La donna italiana, fra lavoro e maternità

donna italiana

Una fotografia ISTAT della donna italiana

Le donne diventano madri ad un’età sempre più avanzata. La prima ragione è che, prima di mettere al mondo un figlio, occorre anzitutto aver completato gli studi. Infatti, solo il 18% delle madri con un titolo di studio medio-alto ha avuto il primo figlio entro 25 anni di età rispetto al 36,5% delle donne con un titolo di studio basso.

Poi c’è il problema del lavoro. Passando a considerare la condizione professionale, all’età di 25 anni solo il 14% delle madri occupate ha avuto il primo figlio, a fronte del 35,1 delle non occupate. A 30 anni, queste proporzioni salgono al 51,8% per le occupate e al 72,5% per le non occupate. Entro i 35 anni la percentuale di primogeniti da madri occupate e non occupate tende a riallinearsi (87,3% e 92,5% rispettivamente).

La maggioranza delle neo-madri ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato (78,2%) anche se questa forma contrattuale risulta in diminuzione rispetto alla precedente indagine realizzata nel 2002 (allora riguardava l’83,2% delle madri occupate) a favore di modalità di lavoro atipiche: il 14,2% ha un contratto a tempo determinato e il 7,5% svolge lavori occasionali, stagionali o senza contratto. L’81% delle madri lavoratrici svolge la propria professione alle dipendenze e il 41% lavora a tempo parziale.

L’indagine ISTAT pubblicata oggi riferisce anche quali sono i motivi che spingono una donna a continuare a lavorare, dopo la nascita di un figlio: la risposta più frequente, fornita come prima motivazione è per “contribuire al bilancio familiare” (54,5%); per il 21,9% delle madri lavoratrici, invece, il motivo principale per lavorare risiede nell’interesse per il tipo di lavoro svolto che le gratifica e le coinvolge, mentre il 18,8% lavora per sentirsi indipendente.

Il crescente investimento delle donne nell’istruzione e la maggiore partecipazione al mercato del lavoro fa si che i ruoli e le posizioni professionali a cui aspirano le donne nel mondo del lavoro siano sempre più elevati, con un aumento delle responsabilità, incarichi e opportunità di carriera. Se da una parte questi cambiamenti sono fortemente positivi, dall’altra impongono alle madri di oggi il “moltiplicarsi” su più fronti, cercando di gestire il doppio lavoro, quello extradomestico e quello in casa.

Ci sono madri che lasciano o perdono il lavoro dopo la nascita dei figli: il 18,4% di tutte le madri occupate all’inizio della gravidanza non lavora più al momento dell’intervista (nel 2002 erano il 20%). In particolare, il 5,6% è stata licenziata o ha perso il lavoro in seguito alla cessazione dell’attività lavorativa che svolgeva (per scadenza di un contratto a tempo determinato o per chiusura dell’attività); il 12,4%, al contrario, si è licenziata per via degli orari inconciliabili con i nuovi impegni familiari o per potersi dedicare completamente alla famiglia.

Dopo la nascita dei figli smettono di lavorare il 25% delle madri residenti al Sud contro il 15% delle residenti al Nord. Lasciano o perdono il lavoro il 32% delle madri che hanno al massimo la licenza media e solo il 7,8% delle laureate. Infine le lavoratrici scoraggiate sono soprattutto giovani madri: il 30% delle madri con età compresa tra 25 e 29 anni e ben il 40% delle madri con meno di 25 anni non risultano più occupate a due anni di distanza dalla nascita dei figli.

L’interruzione nell’attività lavorativa può comportare un rischio elevato di non reinserirsi nel mondo del lavoro, o di rimanerne a lungo al di fuori. Questo è ancora più vero in presenza di minori opportunità di lavoro come accade nel Mezzogiorno.

La maggior parte delle donne (72,5%) prosegue l’attività lavorativa che svolgeva in gravidanza. Il 40,2% delle madri che lavora dichiara di avere delle difficoltà nel conciliare la vita lavorativa con quella familiare. Gli aspetti più critici del lavoro svolto risultano in particolare: la rigidità nell’orario di lavoro (nel senso di non poter entrare più tardi o uscire anticipatamente se necessario, o usufruire di ore di permesso privato, ecc.) e lo svolgere turni, lavorare la sera o nel fine settimana.

Vivono grossi problemi di organizzazione familiare il 38% delle madri che affidano i bambini ai nonni mentre sono al lavoro, contro il 46,5% di chi usufruisce dell’asilo nido pubblico e il 47,2% di chi affida il bambino ad una baby-sitter.

