La compassione

compassione

La compassione è un’emozione che, insieme alla simpatia, all’empatia e alla solidarietà, viene considerata alla base del comportamento pro-sociale, cioè quando si compiono azioni gratuite, che producono un beneficio in chi le riceve ( Wispé, L. G., Positive Forms of Social Behavior: An Overview. Journal of Social Issues, 28(3), 1-19, 1972).

Nella lingua italiana il termine “compassione” è quasi perfettamente sostituibile con il termine “pena”, quando si prova uno  “stato di sofferenza fisica e, soprattutto, morale” o una “afflizione per le sofferenze altrui” (Sabatini Colletti)

Si può provare pena (o compassione) in presenza di una grave malattia, di un handicap invalidante, di una tragedia o un lutto, o anche per uno stato di povertà estrema: la mancanza di risorse o l’incapacità di poter cambiare la propria situazione e la sofferenza che da questo deriva, producono in chi osserva il senso di pena e l’impulso a prestare aiuto.

Può accadere tuttavia che la consapevolezza acquisita sulle condizioni drammatiche che vive l’altro, possa produrre una reazione completamente diversa, come la fuga, materiale o morale, per sfuggire alla vista del sofferente e all’emozione della pena che questo comporta (anche attraverso l’emozione del disgusto, che produce un allontanamento, fisico e psicologico, nei confronti di chi è oggetto del nostro disgusto).

Anticamente l’emozione della pena veniva descritta soprattutto con il termine “compassione” che, ricordiamolo, deriva dal latino cum patior, cioè “soffro con” e dal greco συμπἀθεια , sym patheia o “simpatia”, cioè “provare emozioni con…”, ma il concetto richiama alla mente anche quello di “empatia” (dal greco “εμπαθεια” empateia, composta da en-, “dentro”, e pathos, “affezione o sentimento”), che veniva usata per indicare il rapporto emozionale di partecipazione soggettiva che legava lo spettatore del teatro greco antico all’attore recitante ed anche l’immedesimazione che questi aveva con il personaggio che interpretava.

Secondo Aristotele, la compassione è una emozione dolorosa, che riguarda la disgrazia e la sofferenza che colpiscono le altre persone. Essa si basa su tre requisiti cognitivi:
1. la credenza, o valutazione, che la sofferenza sia seria e non banale;
2. la convinzione che la persona non meriti la sofferenza stessa;
3. la consapevolezza che ciò che capita all’altro potrebbe un giorno capitare a sé stessi.

Partiamo dal primo punto, la serietà della sofferenza. Le occasioni per la compassione enumerate da Aristotele sono le medesime che potremmo elencare oggi: la morte, le violenze, i maltrattamenti, la vecchiaia, la malattia, la mancanza di cibo e di amici, la separazione dagli amici, l’essere inermi, sfigurati o immobilizzati, la delusione delle aspettative, l’assenza di prospettive positive. La compassione deriva dai giudizi dell’osservatore. Se l’osservatore non riesce a capire la gravità dei problemi dell’altro, non proverà compassione.

Il secondo requisito cognitivo aristotelico per la compassione è la convinzione che la persona non meriti la sofferenza che prova. Se la persona che osserviamo paga, attraverso la sua sofferenza, le conseguenze di un suo comportamento sbagliato, è più facile, per chi osserva, tendere al biasimo o al rimprovero, piuttosto che alla compassione. Solo se si ritiene che la persona non sia responsabile della propria disgrazia si prova una vera compassione. Aristotele aggiunge che, per questa ragione, si prova compassione soprattutto nei confronti di persone considerate buone, che dunque non meritano le cose cattive che accadono loro. Nei confronti delle persone cattive invece, difficilmente si prova compassione, perché si tende a credere che esse “meritino” le cose cattive. Avremo invece compassione, anche di una persona cattiva, se consideriamo la sua sofferenza sproporzionata rispetto alla colpa, oppure se consideriamo il cattivo carattere e la negligenza della persona, come il prodotto di forze che in qualche modo la persona non era in grado di controllare.

