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Mi sono imbattuta in uno studio veramente insolito e per certi versi sorprendente sui diritti dell’Avatar. Le questioni poste non sono affatto ridicole, come potrebbe sembrare a prima vista, specialmente perché i mondi virtuali in futuro diventeranno sempre più parte della nostra vita “reale” ed i nostri Avatar potrebbero, in un futuro che oggi con qualche fatica possiamo cercare di immaginare, veramente rappresentare in toto la nostra persona, producendoci emozioni, positive o negative e fornendoci il senso della nostra identità.

Vi sintetizzo dunque questo studio, che potrete leggere integralmente in inglese, su Internet, all’inidirizzo sotto specificato, nella fonte. Ci piacerebbe avere le vostre riflessioni su un argomento davvero così poco trattato e discusso. Ed ecco la sintesi dello studio:
C’è un silenzio incredibile nella letteratura scientifica per quanto riguarda i diritti che una persona dovrebbe aspettarsi di conservare quando viene rappresentata da un avatar, piuttosto che da un organismo biologico. Un avatar infatti, a nostro avviso, dovrebbe avere gli stessi diritti della persona in carne ed ossa.

L’etica medica è un campo in continua evoluzione, in relazione ai nuovi sviluppi tecnologici. Ad esempio, per quanto riguarda Internet, lo sviluppo di mondi virtuali e le interazioni virtuali fra le persone rappresentano indubbiamente una novità. Pensiamo a Second Life (secondlife.com) o ad altri siti che propongono l’interazione in un mondo virtuale: una persona naviga in questi mondi virtuali con il suo “avatar” (un’immagine che lo rappresenta, dal nome del incarnazioni terrene degli dèi indù). Gli avatar possono o non possono condividere le somiglianze fisiche con la persona che rappresentano, ma possono comunque subire degli attacchi o delle violenze, che potrebbero poi avere conseguenze sulla persona che li utilizza.

Ad esempio, nei primi sei mesi del 2003, la polizia sudcoreana ha ricevuto 22.000 segnalazioni di crimini commessi da avatars nei giochi online; nel 2007, la polizia olandese ha arrestato un diciassettenne, accusandolo di aver rubato 4.000 euro di mobili virtuali, nel 2007, la polizia belga ha aperto un’inchiesta su un uomo accusato di stupro virtuale e ha cominciato a “pattugliare” Second Life, allo scopo di prevenire reati.

Le accuse di crimine virtuale hanno costretto i governi a prendere in considerazione lo status giuridico dei beni virtuali. Dato che la proprietà ha spesso un valore virtuale nel mondo reale, può sorprendere che il furto di beni virtuali possa essere perseguito come se fosse il furto di un bene materiale. Del resto, non dobbiamo dimenticare che il gioco virtuale e le nozioni associate al gioco possono diventare una metafora per una serie di interazioni sociali umane, potenziando nuove libertà e dando più libera espressione alla creatività, ma anche permettendo nuove oppressioni e disuguaglianza sociale.

Per capire quale status attribuire ad un avatar occorre dunque partire dal concetto di “io” e di “identità personale”. Gli avatar a nostro avviso dovrebbero essere ritenuti come parte di quel “sé”, con diritti analoghi a quelli posseduti dal corpo di un individuo nel mondo reale.

Al momento, non tutti considerano il loro avatar come una parte di sé, ma con i progressi della tecnologia, gli utenti sempre più tenderanno ad identificarsi con i propri avatar, come se questi fossero una vera e propria estensione di se stessi.

In una chat room, al telefono, via e-mail o anche in un video virale particolarmente graffiante, si può esprimere la violenza e l’abuso. Questa violenza può colpire anche un Avatar, che però non ha al momento il diritto di difendersi, perché viene ritenuta una “costruzione immateriale”.

