi al suo volere. Sembra un atteggiamento passivo, anche se in realtà, tale accettazione produce un nuovo entusiasmo per la vita, perché l’individuo non si sente più solo nella sua lotta, ma invece tocca con mano “il significato che risveglia”.

A cura Dr. W. La Gatta

Fonte:

The power of acceptance, The Guardian

Immagine:

Wikimedia

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