famiglie

Quella che segue è una fotografia della famiglia italiana, con dati raccolti da varie fonti.

La famiglia italiana tradizionale

All’estero le famiglie italiane vengono tradizionalmente descritte come nuclei di grandi dimensioni, caratterizzate da un elevato numero di figli, guidate da un padre patriarcale e da una madre casalinga.  Questa immagine stereotipata, risalente alle famiglie di immigrati italiani in America del secolo scorso, riflette sempre meno le reali caratteristiche della famiglia italiana, date le trasformazioni demografiche avvenute negli ultimi decenni, peraltro molto più velocemente che in altre parti d’Europa (King e Zontini 2000) le quali hanno cambiato profondamente la famiglia italiana, portando sia vantaggi che problemi, che qui di seguito cercheremo di analizzare.

Quante sono le famiglie e come si compongono

In 150 anni il numero di famiglie italiane si è più che quintuplicato (passando da 4 milioni 674 mila a 24 milioni 905 mila), ma il numero dei componenti la famiglia si è progressivamente ridotto. Nel 2010 il numero medio di componenti per famiglia si è infatti attestato a 2,4 persone, quasi la metà rispetto al 1861 quando la famiglia media italiana era composta di di 4,7 persone (dati Istat, 2011). Quando si parla di famiglia italiana dunque, sempre meno si fa riferimento alla coppia genitoriale con numerosi figli e sempre più ci si riferisce a coppie senza figli, famiglie monogenitoriali e, sopratutto, persone che vivono da sole, o singles.

I cambiamenti sociali degli anni Settanta

Questi cambiamenti sono iniziati a partire dagli anni Settanta, in seguito all’introduzione della legge sul divorzio, nel 1970, alla riforma del diritto di famiglia del 1975, alla legge sull’aborto del 1978. Tutto questo ha seguito il periodo della contestazione giovanile del 1968 e le rivendicazioni del movimento femminista, negli anni settanta. Fu in quel periodo che il modello familiare italiano, fortemente ispirato ai dogmi della Chiesa Cattolica, entrò in crisi, contro le aspettative della stessa Chiesa, che aveva molto sottovalutato il desiderio di cambiamento degli italiani. Il primo grande scollamento fra valori religiosi e società italiana fu infatti rappresentato dalla vittoria dei favorevoli al divorzio sancita in uno storico referendum dal 59,3% della popolazione, contro il 40,7 dei contrari. In un successivo referendum per l’abolizione del divorzio, nel 1981, la maggioranza fu ancor più travolgente: il 70% della popolazione si mostrò favorevole al divorzio. Le “tentazioni dell’erotismo devastatore”, l’importanza della fecondità e il valore della santità del matrimonio, citati dal Papa Paolo VI contro il divorzio, apparvero concetti ormai del tutto anacronistici.

Ciò che rimane delle tradizioni familiari italiane

Nonostante i rapidi cambiamenti avvenuti tuttavia, molte tradizioni e molti valori della famiglia tradizionale italiana restano immutati. La maggior parte degli italiani, siano essi sposati, single o divorziati, tendono ad esempio a mantenere legami molto forti con i loro genitori, con i figli adulti e con gli altri parenti.

Continuano ad esservi giovani che vanno ad abitare nella casa dei genitori (specie se questa permette una certa autonomia) o comunque non lontano dall’abitazione dei genitori.

La famiglia italiana si riunisce almeno una volta al giorno per la cena, mentre la famiglia allargata ai nonni, ai cugini e agli altri parenti si riunisce per alcune festività (in genere Natale e Pasqua) oltre che in occasione di matrimoni, comunioni e cresime.

Se i genitori sono anziani e vedovi, vengono talvolta accolti in casa, per facilitare le cure da dedicare loro, perché i genitori rimangono delle figure molto importanti e il legame fra genitori e figli dura ancora per tutta la vita.

