Vacanze e benessere

vacanze e benessere

Allo stato attuale, gli studi sugli effetti della vacanza sono ancora piuttosto scarsi ed i risultati non sembrano ancora conclusivi (vedi ad esempio, Fritz e Sonnentag 2005 Rook e Zijlstra 2006).  Studiando gli effetti della vacanza, la prima cosa da chiedersi è: abbiamo veramente bisogno delle vacanze? E, poi, quanto dovrebbe idealmente durare una vacanza?

In un articolo apparso sul New York Times (1910), William Taft, 27mo Presidente degli Stati Uniti affermava “[…] 2 o 3 mesi di vacanza […] sono necessari per continuare a lavorare il prossimo anno con l’energia e l’efficacia che bisognerebbe avere” (“How long should a man’s vacation be?,” 1910, July 31). Questi erano dunque i parametri del tempo. Oggi nessuno sognerebbe mai di fare una vacanza del genere e le vacanze, anche a causa della crisi, sono diventate, per molte persone, un semplice ricordo. Va bene così o dovremmo sforzarci di fare del tutto per godere di questi periodi lontano da casa?

Qui di seguito presentiamo una rassegna di ricerche che illustrano gli studi fin qui compiuti su questo tema, ed i relativi risultati.

Secondo la teoria nota come Fatica/Recupero (Meijman and Mulder 1998), lo sforzo dedicato al lavoro comporta alcuni costi psico-fisiologici  (ad esempio, il senso di affaticamento). Quando questi effetti sono intensi, ad esempio quando i lavoratori sono regolarmente esposti a situazioni impegnative e stressanti di lavoro, e il recupero fra i vari periodi  di lavoro è incompleto, la salute e il benessere possono essere compromessi (vedi ad es Belkic et al 2004; Harma 2006 ). Di conseguenza, il recupero, ricorrente e completo, dagli effetti del lavoro, appare fondamentale, per prevenire gli effetti indesiderati sulla salute e sul benessere.

I lavoratori spesso non riescono a riposare durante le brevi pause concesse loro durante la giornata lavorativa, anche per i confini sempre più permeabili tra casa e luogo di lavoro, turni più lunghi, straordinari ecc. oltre che per la straordinaria e prolungata attivazione fisiologica che il lavoro comporta (vedi ad esempio, Fritz e Sonnentag 2005; Van Hooff et al 2007a; Åkerstedt 2006). Di conseguenza, un periodo più lungo, lontano dal luogo di lavoro, può essere necessario per potersi rilassare completamente (Dahlgren et al. 2005). Le vacanze rappresentano il più lungo periodo di assenza temporanea dal lavoro e possono, quindi, costituire una opportunità di riposo sicuramente più efficace di altri periodi di riposo, dalla durata più breve.

Alcuni studi hanno dimostrato che la vacanza è correlata con una maggiore soddisfazione per la vita (ad es Lounsbury e Hoopes 1986), con il miglioramento del tono dell’umore (ad esempio Nawijn et al 2010; Strauss-Blasche et al. 2000), con livelli più bassi di problemi relativi alla salute (ad esempio, Fritz e Sonnentag 2006) e con bassi livelli di stanchezza dopo la vacanza (ad esempio Kühnel e Sonnentag 2011; Westman e Eden 1997). Tuttavia, gli effetti positivi della vacanza sembrano essere di breve durata e sembrano scomparire rapidamente dopo la ripresa del lavoro (De Bloom et al. 2009).

Uno studio trasversale (Nawijn 2010) è stato condotto su turisti dei Paesi Bassi che hanno compilato un questionario sul benessere percepito durante la vacanza. Sono stati così raccolti i dati dei livelli di benessere percepito in fasi temporali differenti, durante la vacanza,  riscontrando che il loro tono dell’umore è stato generalmente elevato durante le vacanze, ma che si era abbassato all’inizio del periodo di ferie. Nel momento topico della vacanza (al 70% della vacanza) il tono dell’umore ha raggiunto il massimo livello. Verso la fine del periodo di vacanza, come prevedibile, l’umore era di nuovo caduto a livelli minimi.

