Matilde di Canossa

Matilde di Canossa: la donna più potente del Medioevo

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Matilde di Canossa: la donna più potente del Medioevo

Ultimo aggiornamento: Giu 15, 2020 @ 17:08

Matilde di Canossa è senz’altro una delle figure femminili più interessanti dell’alto medioevo; basti pensare che questa donna cominciò a regnare su un territorio molto vasto dell’Italia centro-settentrionale (dal Lazio al Lago di Garda) a soli trent’anni, dimostrando di essere un abile Capo di Stato, capace di condurre trattative diplomatiche ai massimi livelli e di applicare efficaci strategie militari per difendere i suoi possedimenti.

Tutto questo nonostante le donne nel Medio Evo contassero veramente pochissimo e nonostante i grandi sconvolgimenti politici e militari di quel periodo: Matilde riuscì a regnare ininterrottamente per un quarantennio.

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La sua storia:

Matilde di Canossa nacque a Mantova nel 1046, da Beatrice di Lotaringia e da Bonifacio, marchese di Toscana, che nella città lombarda avevano una reggia.

La coppia aveva già due figli: Federico e Beatrice. La famiglia possedeva in quel tempo un dominio che comprendeva buona parte dell’Italia centrale e settentrionale, oltre che delle terre in Germania, sul Reno, portate in dote da Beatrice, che facevano invidia ad altre potenti famiglie di Mantova (gli Arimanni), oltre che all’imperatore stesso.

L’educazione di Matilde fu molto curata, tanto che il suo biografo, Donizone scrive:

… ben conosce il linguaggio dei Teutoni e sa anche parlare la garrula lingua dei Franchi“;

certamente dunque Matilde sapeva anche leggere e scrivere, cosa abbastanza rara fra le nobildonne del suo tempo.

Nel 1052, quando Matilde aveva solo sei anni, suo padre Bonifacio venne assassinato con una freccia avvelenata durante una battuta di caccia; la madre si trovò sola a fronteggiare una situazione molto pericolosa per il suo Feudo e cominciò così ad appoggiarsi alla Chiesa, avviando un rapporto di collaborazione e sostegno reciproco tra i Canossa e Papa Leone IX, con il quale era, fra l’altro, imparentata.


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Nel 1053 morirono anche il fratello e la sorella di Matilde, per cause che la storia non ci racconta, anche se si pensa che furono avvelenati.

Un anno dopo, Beatrice decise di porre rimedio a questa situazione di fragilità in cui si era venuta a trovare la sua famiglia risposandosi con un suo lontano parente, Goffredo il Barbuto, anch’egli rimasto vedovo dal primo matrimonio.

I due si accordarono, nella promessa matrimoniale, che vi sarebbe stato un matrimonio anche fra i loro rispettivi figli, che al momento erano ancora bambini, per consolidare la dinastia.

Dopo 15 anni di matrimonio, Goffredo il Barbuto, malato, si rifugiò nei suoi territori di Lorena, dove si fece raggiungere dalla famiglia e, in punto di morte, pretese che il figlio Goffredo (detto il Gobbo) e la figliastra Matilde si sposassero, come era stato da tempo deciso.

Alla vigilia di Natale del 1069 il marchese morì ed il figlio Goffredo ne ereditò le ricchezze ed il potere; Beatrice, rimasta nuovamente vedova, tornò in Italia ad occuparsi degli affari, lasciando la figlia Matilde presso il marito, in Lorena.

La coppia di sposi ebbe presto una bambina, chiamata anche lei Beatrice, che purtroppo morì ancora in fasce.

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Nel gennaio 1072 Matilde lasciò il marito, che era passato, contro la sua volontà, dalla parte del giovane imperatore Enrico IV, e fece ritorno a Mantova, presso la madre.

Goffredo fece di tutto per riconciliarsi con lei, ma senza successo; sappiamo che venne in Italia con dei doni, che fece intervenire come mediatore Papa Gregorio VII , ma l’atteggiamento di Matilde, ancora nemmeno trentenne, fu inflessibile.

Il 26 febbraio 1076 Goffredo venne assassinato in un agguato, ed il 18 aprile dello stesso anno morì anche la madre di Matilde, Beatrice.

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Matilde si trovò così ad ereditare a trent’anni un dominio che andava dal Lazio al Lago di Garda. Oltre tutto in quegli anni il Papato, che proteggeva i Canossa, era in lite con l’Imperatore per un problema di supremazia.

Infatti, il potere al tempo era detenuto dalle due  figure concorrenti del papa e dell’imperatore, rappresentanti rispettivamente del potere religioso e di quello laico.