La famiglia: il welfare all’italiana

Se andiamo ad analizzare le ragioni del mantenimento di queste tradizioni tuttavia, scopriamo che esse non si basano unicamente su valori e tradizioni, ma anche su specifiche scelte di carattere pratico ed economico. Mentre infatti in molti Paesi del mondo occidentale i governi mettono a disposizione dei cittadini programmi di welfare, per l’assistenza ai bambini, alle persone anziane, malate o disabili, in Italia per svolgere questi compiti si conta ancora moltissimo sulla famiglia.

Questo ruolo, storico, di protezione sociale della famiglia italiana si è intensificato durante gli anni recenti di crisi economica.

La crisi economica e la famiglia italiana

In Italia nel 2009 il tasso di occupazione è diminuito di 1,2 punti percentuali rispetto all’anno precedente; nel 2010 esso è diminuito di ulteriori 0,6 punti. Il calo è particolarmente accentuato tra i lavoratori autonomi e tra quelli temporanei, in prevalenza giovani. In assenza di un sistema di ammortizzatori sociali estesi anche a chi svolge lavori discontinui, il ruolo della famiglia è divenuto essenziale. Basti pensare che il reddito dei genitori è stato in molti casi l’unico sostegno per i componenti più giovani. Si stima, ad esempio, che nella tarda primavera del 2009, circa 480 mila famiglie abbiano sostenuto almeno un figlio convivente che aveva perso il lavoro nei dodici mesi precedenti. Le risorse impiegate in questa forma di sostegno familiare sono venute non solo dai redditi da lavoro dei genitori, ma spesso anche da quelli da pensione. (dati Bankitalia, 2012)

La ricchezza media della famiglia italiana (Dati Bankitalia, 2012)

In media, le famiglie italiane appaiono abbastanza ricche, se vengono confrontate a livello internazionale: la loro ricchezza netta nel 2010 era infatti pari a 8 volte il reddito, un rapporto in linea con quelli della Francia e del Regno Unito, ma significativamente superiore a quelli della Germania e degli Stati Uniti. Il problema è che la distribuzione della ricchezza in Italia non è omogenea: quasi la metà della ricchezza netta  nel 2010 era detenuta dalle famiglie del decimo più ricco, mentre la metà più povera delle famiglie possedeva poco più di un decimo della ricchezza totale. I nuclei familiari con un capofamiglia di età inferiore ai 35 anni ne possedevano solo il 5 per cento, pur rappresentando più del 10 per cento delle famiglie. Il grado di concentrazione della ricchezza presso le famiglie più agiate, dopo essere aumentato nel corso degli anni novanta, è rimasto sostanzialmente invariato per buona parte dell’ultimo decennio, salvo poi aumentare di circa 2 punti, con la crisi.

Facendo riferimento solo al reddito i nuclei familiari con un reddito ritenuto indicativo di una situazione di povertà relativa rappresentavano nel 2010 il 13 per cento del totale; tra questi, solo la metà aveva una ricchezza netta sufficiente a sostenersi per sei mesi, in caso di perdita del reddito.

La quota di famiglie povere di reddito e di ricchezza è più elevata (15 per cento) tra i giovani, che hanno una minore possibilità di aver accumulato risparmi. La crisi ha ampliato il divario tra la condizione economica e finanziaria dei giovani e quella del resto della popolazione: tra il 2008 e il 2010 la quota di famiglie povere in base al reddito e alla ricchezza è cresciuta di circa 1 punto percentuale per il campione nel suo complesso e di circa 5 punti per le famiglie dei giovani.

