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La donna e la casa: quale relazione?

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La donna e la casa: quale relazione?

la donna e la casa

La donna e la casa: quale relazione?

Il rapporto privilegiato fra la donna e la casa si è creato tempi antichissimi ed è sempre stato strettamente legato alla discriminazione fra i generi.

Dal punto di vista storico sappiamo che, a partire dal neolitico, ma soprattutto con l’affermarsi dell’età dei metalli, la donna cominciò a dedicarsi esclusivamente alla cura della casa, all’allevamento dei figli, alla filatura e alla tessitura, riducendo così al minimo i rapporti con l’esterno.

Anche nelle società antiche più celebrate, come quella egizia, greca o romana, le donne erano escluse dalla vita pubblica e confinate fra le quattro mura domestiche.

L’argomento non veniva neanche messo in discussione. Infatti, vi erano molti e noti motivi, spiegabili, giustificabili, perché un povero, un vagabondo, uno schiavo o uno straniero non dovessero entrare a far parte della vita pubblica, ma nessuna giustificazione veniva prodotta per spiegare perché le donne non dovessero partecipare al potere: era un fatto implicito, comunemente accettato.

Aristotele affermava che l’uomo è per natura superiore e deve comandare, mentre la donna è un essere debole e per questo deve essere comandata. Alla base della dottrina aristotelica sta una tripartizione tra la sfera della casa, luogo dei bisogni primari e quotidiani, lo spazio della città e il regno.

La politica inizia dalla città, dalla polis, per cui la casa, e con essa la donna, vengono considerate una sorta di pre-condizione per la politica, intesa qui nel senso di cultura, vita civile, progresso. All’interno della casa le donne si differenziano in vergini, madri, vedove, mentre gli uomini si differenziano in relazione a ciò che essi sono fuori della casa: nobili, giuristi, letterati, religiosi, contadini, mercanti.

Quando Aristotele parla della famiglia, la chiama oikos (casa) ed elenca quattro figure che ne fanno parte: il padre, la madre, i figli e gli schiavi. Il padre naturalmente ha autorità su tutte queste persone. L’economia è il governo della casa: il processo con cui si procurano i beni per far funzionare la casa.

Il Cristianesimo dette nuova dignità alla donna, rendendola compagna unica e inseparabile dell’uomo, collocandola nella casa come madre ed educatrice, sull’esempio della Vergine Maria. Questa situazione è praticamente durata, sempre uguale a sé stessa, fino all’inizio del secolo scorso. La donna era “regina della casa”, “angelo del focolare”: in realtà custode di spazi abitativi che dovevano essere mantenuti sani e confortevoli come “premio” per il marito che tornava dal lavoro.

I saperi relativi ad una buona gestione della casa si trovano tutti in una nuova scienza, che comincia ad affermarsi in quel tempo e che venne spazzata via dalle scuole solo dopo il 1968: l’economia domestica, ovvero “come condurre gli affari domestici, saggiamente governare la famiglia, allevare igienicamente i bambini, essere insomma buone mamme e massaie” (Montinari, 1943)

L’economia domestica, che fu poi molto valorizzata dal fascismo, in realtà fu introdotta già all’inizio del secolo scorso, da parte di gruppi di donne borghesi impegnate in organizzazioni cattoliche, che organizzavano corsi nei quartieri operai già prima della grande guerra, ispirandosi a galatei e manuali di buone maniere ottocenteschi.

Nel libro di Erminia De Benedetti, Consigli per il buon governo della casa, pubblicato nel 1928 e dunque in epoca fascista, notiamo ancora questo principio ispiratore di paternalismo ottocentesco verso i ceti inferiori: “Io vi parlerò senza studio, con sincerità e semplicità, per avvicinarmi a voi, semplici creature, care donne d’Italia, dal cuore affettuoso ed espansivo, dall’intelligenza pronta (…) disposte al sacrificio, anche a quello umile di ogni giorno, di ogni ora, che è eroico appunto perché è oscuro”.