A partire da Carlo Magno, tutti gli  “Imperatori del Sacro Romano Impero” venivano per tradizione nominati dal Papa, ma essi potevano scegliere le massime cariche ecclesiastiche (indicando personaggi a loro fedelissimi, che quindi non mettevano in discussione la supremazia del potere imperiale sul Papa).

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Il 21 aprile 1073 fu eletto papa, direttamente dalle gerarchie cattoliche e non dall’imperatore, Gregorio VII, nato Ildebrando di Soana, abate di San Paolo fuori le mura.

Nel marzo 1074 il neoeletto pontefice tenne il tradizionale concilio annuale in Laterano, nel quale condannò tutti i chierici ordinati per simonia (compravendita di cariche ecclesiastiche); inoltre stabilì che i vescovi che avevano ottenuto dei benefici in cambio di denaro, dovevano abbandonarli immediatamente, pena la scomunica.

A distanza di un anno, il papa rinnovò i decreti contro il concubinato del clero e la simonia e ne aggiunse uno nuovo, in cui proclamava il divieto delle investiture episcopali da parte di laici. In pratica, da allora in avanti i vescovi avrebbero dovuto essere nominati unicamente dall’autorità ecclesiastica, come stabilito nel Dictatus papae, inviato a tutti i sovrani d’Europa.

Nel documento si precisava che il papa poteva anche deporre l’imperatore e che non poteva dirsi cattolico chi non era d’accordo con la Chiesa romana. Al documento aderirono la Spagna, l’Inghilterra, la Croazia, l’Ungheria, il regno di Kiev e anche i Normanni.

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Il divieto delle investiture laiche era pericoloso per l’imperatore, in quanto poteva comportare lo smembramento dei territori appartenenti al suo regno, per cui a questa mossa del papa l’imperatore rispose con un sinodo dei vescovi tedeschi a Worms  (24 gennaio 1076) che dichiararono il Papa Gregorio VII “illegittimo”, in quanto non eletto secondo le norme canoniche stabilite nel 1059.

La “dieta” dei vescovi era presieduta dal potente vescovo di Magonza, alla presenza del duca Goffredo il Gobbo e dei vescovi simoniaci. L’ex marito di Matilde, in questa occasione si vendicò della moglie, accusandola di essere l’amante del Papa.

 

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A questa mossa dell’imperatore seguì la scomunica papale: con questo atto il pontefice proibiva all’imperatore il governo di tutto il regno dei tedeschi e dell’Italia e scioglieva il vincolo di giuramento verso di lui di tutti i suoi sudditi cristiani.

Enrico IV vide vacillare il suo trono, poiché molti vescovi, dopo la scomunica, si allontanarono da lui ed anche gli stessi principi tedeschi cominciarono a discutere di una sua possibile successione.

Quell’anno, inoltre, fu freddissimo: questo clima fu considerato il segno di una maledizione divina contro l’imperatore, che a questo punto decise di scendere in Italia per rilanciare la lotta, appoggiandosi ai vescovi lombardi scomunicati da Gregorio VII, che erano ancora ben saldi nelle loro sedi. Il Papa si rifugiò nella rocca di Canossa, molto protetta e facilmente difendibile.

Va ricordato che Ildebrando da Soana, Papa Gregorio VII,  era una vecchia conoscenza di Matilde: a lui era infatti stata affidata, fin da piccola, la preparazione religiosa e culturale della contessina e l’abate aveva stabilito con la sua pupilla un rapporto privilegiato che si era arricchito nel tempo di stima e affetto (forse anche qualcosa di più, anche se non vi sono notizie certe in proposito).

La lotta fra papa e imperatore provocò un periodo di grande tensione: giorni febbrili, sentiti anche dai contemporanei come un periodo eccezionale, in quanto per la prima volta un imperatore ed un papa lottavano apertamente, uno di fronte all’altro.

L’Imperatore portò il suo esercito nelle vicinanze di Canossa e s’incontrò con Matilde, che peraltro era anche sua cugina. Dopo quell’incontro, convinto dalla signora di Canossa, l’imperatore decise di vestire l’abito del penitente, presentandosi al Castello  dove era rifugiato il Papa, scalzo, vestito di sola lana e non di pelli, in una fredda giornata del gennaio 1077, dopo tre giorni e tre notti di attesa.

(Ecco perché si dice “andare a Canossa” quando si vuole intendere l’auto-umiliazione per ottenere un perdono. Questa espressione è famosa anche in altre lingue, come in quella tedesca, “nach Canossa gehen, in inglese, “go to Canossa”, in francese, “aller à Canossa”).