Matrimoni e Convivenze

La quota di  matrimoni per 1.000 abitanti si è drasticamente ridotta da 8,2 nel 1862 a 3,8 nel 2009. Se nel 1931 appena il 2,6% dei matrimoni veniva celebrato con rito civile, cinquant’anni dopo, nel 1981, tale quota saliva al 12,7% e superava il 30% nel 2004. Nel 2009 il 37,5% dei matrimoni è stato celebrato con rito civile. (dati Istat)

Separazioni e Divorzi

Secondo recenti dati Istat, il matrimonio in Italia dura oggi al massimo 15 anni.  Il tasso di separazioni e dei divorzi è triplicato negli ultimi anni, passando da 158 separazioni e 80 divorzi ogni mille matrimoni nel 1995, a 307 separazioni e 182 divorzi nel 2010. In media le donne si separano a 42 anni e gli uomini a 45.(Ricordiamo che il divorzio in Italia è possibile solo dopo 3 anni di separazione se vi sono figli, un anno se la coppia non ha figli).

Dai dati Istat emerge un altro elemento molto particolare: negli ultimi dieci anni le separazioni che riguardano gli over 60 sono quasi raddoppiate passando da 4.247 a 8.726. Nel 2010 quasi il 10% degli uomini oltre i sessanta anni si è separato a fronte di un 6,4% di donne della stessa età.

Livello di istruzione della popolazione

Nel 1861 su tutto il territorio italiano dominava l’analfabetismo, specialmente nelle regioni del Sud. Dopo il secondo conflitto mondiale gli analfabeti erano ancora il 12,9% della popolazione. Nel 2001, ancora quasi 10 italiani su 100 non hanno titoli di studio, un quarto ha conseguito la licenza elementare, il 30% ha la licenza media mentre un altro 25% è diplomato. I laureati sono sempre una minoranza, appena il 7,1%.  Negli anni Venti del secolo scorso frequentare l’università era un privilegio riservato a poche donne: ogni 100 laureati solo 15 erano donne. Nei primi anni Novanta si è verificato il sorpasso delle femmine sui maschi: le laureate hanno infatti superato il 50% (Nell’anno accademico 2008-2009 le donne laureate sono state il 56,7%. Le donne raramente scelgono di laurearsi in discipline tecnico-scientifiche e prediligono le facoltà umanistiche. (Dati Istat).

Giovani che vivono in famiglia

Nel 2010 viveva ancora con i genitori il 42 per cento dei giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni, il cui percorso di studi era stato in gran parte già completato. E’ la crisi ad aver imposto questo cambiamento, visto che quindici anni prima questa quota era pari al 36 per cento (il che è comunque moltissimo rispetto ad altri paesi europei o nordamericani).  Secondo l’indagine Eurobarometro della Commissione Europea, nel 2007 la metà dei giovani italiani tra i 15 e i 30 anni sosteneva di non poter lasciare la famiglia d’origine per la mancanza di sufficienti risorse economiche. Un fattore importante di indipendenza dalla famiglia è infatti dato non solo dall’occupazione lavorativa, ma dalla sua stabilità : la quota di giovani tra i 15 e i 34 anni con un impiego a tempo indeterminato è scesa nel 2011 sotto il 30 per cento, circa 5 punti in meno rispetto al 2008, oltre 10 punti rispetto al 1995. (Dati Istat)

La crisi ha reso dunque ancora più forte una dipendenza già molto accentuata dei membri più deboli dalla famiglia d’origine, riducendo ulteriormente la propensione dei giovani ad intraprendere percorsi autonomi e a passare dalla condizione di figlio a quella di genitore.

La donna italiana e la famiglia

La partecipazione femminile al mercato del lavoro è in Italia storicamente bassa rispetto ad altre realtà nazionali, anche se è cresciuta costantemente negli ultimi 30 anni.

La maggior parte delle donne italiane è costretta a fare il doppio lavoro (occupandosi cioè a tempo pieno anche della casa). Infatti, al contrario di quanto avviene in altri Paesi, dalle donne italiane che lavorano ci si attende ancora che esse svolgano comunque alcuni ruoli tradizionali, come la cottura dei cibi, alcune faccende domestiche, la cura dei figli e dei genitori anziani (King e Zontini 2000).

