La visita coniugale e la violenza sessuale in carcere

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Le visite coniugali, cioè la possibilità che il detenuto possa fare sesso in carcere con il/la partner abituale, possono attenuare la violenza sessuale all’interno del carcere?

Una teoria femminista sostiene che le visite coniugali possano influenzare molto poco la tendenza allo stupro e agli altri reati sessuali all’interno di un carcere, perché tali reati sono crimini in cui ciò che è in gioco in realtà è il potere, che viene utilizzato dal violentatore come strumento per dominare e umiliare la vittima. D’altra parte, si potrebbe ipotizzare che la gratificazione sessuale ottenuta dall’intimità con il/la proprio/a partner potrebbe effettivamente offrire ai detenuti uno strumento per contenere il proprio desiderio sessuale.

I risultati di questo studio, condotto da Stewart J. D’Alessio, Jamie Flexon e Lisa Stolzenberg, pubblicato sull’American Journal of Criminal Justice propendono per la teoria della gratificazione sessuale, dimostrando che gli Stati in cui sono consentite le visite coniugali in carcere registrano un numero significativamente inferiore di casi segnalati di stupri e altri reati a sfondo sessuale nei luoghi di detenzione.

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Visita coniugale e violenza sessuale

La violenza sessuale in carcere rimane un campo di ricerca poco sviluppato ed ha portato alcuni a sostenere che si tratti del “crimine più ignorato d’America” (Dumond, 2003; Miller, 2010). Anche se la violenza sessuale che si verifica in carcere è probabilmente sottostimata a causa della mancata La visita coniugale e la violenza sessuale in carceredenuncia delle violenze alle autorità per ragioni sicurezza, stigmatizzazione e umiliazione (Miller, 2010), gli studi sulle vittime indicano che si tratta di un problema diffuso. Si stima che nel 2007 circa 60.500 detenuti, circa il 4,5% di tutti i detenuti ospitati nelle strutture carcerarie statali e federali americane abbiano sperimentato uno o più casi di violenza sessuale (Beck & Harrison, 2007a, b).

Altri studi riportano che lo stupro e la violenza sessuale avvengono con relativa frequenza in carcere. Hensley, Tewksbury e Castle (2003) hanno rilevato che circa il 14% dei 174 detenuti maschi intervistati negli istituti penitenziari dell’Oklahoma ha affermato di essere stato oggetto di abusi sessuali. In un carcere di massima sicurezza, quello di Hensley, Koscheski e Tewksbury (2005) hanno osservato che il 18% dei detenuti del loro campione avevano avuto minacce sessuali, mentre un altro 8,5% ha riferito di aver subito una violenza sessuale alle autorità carcerarie. In un altro studio, Struckman-Johnson, Rucker, Bumby and Donaldson (1996) hanno stimato che circa il 22% dei detenuti maschi in uno stato del Midwest sono stati vittime di qualche forma di attività sessuale forzata.

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Molte differenti strategie sono stati raccomandate per attenuare la violenza sessuale in prigione. Una strategia potenzialmente efficace per ridurre la violenza sessuale in carcere, che ha sorprendentemente ricevuto scarsa attenzione, è quella di consentire ai detenuti una visita coniugale. I fautori della visita coniugale sostengono che tale politica riduce la violenza in generale e l’aggressività sessuale tra  detenuti, promuovendo nel contempo altri risultati positivi (Wyatt, 2006). La visita coniugale è utile infatti per promuovere il legame familiare (Carlson & Cervera, 1991), consente migliori risultati sul piano della disciplina e un migliore riadattamento e socializzazione dopo la scarcerazione (Howser, Grossman & MacDonald, 1983).

La ricerca rileva inoltre che la visita coniugale influenza l’attività sessuale consensuale della popolazione carceraria. In un confronto fra prigioni statunitensi e messicane, Olivero, Clark, Morgado and Mounce (1992) hanno rilevato che la visita coniugale, che è tipicamente in uso nelle carceri messicane, ha abbassato la frequenza dell’attività omosessuale nel carcere. Tuttavia, mentre pochi studi hanno esaminato l’influenza della visita coniugale sulla violenza in generale (Hensley, Koscheski, & Tewksbury, 2002) o su un gruppo di detenuti (Carlson & Cervera, 1991; Hensley, Rutland & Gray-Ray, 2000), di coniugi (Carlson & Cervera, 1991) e di polizia penitenziaria (Hensley, Tewksbury, & Chiang, 2002) per avere la loro opinione sui programmi di visite coniugali, non è mai stato realizzato prima d’ora uno studio empirico concentrato in particolare sugli effetti della visita coniugale nei riguardi della violenza sessuale.

Questa mancanza di ricerca è una svista importante non solo per quanto riguarda la visita coniugale, che potrebbe attenuare la violenza sessuale in carcere, ma anche perché una relazione negativa tra la visita coniugale e la violenza sessuale, controllando anche altri fattori rilevanti, potrebbe rafforzare la  teoria della gratificazione sessuale. Questa teoria sostiene che lo stupro avviene nelle prigioni maschili in quanto le donne non sono in quel luogo facilmente disponibili. Gli studi hanno dimostrato che non solo l’attività omosessuale aumenta quando gli uomini vanno in prigione (Hensley, Tewksbury & Wright, 2001), ma anche che la maggior parte degli uomini che partecipano ad attività omosessuali in carcere, tendono ad interromperle una volta usciti di prigione e tornati nella società, dove le donne sono a loro disposizione.