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Il Papato diede grande rilievo a questo ‘pentimento’, ottenuto grazie alla mediazione di Matilde. In realtà, dopo solo quindici giorni l’Imperatore, ritornato in Germania, forte del perdono papale, cominciò ad accanirsi contro i principi che gli avevano voltato le spalle e riprese a conferire investiture religiose, in cambio di denaro o di favori.

Gregorio VII reagì con una seconda scomunica, al che l’imperatore decise di scendere nuovamente a Roma, costringendo il Papa alla fuga e al rifugio presso i Normanni di Roberto il Guiscardo (presso il quale morì a Salerno, nel 1085).

Nel luglio del 1081, a Lucca,  l’imperatore Enrico IV proclamò Matilde ‘rea di lesa maestà’, con la conseguenza immediata della decadenza da tutte le funzioni pubbliche da lei detenute nel suo feudo e della confisca di tutti i suoi beni.

Matilde si rifugiò in uno dei suoi castelli appenninici, seguita dai suoi fedelissimi, mentre alcuni dei suoi conti passavano al seguito dell’imperatore. La contessa di Canossa era a questo punto veramente sola, separata fisicamente dal pontefice che la sosteneva e costretta a difendersi, mentre Enrico IV si appropriava di buona parte delle sue terre.

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La Grancontessa di Canossa non aveva né mariti, né figli che la sostenessero e non era neanche una monaca:  i seguaci dell’imperatore non le risparmiarono dunque nessuno dei più infamanti insulti, come quello di aver fatto uccidere il marito o di essere l’amante del papa.

Offesa da queste ingiurie, oltre che dalla perdita dei suoi beni, Matilde si mise nettamente contro Enrico IV, lanciandosi in battaglia per riprendersi i suoi domini padani, approfittando dell’assenza dell’imperatore.

Fece anche di tutto per far eleggere il nuovo papa, Vittore III, che si opponeva al papa eletto dall’imperatore, Clemente III. Nella lotta fra papa e antipapa prevalse Clemente III e Vittore fu costretto ad abbandonare Roma per Cassino,  dove morì, nel 1087.

Nel 1088 Enrico IV decise di scendere nuovamente in Italia e Matilde, forse proprio su suggerimento del nuovo Papa, Urbano II, decise di sposarsi nuovamente.

La scelta cadde su un rampollo dei duchi di Baviera, da sempre ostili all’Imperatore, in modo da unire due forze che lottavano entrambe contro l’odiato Imperatore.

Il secondo marito di Matilde, Guelfo il Pingue, appena sedicenne, si trovò così sposo di una donna che avrebbe potuto essere sua madre, dal carattere forte e deciso, provata da una vita intensa e difficile. Con la nuova spedizione, Enrico IV tolse a Matilde tutti i suoi averi, tranne i quattro castelli di Canossa, Monteveglio, Piadena e Nogara, che le rimasero fedeli. Mantova e le altre città da lei governate passarono invece dalla parte dell’Imperatore.

Anche Enrico IV ebbe tuttavia le sue disgrazie familiari, che cominciarono con le ribellioni dei figli Corrado ed Enrico V, il quale giunse perfino ad imprigionare il padre, che morì di crepacuore. Enrico V giunse nel 1111 ad un accordo con Matilde a Bianello, nominandola Vicaria Imperiale e reintegrandola nel dominio sul nord Italia, con eccezione della terra di Toscana.

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A cura di:
Dr. Giuliana Proietti - Dr. Walter La Gatta

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Tra le clausole dell’accordo tra Enrico V e Matilde c’era anche la possibilità di riconquistare Mantova, che Matilde infatti riprese nel 1114, dopo di che, ormai gravemente ammalata, si ritirò per passare l’estate nei suoi castelli appenninici. In queste terre Matilde morì, a Bondanazzo di Reggiolo, nel 1115, a 69 anni, che per quell’epoca non erano certo pochi.

Fu sepolta in un primo tempo nella badia di S. Benedetto di Polirone. Molti secoli dopo, a S. Pietro, a Roma, le fu innalzato  un grandioso monumento funebre (opera di G. L. Bernini) e le fu intitolata la cappella privata del pontefice.

Dal 1635  le sue spoglie riposano dunque in Vaticano e sono poste insieme a quelle degli apostoli e dei martiri della fede, per volere di papa Urbano VIII, il quale volle tutto questo in risposta al protestantesimo tedesco.

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