Secondo alcuni ricercatori, il periodo di vacanza non produce effetti per le cose positive che rappresenta, ma raggiunge i suoi scopi indirettamente, in quanto allenta la tensione dovuta al lavoro (Geurts e Sonnentag 2006). Tuttavia, si può ipotizzare che la vacanza non debba limitarsi solo a fare delle “riparazioni” alla salute e al benessere, ma possa aggiungere anche qualcosa di positivo  (ad esempio ricostruzione delle risorse personali, oltre che diminuzione della tensione), attraverso un meccanismo attivo (De Bloom et al 2010; Geurts e Sonnentag 2006) e non passivo.

Le esperienze positive associate alla vacanza (per esempio il piacere derivante da alcune attività, senso di relax) possono consentire di ri-costruire risorse personali come la creatività, le competenze e il supporto sociale. Il soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali di autonomia e di relazione durante una vacanza con la famiglia e gli amici possono anche aumentare il benessere e portare a effetti persistenti (De Bloom et al 2010; De Bloom et al in corso di stampa,  Ryan et al 2010 ). In questo senso, la vacanza non dovrebbe più essere considerata una semplice occasione di diminuzione dello stress, a causa dell’assenza dal lavoro (Eden 2001).

Per quanto riguarda la relazione tra durata della vacanza e la forza e la persistenza dei suoi effetti, Lounsbury e Hoopes (1986) non hanno trovato alcun effetto particolare della vacanza prolungata nel livello di soddisfazione personale, nel coinvolgimento successivamente mostrato nel lavoro, nell’impegno organizzativo, nella motivazione a migliorare il proprio lavoro, o nella soddisfazione per la vita. Tuttavia, va detto che la durata media delle vacanze esaminate in questo studio è stata di 7 giorni e che solo il 6% del campione è andato in vacanza per più di 14 giorni.

Etzion (2003) ha trovato che i livelli di stress da lavoro e di burnout su vacanzieri con soggiorni brevi (7-10 giorni) o lunghi (più di 10 giorni, durata media e  gamma non riportate) erano piuttosto simili. Kemp et al. (2008) non hanno riscontrato alcuna relazione tra durata della vacanza e felicità in vacanze che vanno da 4 a 14 giorni (in media 7,5 giorni). In modo simile, Nawijn (2010) non ha riscontrato effetti durevoli dell’umore in vacanze che vanno da 2 a 17 giorni (media non riportata). Recentemente, De Bloom et al. (2010) non hanno rilevato alcuna differenza nei cambiamenti di salute e benessere registrati durante una vacanza durata 4-5 giorni o dopo una vacanza durata 9 giorni.

Fino ad ora, Strauss-Blasche et al. (2000) sono stati gli unici ricercatori che hanno trovato associazioni positive tra  ‘giorni lontano da casa’ e senso di recupero psico-fisico, dopo 14 giorni di tregua dal lavoro. Quindi, concludendo, anche se sembrerebbe teoricamente plausibile aspettarsi una relazione positiva tra lunghezza della vacanza e cambiamenti nella salute e nel benessere, al momento,  l’esiguo numero di studi condotti in materia, non sembra evidenziare associazioni convincenti.

Questo è quanto. Dunque, abbiamo capito che la vacanza è sicuramente utile, ma che i suoi effetti non sono durevoli. Anche la durata non sembra così importante e forse una vacanza nei tempi indicati dal Presidente Taft alla fine potrebbe risultare noiosa e stressante. Per dirla con William Shakespeare, (Enrico IV, 1598), se uno passasse un anno intero in vacanza, divertirsi sarebbe stressante come lavorare.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte:
Jessica de Bloom, Sabine A. E. Geurts and Michiel A. J. Kompier, Vacation (after-) effects on employee health and well-being, and the role of vacation activities, experiences and sleep, Journal of Happiness Studies,  An Interdisciplinary Forum on Subjective Well-Being 2002

Immagine:
imagerymajestic, Free Digital Photos

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Dr. Giuliana Proietti
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