Con l’affermarsi del regime fascista l’economia domestica si trasformò da arte della casa in organizzazione scientifica della casa, secondo le teorie tayloristiche, allora in voga, poiché diversi erano diventati gli obiettivi. Leggiamo in un libro della propaganda fascista (AAVV, 1930, citato in Cosseta, 2000), “La rieducazione della donna del popolo è certamente opera complessa: i problemi che involve sono di ordine morale, fisico, intellettuale, religioso, economico, ma qui uno ci interessa più che mai: il ripristino di tradizioni che facevano della donna simbolo di ordine, di prosperità, di benessere nella famiglia operaia, la ricostruzione del focolare domestico. All’uopo, le scuole di Educazione e di Economia Domestica sono leve potentissime in quanto si propongono il ripristino, nella famiglia operaia, di quei coefficienti, di quelle energie che fortunatamente per un certo tempo opposero una pur tenace resistenza all’opera dissolvitrice”.

Le scuole di economia domestica divennero dunque delle scuole di vero e proprio indottrinamento femminile. Un corso di economia domestica prevedeva la trattazione di argomenti quali la famiglia, la missione della donna, i doveri della donna verso Dio, nozioni di amministrazione e contabilità domestica. Molto spazio era dedicato all’abitazione (scelta della casa, arredamento, salubrità, manutenzione), oltre a nozioni morali di ispirazione cristiana per il matrimonio e l’allevamento dei figli.

Un’idea di quanto accadeva in questi corsi ce la si può fare leggendo il romanzo autobiografico di Elena Canino: Clotilde fra le due guerre (Canino, 1956, citato in Cosseta, 2000): “Tre volte alla settimana vado il pomeriggio alla casa del Fascio, dove si è aperto un corso di economia domestica, tenuto dalle signore più in vista della città. L’economia consiste nello sprecare molto gas e svariati ingredienti per insegnare alle donne del popolo a cucinare, e tutte noi a lavorare per cucire vestine e corredini da neonati in favore dei figli delle medesime”.

Per quanto riguarda l’organizzazione scientifica del lavoro in casa e dunque la riduzione dei tempi morti (vedi anche C. Accame, La donna e la casa: il taylorismo nella vita domestica. Libro destinato a tutte le donne d’Italia per facilitar loro il lavoro della casa, Torino 1928), la Montinari, nel citato libro del 1943 scrive: “In una cucina nella quale l’arredamento è distribuito secondo i principi scientifici del lavoro, le distanze sono ridotte per evitare alla massaia le corse continue da un punto all’altro, senza contare che, con una disposizione razionale, l’ambiente può essere molto più piccolo, con vantaggio delle altre stanze” (Montinari, 1943).

In una condizione ibrida dunque, fra l’essere regina, angelo, operaia, manager, la donna diventa, nel periodo fascista, la “direttrice della casa”: “La direzione della casa spetta esclusivamente alla donna, la quale deve essere gelosa di questo diritto. La donna è l’angelo tutelare della famiglia e come tale deve far si che la casa costituisca il paradiso nel quale i familiari troveranno riposo alle diurne fatiche, pace, serenità e conforto” (Montinari, 1943).

Alla donna venivano chieste, per tale ruolo, anche delle competenze sul piano emotivo: “deve mostrarsi di umore sempre uguale, non irritabile al più piccolo urto” in quanto “l’uomo che torna stanco dal lavoro ha bisogno di trovare in casa la donna sempre sorridente, calma, disposta a tollerare anche qualche scenata un po’ violenta nei momenti in cui è nervoso” (Montinari, 1943)

Come è evidente, il ruolo apparentemente autorevole di direttrice della casa nascondeva in realtà un ruolo del tutto subalterno all’uomo, che si esplicava principalmente nel mettersi al suo servizio, anche dal punto di vista emotivo e riproduttivo.