Burda ed al. (2006) hanno scoperto, studiando i dati di 4 Paesi fra cui l’Italia, che ovunque il lavoro totale (definito come la somma del lavoro fuori casa e del lavoro domestico) è approssimativamente uguale tra uomini e donne. In Italia invece il lavoro totale delle donne supera quello degli uomini di 72 minuti (in un giorno rappresentativo del 1988) e di 75 minuti nel 2002.

Un recentissimo rapporto dell’OCDE (Doing Better for Families, OCDE 2011) indica uno dei maggiori problemi delle donne italiane nella difficoltà di conciliazione di questi due impegni, che le porta spesso a scegliere fra lavoro e figli e che rappresenta per queste ragioni un ostacolo sia alla fecondità che all’occupazione femminile.

La madre italiana

La madre italiana dedica ancora molto tempo ai figli. E’ vero che il lavoro la porta lontana da casa per molte ore, ma è anche vero che  oggi ha minore numero di figli e dunque il tempo dedicato ad ogni singolo bambino non è poi così diverso da quanto accadeva in passato.  La madre italiana del resto mantiene un ruolo essenziale per il buon andamento della vita familiare: è lei che appiana le difficoltà, i conflitti, che si sacrifica, economicamente e lavorativamente, per il benessere della famiglia, compiendo sforzi che agli occhi di un europeo del Nord o di un Americano potrebbero sembrare addirittura eccessivi.

Molte ricerche sottolineano il ruolo centrale della madre nel rapporto genitore-figlio. Le figlie in particolare, sembrano percepire una comunicazione più positiva con le loro madri piuttosto che con i loro padri (Callan & Noller, 1986; Noller & Callan, 1990; Youniss & Smollar, 1985) ed è la madre di solito il genitore cui si chiede consulenza e assistenza (Greene & Grimsley, 1990). La madre è il fulcro relazionale della famiglia, mentre il padre mantiene una posizione più periferica. Anche gli studi condotti in Italia, confermano questi risultati (Carrà e Marta, 1995; Malogoli-Togliatti e Ardone, 1993) sottolineando che nelle famiglie dove vi sono adolescenti e giovani adulti la centralità della madre è predominante, perfino nella scelta relativa al lavoro e alla carriera dei figli (Manganelli & Capozza, 1993; Rosnati, 1996).

Imperfetta transizione alla parità di genere

Va detto che il lavoro extra-domestico femminile in Italia non è stato accompagnato da un adeguato sviluppo di infrastrutture o supporti sociali, né da cambiamenti significativi nella sfera domestica (Vaiou 1996: 67). Per questo molti osservatori considerano la situazione italiana, come quella di altri Paesi di area mediterranea, come una ‘imperfetta transizione alla parità di genere‘.

Mencarini et al. (2004) ad esempio, studiando i dati provenienti da cinque città italiane, hanno scoperto che gli uomini che vivono in famiglie in cui anche la moglie lavora non aumentano in modo significativo la loro partecipazione ai lavori domestici dopo la nascita dei figli: semmai aumentano il loro tempo di lavoro fuori casa. Dal medesimo studio emerge che ben  il 10% dei padri italiani non è mai di aiuto, nella cura dei figli. Tuttavia, va detto che nelle famiglie in cui il livello di istruzione fra moglie e marito è paritario la divisione egualitaria del lavoro domestico aumenta, anche se vi sono ancora forti differenze regionali fra nord e sud.

Secondo i dati ISTAT (anni 2008-2009 in percentuale), il tempo dedicato nelle 24 ore al lavoro extrafamiliare e al lavoro familiare è il seguente:
Quando lei è occupata: lavoro familiare uomo: 7,9 / donna: 19,4
lavoro extra familiare uomo: 26,1 / donna: 18,8

Quando lei non è occupata: lavoro familiare uomo: 6,0 / donna: 33,1
lavoro extra familiare uomo: 25,6 / donna: 0,3

Laddove l’aiuto familiare non viene fornito, è la madre a sobbarcarsi il maggior onere della gestione familiare, anche se le ragazze più giovani appaiono sempre meno disposte a rinunciare alla loro libertà, alla carriera e all’indipendenza economica, in favore della famiglia. Non a caso i giovani tendono sempre più a convivere piuttosto che a sposarsi ed aumentano i figli nati fuori dal matrimonio (16%, un livello 2 o 3 volte superiore a quello del secolo scorso).