Il terzo requisito cognitivo per la compassione è, secondo Aristotele, quello delle analoghe possibilità: la compassione concerne quelle disgrazie “che ci si può attendere di soffrire noi stessi o uno dei nostri amati”. Inoltre, solo chi abbia qualche esperienza e comprensione della sofferenza, aggiunge Aristotele, proverà compassione; e non proveremo compassione se pensiamo di essere al di sopra della sofferenza. Il riconoscimento della propria analoga vulnerabilità, quindi, è un requisito importante e spesso indispensabile per provare la compassione: ad esempio, quando si prova compassione per gli animali, è perché se ne riconosce la comune vulnerabilità al dolore, alla fame, e ad altre forme di sofferenza, che questi esseri hanno con l’uomo, seppure siano così diversi sotto altri aspetti. (Non a caso nella tradizione classica gli dèi vengono spesso descritti come insensibili e privi di compassione per gli umani, mentre il dio cristiano prova compassione per gli errori e le sofferenze dei mortali così come il bodhisattva buddhista, che è sfuggito al dolore, prova sofferenza per chi ne è ancora afflitto).

Rousseau, nell’Emilio, sostiene, in accordo con Aristotele, che la consapevolezza della propria debolezza e vulnerabilità sia una condizione necessaria per la pitié. “Perché i re sono senza pietà per i propri sudditi? Perché sono convinti che non saranno mai uomini. Perché i ricchi sono così duri con i poveri? Perché non hanno paura di cadere in povertà. […] Non abituate dunque il vostro allievo a guardare dall’alto della sua gloria i dolori degli infelici, le penose fatiche dei miseri: non sperate di insegnargli a compiangerli, se li considera estranei alla propria esistenza“. Rousseau sostiene che la conoscenza delle comuni vicissitudini della sorte impedirà a Emile di escludere i poveri, o i membri delle classi più basse, perché saprà che la gente perde continuamente il denaro, il ceto sociale e i diritti politici.

In effetti il potere dell’immaginazione (cioè del sapersi mettere al posto dell’altro, del pensarsi un giorno come l’altro) è spesso ostacolata da vari tipi di barriere sociali (di classe, di religione, etnia, sesso, orientamento sessuale) e ciò è di ostacolo alla compassione. “Vedere senza sentire non significa sapere”, leggiamo, in Rousseau, a proposito della pitié.

Perché le analoghe possibilità sono importanti? Aristotele e Rousseau ritengono che il dolore dell’altro possa interessarci solo se comprendiamo che cosa significherebbe per noi provare un dolore simile e sia possibile stabilire una forma di comunanza tra noi e l’altro. Senza questo senso di comunanza, dicono Aristotele e Rousseau, reagiremmo con totale indifferenza o semplice curiosità intellettuale.

Il rifiuto di ogni sentimento di compassione nella morale caratterizza invece l’etica kantiana: viene infatti raccomandato da Kant che il sentimento non venga confuso con la moralità. Il sentimento della compassione, dice infatti il filosofo, è qualcosa di impulsivo, debole, incostante su cui non può fare affidamento la morale: «una certa dolcezza d’animo che passa facilmente in un caldo senso di pietà, è cosa bella ed amabile, perché rivela una certa partecipazione alle vicende altrui…ma questo sentimento bonario è debole e cieco».