In quegli anni molte donne cominciavano timidamente a varcare le porte delle università, ma neanche negli spazi che le venivano attribuiti come naturali, come quelli della casa, la donna poteva in realtà mostrare di avere competenze superiori a quelle tradizionalmente attribuitele. Ad esempio, non poteva diventare architetto: “la donna è estranea all’architettura”, proclamava Mussolini nel 1927, sottolineando una volta di più le sue convinzioni sull’inferiorità intellettuale delle donne.

Se rapportiamo la donna di oggi e la moderna gestione della casa con quanto avveniva allora, ci rendiamo facilmente conto delle trasformazioni sociali che vi sono state. Non a caso esiste la “sociologia dell’abitazione”, una branca della sociologia che studia i modi di abitare caratteristici di una determinata società. In base ai differenti modi di vivere la propria casa emergono infatti tutte le differenze culturali e sociali rispetto ai secoli scorsi: a partire dall’ubicazione topografica, dalla planimetria, dall’arredo, dall’utilizzo degli spazi.

La casa racconta tutto dei suoi abitanti: mostra chi sono, come vivono, quali esperienze hanno fatto e quali si preparano a fare. Nella casa troviamo rappresentato il bisogno di privacy della coppia e poi della famiglia, ma anche la propensione ad utilizzare quegli stessi spazi come luogo di socializzazione e di contatto con il mondo esterno.

Per capire come siano cambiate le cose, pensiamo semplicemente a questo: una volta, quando si “metteva su casa” la maggiore attenzione veniva riposta nella sistemazione della sala da pranzo, luogo dell’apparire, dove si dava sfoggio del proprio sé sociale. La cucina invece, luogo dove si esplicitava principalmente il lavoro femminile, era uno spazio piccolo e umile, lasciato tale proprio per valorizzare le altre stanze. Oggi il luogo principale della casa è invece rappresentato proprio dalla cucina, luogo “caldo” per eccellenza, che non è più solo un luogo di lavoro, che non è più un ambiente tipicamente femminile, ma è luogo di incontri informali, basati su rapporti di familiarità e di amicizia, nei quali conta più l’essere che l’apparire.

Una volta, proprio in virtù della concezione della donna come custode del focolare domestico, l’arredo era lasciato principalmente al gusto femminile. “Per una donna innamorata costruire ed arredare la casa è un atto d’amore. Molto spesso è lei che sceglie i singoli mobili e tutti gli innumerevoli oggetti che serviranno nella loro vita futura. Li sceglie in modo che la casa piaccia al suo uomo, perché egli vi si trovi a suo agio, perché si senta bene in ogni momento della loro vita. Nella sua mente vede già dove saranno seduti per guardare insieme la televisione. Immagina la stanza con la tovaglia ricamata dove riceveranno gli amici, quale sarà il posto del marito, quale il suo”. Così inizia il capitolo “La donna e la casa” inserito nel libro “Ti amo” di Francesco Alberoni, un libro del 1997.

Eppure oggi le cose su questo punto sembrano enormemente cambiate: da un’indagine di casa.it del 2010 sembra che la scelta dell’arredo sia ormai frutto di una lunga negoziazione con il partner (69,8%), per trovare dei compromessi fra le diverse esigenze. Tra le questioni più dibattute il colore delle pareti (19,9%), seguito dalla scelta del divano (17%), delle tende (10,9%) e dagli elettrodomestici della cucina (10,9%).

Arredare la casa del resto è un atto molto importante perché riflette il nostro modo di essere. Gli oggetti di cui ci circondiamo, la moda cui aderiamo, ci permettono di diventare davvero simili a ciò che si desideriamo essere ed apparire: agli altri, ma anche a noi stessi.

Secondo il filosofo Walter Benjamin, abitare significa lasciare impronte. E la donna, nella casa, è ormai una persona che lascia molte impronte, non limitandosi più a cancellare le tracce dell’abitare degli altri, senza imprimere le proprie.

Giuliana Proietti

Fonti:

Katrin Cosseta, Ragione e sentimento dell’abitare, Franco Angeli, 2000
Francesco Alberoni, Ti amo, Rizzoli, 1996
Gisella Bassanini, Tracce silenziose dell’abitare, Franco Angeli, 1991

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