Per il futuro, visto che fra i trentenni di oggi le donne superano gli uomini, sia nel possesso di titoli universitari, sia a livello di performance accademica, è impensabile che le giovani generazioni femminili continuino a pensare di svolgere il doppio lavoro, come le loro madri. La prospettiva del familismo (quando lo Stato assume che il nucleo familiare debba essere il primo responsabile del benessere dei suoi membri e dunque il primo generatore del lavoro di cura),appare sempre meno proponibile. D’altra parte è sotto gli occhi di tutti che  il benessere familiare, da quando le donne compiono meno sacrifici in favore della famiglia, ha portato una riduzione dei livelli di benessere e di qualità della vita, che non sono stati compensati da opportuni interventi di protezione sociale.

Riduzione del tasso di natalità

Dall’Unità di Italia ad oggi la natalità si è ridotta di un quarto: nel periodo post unitario le coppie avevano in media 5 figli ed erano frequenti quelle con più di 6 figli (circa 2 su 5). Complessivamente in pochi decenni, l’Italia è passata da un tasso di fertilità molto alto ad uno dei più bassi tassi di fertilità nel mondo, che nel 1993 era di 1,21 figli per donna (Ginsborg 2003).

Non che gli italiani non desiderino avere dei figli: il problema riguarda soprattutto l’incertezza del futuro e l’accresciuto interesse nei confronti del sano sviluppo del figlio. Insomma, ci si è resi conto che i figli non solo non rappresentano più una risorsa economica per la famiglia (come accadeva nell’Italia contadina quando, sin da piccoli, venivano avviati al lavoro nei campi), ma rappresentano un costo. Inoltre, i desideri e le aspettative di fecondità spesso non riescono ad essere realizzati, anche a causa dell’età dei genitori. La prima maternità, nel 1975 avveniva infatti intorno ai 24,7 anni della donna ed è cresciuta di ben cinque anni nell’arco di tre decenni.

La cura dei bambini

Nella famiglia italiana la cura diretta dei bambini è considerata importantissima: secondo uno studio della Fondazione Rodolfo Debenedetti, il 35% delle famiglie italiane pensa che i bambini molto piccoli stiano meglio se affidati alle cure dei genitori, piuttosto che essere affidati alle cure di un asilo nido (Boeri, Del Boca, Pissarides, 2005).

La transizione all’età adulta

Fino a non moltissimi anni fa, la transizione verso l’età adulta era chiaramente delineata da marcatori che si verificavano secondo passaggi ben definiti: la fine della scuola, l’entrata nel mondo del lavoro, il matrimonio. Oggi questi marcatori sono diventati più flessibili: si può scegliere infatti di studiare e lavorare allo stesso tempo, si può entrare nel mercato del lavoro ma poi lasciarlo per la breve durata dei contratti o per frequentare corsi di specializzazione, si può convivere a lungo prima di sposarsi o decidere di non sposarsi affatto, pur convivendo. La crisi economica ha ulteriormente accentuato un fenomeno, quello dei “bamboccioni”, come definito dall’ex ministro Padoa-Schioppa, tipicamente italiano.