Facciamo un esempio: una persona deceduta, che lascia un testamento, nel quale esprime una volontà, anche se questa volontà non è più legata ad un corpo, non viene considerata valida? E allora perché l’Avatar, allo stesso modo, anche se non è materialmente legato ad un corpo vivente non dovrebbe godere dei diritti umani?

E che dire dell’individuo che usa una protesi?  Se i suoi arti artificiali vengono rubati e distrutti, non possiamo pensare che vi sia stato solo un attacco alla sua proprietà, ma ovviamente anche alla sua persona, anche se quegli arti non sono una manifestazione biologica dell’individuo.

Pensiamo al trapianto di un organo: una mano, un braccio, sono anch’esse delle protesi, anche se di natura più sofisticata. Questi arti li dovremmo ritenere parte del  “sé” dell’individuo che li ha ricevuti ? Oppure no, perché non contengono lo stesso DNA di chi li possiede?

Gli Avatar sono analoghi alle protesi, in quanto permettono all’utente di manipolare l’ambiente, anche se non hanno alcun legame biologico collegato alla coscienza del singolo. Prima di agire, l’individuo pensa, poi muove un muscolo, oppure una protesi… Ma non muove allo stesso modo anche il suo Avatar?

Pensiamo ai diritti riconosciuti alle persone in stato vegetativo permanente: in questo caso la coscienza non è biologicamente presente nel malato, ma non per questo egli perde i diritti come persona. Il corpo fisico dunque non è sempre una condizione necessaria per l’assegnazione dei diritti umani.

Tornando agli avatar, facciamo un altro esempio: mentre il mio avatar è impegnato in una comunità online mi trovo di fronte a sgradite avances sessuali. Le cose possono rapidamente degenerare senza controllo. Mi sento estremamente a disagio. A seconda della situazione, la mia unica possibilità potrebbe essere quella di scollegare il mio avatar. Ma questa non sarebbe una violazione del diritto al libero accesso?  Anche il mio avatar ha dei diritti e la violazione di quei diritti è una violazione dei miei diritti.

Se il “sé” è definito, in senso positivo, come ciò che permette a un individuo di interagire con il mondo, vedendo la cosa in senso negativo, se questo “io” viene disturbato in qualche modo, perché non ritenere che la sua capacità di interagire sia stata ostacolata?

Se consideriamo l’avatar  come un’estensione di noi stessi, al pari del bastone bianco del cieco o la sedia a rotelle del disabile, si capisce che l’avatar dovrebbe essere protetto e qualsiasi violenza prodotta contro di lui/lei dovrebbe essere considerata un abuso sulla persona piuttosto che un semplicemente attacco al diritto di proprietà. Allo stesso modo, se si usa l’avatar con l’intenzione di ingannare gli altri (pensiamo ad esempio al furto di identità) ,  dovrebbero entrare in gioco le leggi sull’identità personale.

Il diritto all’integrità fisica è uno dei diritti fondamentali, che dovrebbe essere esteso anche agli avatar, in quanto parte del “sé” dell’individuo. Il grado dei diritti assegnati a un avatar, come parte di sé dovrebbe poi dipendere dal grado di identità tra l’avatar e la persona (più mi rappresenta, più diritti esso dovrebbe avere).

L’interazione con altri in un mondo virtuale, tramite avatar, comporta vissuti emotivi, di gioia, dolore, fastidio, felicità: non possiamo considerare dunque questa immagine virtuale come una semplice icona di noi stessi, ma come una vera e proprie estensione del nostro “io”.

Una discussione di bioetica dovrebbe dunque essere aperta su questo argomento, al fine di definire quali potrebbero essere, in futuro,  i diritti “inalienabili” di un avatar.

Dr. Giuliana Proietti, psicoterapeuta, Ancona

Fonte: Graber, Alan Markand Graber, David Abraham, Get Your Paws off of My Pixels: Personal Identity and Avatars as Self  Journal of Medical Internet Research
Immagine: Mark Wallace

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona Civitanova Marche, Fabriano
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

Scrive in un Blog sull'Huffington Post


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