mutilazioni genitali

Le donne che vivono in Egitto e chiedono ai medici se è il caso di circoncidere le figlie, sebbene anche in questo paese la pratica sia illegale, non vengono affatto scoraggiate, come dimostra un recente studio sull’argomento.

La pratica della mutilazione genitale, comune in Africa Settentrionale sub-Sahariana, si ritiene abbia avuto origine nella Valle del Nilo, in Egitto, e risalga a migliaia di anni fa, al tempo dei Faraoni. La mutilazione avviene su ragazze di età compresa fra 7 e 14 anni e comporta l’escissione di parte dei genitali esterni, ivi incluso il clitoride. Le conseguenze sono: dolore, sanguinamento, infezioni, problemi nella minzione, cisti, problemi sessuali, complicazioni nel parto e morte, come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Più di 200 milioni di donne in 30 paesi di tutto il mondo hanno subito la mutilazione genitale, secondo l’OMS, che si batte per l’abbandono della pratica ,considerata una violazione dei diritti delle donne e delle ragazze. Una Conferenza internazionale delle Nazioni Unite tenutasi nel 1994  in Egitto ha provocato un dibattito nazionale sulla pratica, contribuendo alla crescita di un movimento femminile per sradicare la procedura.

Da allora, le campagne mediatiche nazionali hanno portato l’attenzione sui rischi dati dalle mutilazioni genitali sulle ragazze, per cui nel 1997 la pratica è stata bandita, a meno che non fosse considerata “necessaria dal punto di vista medico”. Una scappatoia che, nel 2007, è stata rimossa, a seguito dell’indignazione per la morte di una ragazza undicenne. Più recentemente, nel giugno di quest’anno, una ragazza di 17 anni è morta di complicazioni a seguito dell’intervento, peraltro eseguito in uno studio medico.

Secondo studi nazionali condotti nel 2014 in Egitto si è registrato un calo di questi interventi del 10 per cento, a partire dal 2002, a seguito delle campagne di responsabilizzazione condotte dai mass media, che hanno messo in risalto i rischi che queste procedure comportano per la salute (infezioni, emorragie, decesso).

Un recente studio si è interessato di 269 donne, residenti in un quartiere urbano vicino a Il Cairo e altre 141, residenti in un quartiere semi-rurale al di fuori della Capitale. Il 68 per cento di loro erano di fede musulmana, mentre il resto erano di fede cristiana, una minoranza religiosa in Egitto. Il 69 per cento delle donne studiate aveva istruzione secondaria superiore, mentre il 32% aveva un titolo di scuola primaria. Lo studio si e concentrato sulle madri, in quanto sono loro le principali responsabili della decisione di praticare la mutilazione genitale sulle proprie figle, anche se nella maggior parte dei casi esse hanno riferito di tenere molto in conto il parere del loro marito e delle loro madri (e suocere). L’età media delle donne di questo campione era 31 anni e il 90% di loro erano state a loro volta circoncise.

Le donne hanno risposto ad un questionario ed alcune sono state intervistate. I risultati mostrano che molte donne hanno richiesto un parere medico o ginecologico, perché incerte se praticare o meno la mutilazione alle proprie figlie. Le musulmane hanno chiesto il parere perlopiù al medico di famiglia, il che ha fatto solo il 5% delle donne cristiane.

Nelle interviste, le madri hanno dichiarato di sentirsi in conflitto con le loro tradizioni culturali, con frasi quali: “vado dal medico perché sento che non dovrei farlo, ma mia madre (o mia suocera) insiste, per cui desidero conoscere il parere di una fonte autorevole”.

Dai medici tuttavia esse hanno ricevuto messaggi ambigui. Alcuni hanno esaminato le ragazze dicendo loro di tornare un’altra volta. In quasi tutti i casi i medici NON hanno respinto esplicitamente l’idea, ma hanno dato alle donne risposte vaghe circa la “necessità” della procedura.

Il medico, in questi casi di incertezza, è sentito come la voce della ragione, per cui sarebbe auspicabile che la categoria esprimesse i suoi pareri in base ai criteri scientifici che conoscono e non in base alle loro tradizioni culturali e religiose. Questo sarebbe l’unico modo per evitare questo atavico abuso sulle donne, che si chiama mutilazione genitale.

Lo studio, la cui autrice principale è Sepideh Modrek, è stato pubblicato su International Perspectives on Sexual and Reproductive Health.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Egyptian women say doctors don’t discourage female genital cutting, via Health Canal

Immagine:
Wikimedia

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona Civitanova Marche, Fabriano
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

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