La sordità al cambiamento

sordità al cambiamento

La nostra percezione del mondo è limitata, tanto che possono avvenire grandi cambiamenti intorno a noi, di cui non abbiamo la minima consapevolezza. Gli psicologi hanno già studiato ampiamente questa nostra caratteristica, che hanno chiamato “cecità al cambiamento”.

Ora un nuovo studio di Kimberly Fenn e colleghi ci permette di saperne di più, considerando non il senso della vista, ma quello dell’udito, che comporta una analoga “sordità al cambiamento”.

Il team della Fenn ha messo a punto 5 esperimenti in cui i partecipanti venivano intervistati al telefono, (è stato detto loro che si stava conducendo uno studio sul ricordo degli odori).

Un’intervistatrice apriva la conversazione salutando e spiegando che vi sarebbero state dodici domande, che poi procedeva a fare. Dopo la terza domanda, un’intervistatrice diversa continuava a porre domande senza preavvisare o annunciare il cambiamento (le quattro donne che hanno svolto il ruolo di intervistatore in questi esperimenti hanno frequenze vocali diverse: di 200, 202, 218 e 239Hz).

Dopo la dodicesima domanda, ai partecipanti è stato detto che il telefono sarebbe ora stato passato ad un loro “supervisore”. Il supervisore ha preso il telefono, si è presentato, e ha posto domande sempre più specifiche per scoprire se i partecipanti avevano notato il cambiamento fra le interlocutrici telefoniche, con domande tipo: “Ha notato qualcosa di strano durante l’intervista?” oppure “La voce del ricercatore si è modificata durante l’intervista?”

Nel primo esperimento aveva notato il cambiamento solo 1 persona su 16 (6 per cento); nel secondo 1 su 24 (4 per cento), ma solo dopo che era stata loro posta una domanda diretta su questo aspetto. Nessuno dei partecipanti ne aveva fatto menzione durante l’intervista, mentre la voce dell’intervistatore cambiava.

Dopo il colloquio iniziale, ma prima delle domande del supervisore sul cambiamento di voce, ai partecipanti sono state fatte riascoltare le registrazioni delle due voci sentite al telefono ed è stato poi chiesto dal supervisore di dire quale era la voce dell’intervistatrice (come già detto, la maggior parte dei partecipanti pensavano a questo punto di aver parlato con una sola intervistatrice). I partecipanti hanno scelto la prima voce ascoltata tanto quanto la seconda voce mostrando di non averne memorizzata una in particolare.

Tuttavia, quando agli ascoltatori sono state fatte ascoltare la voce di una delle due telefoniste e la voce di una persona estranea con la quale non avevano parlato, la maggior parte dei partecipanti (74 per cento) ha correttamente scelto la voce dell’intervistatore. Ciò significa che nonostante la “sordità al cambiamento” alcuni aspetti delle voci delle intervistatrici devono essere state codificate.

In un altro esperimento, i partecipanti sono stati avvertiti in anticipo che la voce dell’intervistatore avrebbe potuto cambiare ad un certo punto durante l’intervista. In questo caso, il 75 per cento ha correttamente riferito in seguito che la voce dell’intervistatrice era cambiata, e sei di questi nove partecipanti conoscevano esattamente il momento preciso in cui il cambiamento si era verificato.

Ciò suggerisce che la “sordità al cambiamento” non avviene perché siamo incapaci di rilevare un cambiamento, ma perché in circostanze normali non prestiamo abbastanza attenzione alle voci, tanto da rilevare un cambiamento. Questo, secondo i ricercatori, ha un significato strategico, in quanto lascia maggiori risorse alla elaborazione delle informazioni disponibili e permette di concentrarsi su ciò che effettivamente viene detto, piuttosto che su chi lo dice.

La “sordità al sambiamento” ha i suoi limiti. In un altro esperimento infatti, la voce dell’intervistatore è cambiata senza preavviso da una voce femminile ad una maschile: in questo caso, ben undici su dodici partecipanti hanno notato il cambiamento (!)

Di una cosa sembra esserci dunque certezza: quando si alternano a parlare un uomo e una donna, la differenza viene subito notata.

Fonte:

Fenn, K., Shintel, H., Atkins, A., Skipper, J., Bond, V., & Nusbaum, H. (2011). When less is heard than meets the ear: Change deafness in a telephone conversation. The Quarterly Journal of Experimental Psychology, 64 (7), 1442-1456 via BPS

Vorrei concludere con l’osservazione che mi sembra improbabile che le persone coinvolte nell’esperimento siano state davvero concentrate sui contenuti, anziché sugli Hertz della voce del parlante: probabilmente infatti essi erano “sordi” sia ad una cosa che all’altra, come spesso accade fra persone che parlano fra loro, senza realmente ascoltarsi.
Come dice bene il saggio: “abbiamo due orecchie e una sola bocca, perché dovremmo parlare di meno ed ascoltare di più”. Facciamone tesoro.

Dr. Giuliana Proietti

Immagine:

Peter Drier, Wikimedia

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