L’arte al tempo di Freud

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La rivoluzione industriale cominciava a distruggere le tradizioni stesse dell’artigianato, ormai sostituito dalla produzione meccanica: alla bottega succedeva la fabbrica. I risultati più immediati di questo mutamento furono visibili in architettura, seriamente minacciata dalla mancanza di una salda competenza artigiana e insieme dalla strana accentuazione dell’esigenza dello ‘stile’ e della ‘bellezza’. Sorsero più edifici nell’Ottocento che non in tutti i periodi precedenti messi insieme.

Era il tempo della vasta espansione urbanistica in Europa e in America, che trasformò vaste distese di campagna in ‘aggolomerati urbani’, senza uno stile proprio. Si voleva che gli edifici pubblici fossero ‘artistici’ e per questo si chiedevano facciate in stile gotico, oppure edifici che somigliassero ad un castello normanno, ad un palazzo del Rinascimento o ad una moschea orientale. Le chiese si costruivano maggiormente in stile gotico, i teatri in stile barocco, palazzi e ministeri prevalentemente in stile rinascimentale.

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Gli artisti dipingevano pale d’altare e quadri da appendere nei salotti, oppure facevano affreschi nelle dimore di campagna della classe agiata, con mecenati non sempre preparati nella storia dell’arte e volti a richiedere prodotti spesso volgari, secondo questa o quella moda del momento. Fra artisti e pubblico la sfiducia era reciproca.

Agli occhi del cliente l’artista era un impostore che chiedeva prezzi assurdi, fra gli artisti divenne passatempo preferito scandalizzare i borghesi, anche attraverso la propria immagine personale: gli artisti cominciarono a farsi crescere folte chiome e barbe,vestivano di velluto e fustagno, portavano cappelli a larga tesa e cravatte svolazzanti, accentuando la loro mancanza di rispetto per le convenzioni.

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Parigi era divenuta un centro artistico come la Firenze del Quattrocento e la Roma dei Seicento e attirava da tutto il mondo giovani desiderosi di studiare con i più grandi maestri, partecipando alle discussioni nei caffè di Montmartre, dove a poco a poco si andavano formulando le nuove teorie sull’arte.

Il più importante pittore con tendenze conservatrici fu Jean-Auguste Ingres (1780-1867) allievo e seguace di Jacques-Louis David, di cui condivideva l’ammirazione per lo stile epico dell’antichità classica. Egli si dedicava allo studio rigoroso del vero e disprezzava l’improvvisazione e il disordine. Gli oppositori di Ingres esaltavano invece Eugéne Delacroix (1798-1863) che apparteneva alla lunga serie di grandi rivoluzionari.

Questo artista non tollerava i richiami ai greci e ai romani, l’importanza attribuita al disegno esatto e la costante imitazione di statue classiche. Riteneva che in pittura il colore fosse più importante del disegno e la fantasia della tecnica. Nelle accademie prevaleva ancora l’idea che la pittura dovesse rappresentare personaggi ‘dignitosi’ e non lavoratori o contadini secondo la tradizione dei maestri dei Paesi Bassi.

Francois Millet (1814-1875) volle dipingere scene di vita contadina, donne e uomini al lavoro nei campi e questo fu, per l’epoca, rivoluzionario. Dei soggetti plebei erano infatti al centro della scena del quadro e non più delle figure marginali sullo sfondo del soggetto ‘dignitoso’ da illustrare.

Gustave Courbet (1819-1877) voleva che i suoi quadri fossero una protesta contro le convenzioni correnti del tempo, che scandalizzassero il borghese pieno di sufficienza, che proclamassero il valore dell’intransigenza e della spontaneità artistica contro l’abile rimaneggiamento dei paradigmi tradizionali.

Nello stesso periodo si affermò un’altra corrente di pittori che ritenevano che Raffaello, esaltando l’idealizzazione della natura, sacrificando la realtà in nome della bellezza, aveva compiuto un passo falso e dunque occorreva tornare a prima di Raffaello, quando gli artisti facevano del loro meglio per copiare la natura. Questo gruppo di artisti si chiamò Confraternita Preraffaellita. Uno dei membri di maggior talento era figlio di un profugo italiano, Dante Gabriele Rossetti (1828-82) .

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In Francia, nel contempo, vi fu un’altra ondata rivoluzionaria in campo artistico, iniziata da Edouard Monet (1832-1883): l’impressionismo. Questi artisti sostenevano che l’osservazione attenta della natura non significa vedere oggetti definiti, ognuno con il suo colore e la sua forma, ma una gaia mescolanza di toni che si fondono al nostro occhio. Le nuove teorie non riguardavano solo il trattamento dei colori, ma anche l’impressione del movimento.

Questo stile, inizialmente molto avversato dai pittori accademici che mal sopportavano l’apparente mancanza di rigore tecnico e gli ‘scarabocchi’prodotti dagli artisti, fu chiamato ‘impressionismo’. I pittori infatti, dopo l’impressione ricevuta, fissavano subito i colori sulla tela a colpi rapidi, non curandosi dei particolari, quanto dell’effetto nell’insieme.

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Di essi ricordiamo Monet, Manet, Renoir, Pisarro, Degas, e molti altri. I primi visitatori dell’esposizione impressionista che si imbatterono in questi quadri pensarono che i pittori fossero dei pazzi. Ci volle tempo per far capire al pubblico che, per apprezzare un quadro impressionista, occorreva allontanarsi di qualche passo e gustare il miracolo di vedere queste macchie enigmatiche prendere forma e animarsi.

Accanto all’arte tradizionale poi in quel tempo si aggiunse la fotografia, usata soprattutto in un primo tempo, per i ritratti. Poiché erano necessarie delle pose prolungate, i soggetti dovevano assumere un atteggiamento rigido.

La fotografia aiutò a scoprire il fascino delle vedute casuali, prese da un’angolazione inattesa. Questa scoperta liberava il pittore dalla necessità di rappresentare il vero e gli permetteva di esprimersi finalmente senza tutti i clichés delle tradizioni.Anche la scultura fu coinvolta nella battaglia pro e contro il ‘modernismo’.

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Auguste Rodin (1840-1917), come gli impressionisti, rifiutava la rifinitura esteriore e preferiva lasciare un po’ di margine alla fantasia dello spettatore. A volte lasciava intatto un pezzo della pietra che scolpiva, per dare l’impressione, come faceva peraltro anche Michelangelo, che la figura prendesse forma lentamente, a partire dalla pietra. Al pubblico medio parve un’eccentricità irritante, se non una semplice pigrizia. Anche nell’arte dunque, questo fu un periodo di grandi rivoluzioni, soprattutto a causa degli artisti, che diventavano sempre più insofferenti delle tendenze e dei metodi che piacevano al pubblico.

Fonte: La storia dell’arte raccontata da E.H. Gombrich, Einaudi

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona


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Dante Gabriele Rossetti

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