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La mancanza di una relazione diretta tra visita coniugale e violenza sessuale sarebbe invece coerente con la logica abbracciata dalla teoria femminista. La posizione femminista per quanto riguarda i fattori responsabili della comparsa di stupri di maschi su maschi nelle strutture carcerarie è simile allo stupro maschio-femmina, perché in entrambi i casi l’autore del reato vede la sua vittima come un essere debole e subordinato (Carroll, 1974; Lees, 1997). Come notano Man and Cronan (2001:149) “… l’esercizio del potere fisico sugli uomini assomiglia allo stupro delle femmine, in quanto rafforza il senso di mascolinità dell’attaccante,  facendolo sentire potente”. Lo stupro, dunque, favorirebbe la mascolinità del violentatore, a prescindere dal sesso della vittima, in quanto gli consentirebbe la possibilità di controllare, dominare e umiliare la sua vittima. (Lees, 1997).

Il desiderio di dimostrare la mascolinità è particolarmente sentito nelle manifestazioni di potenza etnica nelle lotte tra detenuti. Queste lotte etniche per il potere spesso precedono la violenza sessuale in carcere  (Hensley et al., 2005). Inoltre, nonostante il fatto che i neri in carcere siano più numerosi dei bianchi lo stupro del nero sul bianco è molto più diffuso di quello del bianco sul nero (Human Rights Watch, 2001). Queste aggressioni sessuali interrazziali tipicamente coinvolgono più detenuti neri e una vittima bianca. Il modello dello stupro del nero sul bianco potrebbe essere la manifestazione del profondo risentimento e dell’ostilità dei neri nei confronti dei bianchi. La violenza collettiva può essere dunque un meccanismo per affrontare le ingiustizie tra gruppi etnici (Senechal de la Roche, 2001). In sintesi quindi, se la teoria femminista avesse qualche validità, la visita coniugale dovrebbe avere poco o nessun effetto sulla violenza sessuale in carcere.

Il presente studio aveva l’obiettivo di delineare brevemente le due diverse teorie (gratificazione sessuale e teoria femminista), che guidano la maggior parte delle ricerche riguardanti la violenza sessuale, fornendo prove empiriche a sostegno di una delle due prospettive, attraverso l’uso di dati longitudinali sulla violenza sessuale che si è verificata in carcere in tutti i 50 stati degli USA. Mettendo a confronto i dati circa la visita coniugale e la violenza sessuale sullo stesso sesso, questo studio ha preso una strada diversa da quella presa in ricerche precedenti.

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I risultati ottenuti mostrano infatti che i detenuti che ricevono la visita coniugale hanno un più basso livello di aggressività sessuale in carcere rispetto ai detenuti degli Stati che non consentono la visita coniugale. Tale constatazione mette in dubbio la teoria femminista e fornisce supporto alla teoria della gratificazione sessuale. Oltre ad una forte relazione negativa tra  visita coniugale e violenza sessuale in carcere, i risultati mostrano che c’è una sola variabile di controllo, la popolazione carceraria, che è importante per spiegare la violenza sessuale in carcere.

Gli Stati dovrebbero dunque permettere la visita coniugale in carcere, come  mezzo per attenuare la violenza sessuale. E’ importante notare che la visita coniugale ha altri effetti positivi sul benessere dei detenuti. Hoffmann, Dickinson and Dunn (2007) sottolineano che la visita coniugale aiuta a migliorare il funzionamento di un matrimonio, mantenendo il ruolo del detenuto come marito o moglie, migliorando il suo comportamento durante la detenzione, contrastando gli effetti negativi della carcerazione, e migliorando il successivo re-inserimento nella società, avendo potuto il detenuto mantenere i legami con la sua famiglia. Inoltre, poiché la visita coniugale riduce l’attività omosessuale e poiché l’AIDS è spesso diffusa dall’attività omosessuale, la visita coniugale può aiutare ad attenuare la diffusione dell’Aids in carcere  (Bates, 1989; Olivero et al., 1992).

Questi risultati suggeriscono di considerare la violenza sessuale in carcere come un crimine sessuale, invece che come un crimine che riguarda le posizioni di potere. Programmi basati su questo assunto potrebbero contribuire ad attenuare la recidiva. In secondo luogo, poiché i risultati mostrano che lo stupro e la violenza sessuale possono essere motivati dal desiderio sessuale, si suggerisce l’uso della castrazione chimica per ridurre gli stupri ed altri tipi di violenza sessuale. La ricerca suggerisce che gli agenti anti-androgeni come il Depo Provera sono efficaci nel ridurre la recidività dei reati a sfondo sessuale (Grubin, 2008; Maletzky et al., 2006).

Questi tipi di farmaci agiscono diminuendo i livelli di testosterone attraverso la manipolazione chimica del corpo (Greenfield, 2006). L’uso della castrazione chimica per diminuire la violenza sessuale non è esente da critiche. Gli oppositori della castrazione chimica parlano di violazione dei diritti umani (Harrison & Rainey, 2009), e poi vi sono problemi riguardo all’effettiva assunzione del farmaco e i potenziali effetti negativi associati al farmaco (Conroy, 2006). Mentre le possibili violazioni dei diritti umani e i potenziali effetti collaterali derivanti dal farmaco sono questioni che certamente richiedono maggiore ricerca e discussione, rispetto all’assunzione del farmaco va detto che in carcere non si corrono rischi, in quanto il farmaco viene somministrato attraverso una iniezione e dunque non c’è modo di evitarne l’assunzione.

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Sarebbe inoltre importante comprendere la motivazione che c’è dietro la violenza sessuale in carcere, attraverso interviste accurate dei detenuti, alla ricerca delle motivazioni psicologiche che li hanno spinti a compiere il reato.

Fonte:

The Effect of Conjugal Visitation on Sexual Violence in Prison, American Journal of Criminal Justice
The Journal of the Southern Criminal Justice Association, Southern Criminal Justice Association 2012, Springerlink

Dr. Giuliana Proietti

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