Schopenhauer vede invece nella compassione una delle strade che portano alla liberazione dal dolore universale dell’uomo. L’uomo, provando compassione, cioè patendo assieme agli altri per il loro dolore, non solo prende coscienza del dolore ma lo sente e lo fa suo. Si realizza così la pur momentanea sconfitta della “volontà di vivere”( impulso irrazionale che ci spinge, malgrado noi stessi, a vivere e ad agire) poiché la compassione è capace di far dilatare il singolo corpo del singolo uomo nel corpo degli altri uomini: la propria corporeità si assottiglia e la volontà di vivere è meno incisiva. Il dolore, unendo gli uomini, li accomuna e li conforta. Schopenhauer pone il sentimento della compassione a fondamento dell’azione morale, che presuppone la fine dell’egoismo e il riconoscimento di un’essenza comune in cui scompaiono l’alterità e le differenze individuali. La compassione è però vista come un episodio occasionale che modifica l’orrenda tessitura del mondo, la scena su cui la volontà di vivere si ripete. Il carattere antropologico fondamentale che questa filosofia analizza non è la compassione ma l’egoismo, e per Schopenhauer il mondo non può smettere di testimoniare la “colpa” o il “peccato originale” connaturato alla sua stessa esistenza.

Nietzsche ricorda che i Greci interpretavano la compassione come un veleno, da concentrare ed espellere attraverso la terapia del dramma. Secondo Nietzsche l’immedesimazione della sofferenza predicata dalla religione, porta ad un incremento del senso dell’Io del soggetto, che si dilata oltre il confine dell’individualità normale. I deboli dunque, i sofferenti, tutti coloro che la religione ha chiamato a sentimenti di compassione, si uniscono in masse e diventano una forza urlante che sminuisce l’uomo e gli toglie dignità. Tale massa urlante soffoca l’oltreuomo e lo costringe a subire la compassione con tutto ciò che ne consegue, costringendolo a dipendere dalle regole e dalle istituzioni che finiscono con il diventare regole di vivere sociale indebitamente imposte.

Nel pensiero di Nietzsche dunque i filantropi e i compassionevoli non lo sono tanto per un sincero sentimento di pietà verso chi soffre, ma come naturale conseguenza di una loro pienezza di potere che straripa sui sottomessi e sugli schiavi, i quali, da parte loro, giustificano la loro subordinazione esaltando i valori dell’umiltà e della rinuncia. La compassione, secondo Nietzsche, è dunque un sentimento cristiano condannabile, in quanto intralcia la legge naturale dello sviluppo.

E’ infatti comprensibile, dice il filosofo, che i sofferenti trovino nella devozione assoluta il senso della loro esistenza, ma la religione sfrutta questo bisogno come potente strumento di controllo delle masse, proponendo alle masse uno sfogo alle proprie pulsioni, che si indirizzano così verso l’autopunizione e il sacrificio, verso la compassione immotivata: pulsioni trattenute dentro di sé e non lasciate libere di sfogarsi.

Il tema della compassione fu uno dei tanti motivi di contrasto tra Nietzsche e Wagner. Wagner infatti esaltava la compassione: si pensi al rimorso di Parsifal per il “sacrilegio inaudito” da lui compiuto  con l’uccisione del cigno. Questo atto segna un primo barlume di consapevolezza verso la compassione attiva, che è alla base di questa rappresentazione. L’identità di sapienza e compassione espressa nel motto “Durch Mitleid wissend” (sapiente attraverso la compassione) è il sostegno del programma di “redenzione” o rigenerazione del mondo affidata a Parsifal. (per gli aspetti filosofici della compassione, cfr. Martha Nussbaum, L’intelligenza delle emozioni)

Dal punto di vista psicologico, la compassione è, fra le emozioni, quella cui si conferisce maggiore approvazione sociale  e che è ritenuta alla base della valutazione razionale e dell’azione appropriata, sia nella vita pubblica che nella vita privata
L’emozione della compassione potrebbe apparire in netto contrasto con le teorie di Darwin, sull’istinto di sopravvivenza o con la teoria freudiana del principio di piacere, che respinge qualsiasi apparentemente naturale tendenza da parte degli esseri umani ad agire contro i propri interessi, ma vi sono interpretazioni diverse che vedono nella compassione un vantaggio per sé, come ad esempio nella teoria dei neuroni-specchio, per cui l’ immedesimarsi nelle sofferenze altrui, riproducendo nella propria mente il vissuto degli altri, permette di diventare maggiormente altruisti e in grado di prestare aiuto ai propri simili (Rizzolatti et al. 2001):
Nella tradizione buddhista, la compassione viene considerata il risultato di un rapporto particolare, segnato biologicamente, come quello fra madre e figlio.