Lavorano part-time il 45% delle madri che risiedono al Nord e il 35% di quelle del Mezzogiorno. Lavorare a tempo parziale permette alle madri lavoratrici di avere più tempo da dedicare ai figli e alla famiglia. Tale obiettivo sembra in parte raggiunto se il 74,3% delle madri part-timers dichiara di non avere difficoltà nel conciliare famiglia e lavoro, contro il 50,2% delle donne che lavora a tempo pieno. Il part-time è dunque, sicuramente, un importante strumento di conciliazione, soprattutto se volontario e
reversibile.

La tendenza ad anticipare il rientro al lavoro è tipica delle madri del Mezzogiorno. Circa il 60% di queste donne riprende a lavorare entro i 6 mesi di vita del bambino (contro il 32% delle madri del Nord).

Il 47% dichiara che avrebbe protratto più a lungo l’assenza dal lavoro, ma “per esigenze economiche” (49,5% dei casi) preferiscono rientrare subito al lavoro. (Le donne laureate che hanno indicato questo motivo sono il 39%, contro il 58% delle donne con basso titolo di studio).
Il secondo motivo indicato dalle madri è “il mio lavoro richiedeva la mia presenza” (si è espresso in questo modo il 31% delle laureate contro il 16% delle donne che hanno frequentato la scuola dell’obbligo).

Fonte: ISTAT

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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Dr. Giuliana Proietti
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1 commento su “La donna italiana, fra lavoro e maternità”

  1. Salve,
    scrivo per raccontarvi ciò che mi sta capitando, come penso stia capitando a tante altre donne in questo periodo.
    Ho 28 anni e sono ingegnere, laureata con lode e in corso. Ho iniziato subito a lavorare e dopo un’esperienza in uno studio ho cambiato per lo studio in cui mi trovo ora perchè più adatto a ciò che mi piace fare…e, pensavo, con più prospettive. Arriva la crisi economica, raccontata, pubblicizzata..evidente, ma molto spesso una scusa. Comincia ad esserci un clima molto teso in ufficio, i pagamenti posticipati a data incerta, discorsi vaghi e battute allusive che fanno pensare di essere a rischio e guardacaso proprio mentro io e il mio fidanzato stiamo mettendo a posto casa per sposarci l’anno prossimo. La nostra casa si trova a 15 min di macchina dal posto di lavoro, che invece è nel paese in cui vivo ora, e subito ci sono commenti da parte dei capi con battute e risatine sul fatto che cercherò un lavoro più vicino a casa o che subito farò un figlio o che quando avrò un figlio dovrò stare a casa per portarlo dagli amichetti…pur continuando a dire che non mi spaventavano nè i viaggi in macchina, nè penso di avere subito dei bambini, ho notato subito un raffreddamento nei rapporti di lavoro e nelle stesse mansioni a me affidate.
    Sono ingegnere e dovrei seguire i cantieri, ma non mi fanno andare, si era parlato di un ufficio per me con lavori di maggior responsabilità ma alle parole “lavori a casa” si è bloccato tutto e la crisi ha finito il lavoro.
    Non so ancora se a settembre il mio posto di lavoro ci sarà ancora o sarò messa alla porta e il motivo sarà la crisi e la mancanza di lavoro ma non ci credo! Credo che sia solo una scusa per giustificare un allontanamento dal lavoro di una persona che pur avendo voglia di lavorare a volontà..(e anche delle capacità anche a detta dei miei datori di lavoro) è una donna che si vuole fare una famiglia e non ha intenzione di restare sola. Il problema poi al giorno d’oggi è che altrove il problema sarebbe lo stesso, non ci sono assunzioni e in altri uffici le domande sarebbero sempre e comunque personali. NOn credo che ad un uomo che va a fare un colloquio chiedano se ha intenzione di avere figli o che alla domanda “sei disposto a spostarti per lavoro” con il sorrisino facciano il commento che la mogliettina voglia il pasto pronto al suo ritorno.
    Nonostante tutto bisogna andare avanti ma la delusione rimane per una società dove si spaccia la parità dei sessi ma che in sostanza ragiona ancora con una mentalità maschilista. Si dà alle donne la possibiltà di studiare, di frequentare corsi una volta prettamente maschili ma poi sul lavoro non c’è spazio, o almeno, non te lo fanno prendere e non conta nemmeno avere la volontà e l’ambizione perchè rimani sempre e cmq un’ipotetica mamma.

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