La famiglia di origine infatti ha sempre rappresentato per i giovani italiani il nido caldo ove poter costruire la fiducia in sé stessi, prima di entrare nel mondo adulto. Dopo gli anni settanta questo tempo vissuto dal giovane adulto nel contesto familiare è stato reso più facile dal cambiamento della famiglia italiana, più disponibile a sostenere le giovani generazioni, sia affettivamente che economicamente, con vantaggi reciproci per figli e genitori in questo prolungamento della convivenza (Scabini e Cigoli, 1997). All’interno della casa dei genitori infatti, la giovane generazione può costruirsi uno spazio di autonomia, pur potendo contare sul sostegno familiare, sul calore affettivo e sull’aiuto dei genitori, in caso di necessità. La tendenza “Forever young” è piacevole anche per i genitori, che apprezzano la possibilità di dare ai figli ciò che essi in gioventù non hanno ricevuto, fra cui anche un buon rapporto genitori-figli, costruendo il rapporto ideale che avrebbero voluto avere da giovani con i loro genitori, con uno stile di comunicazione partecipativo, basato sul dialogo, sull’affetto e sulla comprensione. Contrariamente a quanto accadeva nei decenni passati, ai giovani adulti viene data una grande libertà nel processo decisionale all’interno della casa, grazie alla possibilità di negoziare le decisioni, senza gravi conflitti. I giovani si dichiarano in genere soddisfatti del rapporto con i genitori (Marta, 1995; Scabini e Cigoli 1997) che ritengono aperto e privo di problemi.

Questo genere di rapporti tuttavia non sempre sono fruttuosi per i figli, perché possono contribuire a bloccare lo sviluppo personale,  scoraggiando i giovani a lasciare il nido.

Le famiglie italiane “soddisfatte”

La famiglia “soddisfatta” italiana indica un buon funzionamento (Cumsille & Epstein, 1994; Scabini e Marta, 1996).  In particolare, nelle “famiglie soddisfatte” si nota che anche il padre è un punto di riferimento importante nella pianificazione del futuro dei figli, e che svolge un ruolo decisivo nel favorire la loro realizzazione personale. Questi risultati suggeriscono quindi che lo squilibrio relazionale a favore della madre – descritto in precedenza – viene rettificato, nelle famiglie più stabili e soddisfatte, dalla significativa presenza e dalla partecipazione del padre alla vita familiare.

Nelle famiglie italiane vi è un elevato livello di accordo tra genitori e figli grandi e questo è sicuramente  il risultato positivo di una buona educazione, familiare. Del resto, anche un moderato livello di disaccordo tra genitori e figli grandi non sempre è negativo e e può essere visto come indicatore di un adeguato sviluppo dell’autonomia dell’adolescente e del processo in atto di differenziazione all’interno della famiglia.

Dr. Giuliana Proietti

Fonti consultate:

Avveduto Sveva (a cura di) Italia 150 anni, popolazione, welfare, scienza e società, Gangemi, 2011

Lusana Fiamma, Marramao Giacomo (a cura di) L’Italia repubblicana nella crisi degli anni settanta, Culture, nuovi soggetti, identità Rubettino 2001

Mancini, Anna Laura and Pasqua, Silvia, Asymmetries and Interdependencies in Time Use Between Italian Parents (2011). ZEW – Centre for European Economic Research Discussion Paper No. 11-005. Available at SSRN: http://ssrn.com/abstract=1759378

Santolini L., V. Sozzi (a cura di) La famiglia soggetto sociale: radici, sfide, progetti, Città Nuova 2002

Scabini, Eugenia. (2000). Parent-child relationships in Italian families: connectedness and autonomy in the transition to adulthood. Psicologia: Teoria e Pesquisa, 16(1), 23-30. Retrieved July 30, 2012, from http://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S0102-37722000000100004&lng=en&tlng=es. http://dx.doi.org/10.1590/S0102-37722000000100004.

Tarantola Anna Maria, Le famiglie Italiane nella crisi, Banca d’Italia, Genova, 4 Aprile 2012

Zontini Elisabetta, Italian Families and Social Capital: Rituals and the Provision of Care in British- Italian Transnational Families, Families & Social Capital ESRC Research Group, 2004

Dati Istat, 1861-2011

Immagine:
ISTAT, 2011

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona Civitanova Marche, Fabriano
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

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