Nel suo discorso “La compassione basata sulla biologia e la ragione”, Sua Santità il quattordicesimo Dalai Lama a Praga, nella Repubblica Ceca, l’11 Ottobre 2006 differenzia tre tipi di compassione:
1) Quella diretta verso parenti e persone care. Essendo questa basata sull´attaccamento, è una compassione ”limitata”: basta una piccola circostanza per trasformarla in collera o addirittura in odio.
2) Quella diretta verso gli esseri che soffrono: si basa su un sentimento di pietà per loro. Con questo tipo di compassione, guardiamo gli altri con un senso di sufficienza e ci sentiamo migliori di loro. Questi due tipi di compassione nascono da emozioni disturbanti e pertanto creano problemi.
3) Quella priva di pregiudizi, fondata sulla comprensione ed il rispetto. Con questa compassione, ci rendiamo conto che gli altri sono come noi: hanno lo stesso diritto di essere felici e di non soffrire, esattamente come noi, Per via di questa comprensione, proviamo amore, compassione e affetto per loro. Questo terzo tipo di compassione è di natura stabile. Si sviluppa con l´allenamento, l’educazione e la ragione. Più la compassione è stabile, maggiore sarà di beneficio.

Questi tre tipi di compassione, dice ancora il Dalai Lama, sono suddivisi in due categorie generali: i primi due tipi sono emozioni di tipo “nevrotico”, il terzo tipo è un’emozione che nasce invece sulla base della ragione, senza pregiudizi e che è rafforzata dalla natura, attraverso la vicinanza e l’affetto provato nei confronti della propria madre: in questo rapporto vi sono infatti  i semi della compassione, che contribuiscono a renderla stabile.
Dice il Dalai Lama:

Osservate la differenza tra questi due atteggiamenti. Quando siamo più compassionevoli, la nostra mente e il nostro cuore sono più aperti e comunichiamo molto più facilmente. Quando siamo concentrati su noi stessi, la nostra mente e il nostro cuore sono chiusi e ci è difficile comunicare con gli altri. La collera indebolisce il sistema immunitario, mentre la compassione e avere un buon cuore migliorano il sistema immunitario. La collera e la paura non ci fanno dormire – e quando dormiamo, facciamo incubi. Quando la nostra mente è calma, dormiamo bene. Non abbiamo bisogno di calmanti – la nostra energia è equilibrata. Quando siamo tesi, la nostra energia diventa frenetica e ci sentiamo nervosi. Per vedere e comprendere chiaramente le cose, abbiamo bisogno di una mente calma. Se siamo agitati, non vediamo la realtà – e così, la maggior parte dei problemi, anche a livello globale, sono causati dall´uomo. Nascono perché gestiamo male le situazioni, perché non vediamo la realtà. Le nostre azioni si basano sulla paura, sulla collera e sulla tensione. C´è troppo stress. Non siamo oggettivi, perché la nostra mente è illusa.

Le emozioni negative dunque, restringendo la nostra mente, producono risultati insoddisfacenti, mentre la compassione, rendendo aperta e calma la mente, ci aiuta, secondo il pensiero buddhista, a capire meglio la realtà, producendo impegno nell’eliminare quello che nessuno vuole e nel realizzare ciò che tutti vogliono.

Dr. Giuliana Proietti

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3 commenti su “La compassione”

  1. complimenti dottoressa, questo articolo è davvero ben scritto, chiaro e pieno di riferimenti interessantissimi. mi è piaciuto davvero molto, se tutto il web fosse così ricco di contenuti avremmo tutti molta più facilità nel reperire informazioni serie e dettagliate. la ringrazio

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