immigrati

“Dal punto di vista della sicurezza pubblica, ci sarebbero scarsi motivi per limitare l’immigrazione”: lo afferma Kristin Butcher, professore di economia presso il Wellesley College e co-autore di uno studio relativo all’immigrazione in California.

In California, gli immigrati costituiscono infatti circa il 35% della popolazione adulta (solo il 17% della popolazione carceraria adulta), come ha mostrato la relazione del Public Policy Institute of California (PPIC): sebbene sia dunque molto diffuso lo stereotipo secondo il quale criminalità e immigrazione siano strettamente correlate, i dati dimostrano che la criminalità in America è assai maggiore fra le comunità di persone ‘native’, che fra quelle immigrate.

Tra persone di età compresa fra i 18 ed i 40 anni – età nella quale è più probabile avere a che fare con la giustizia – chi è nato negli Stati Uniti ha la possibilità di finire in carcere con frequenza assai maggiore (rapporto di 1 a 10) rispetto a soggetti immigrati.

Quali sono i motivi? Sono state fatte molte ipotesi, fra cui quella che chi è da poco immigrato, specie se clandestino, non ha interesse ad attirare l’attenzione su di sé, oppure che gli immigrati di prima generazione siano meno propensi a commettere atti criminali, perché coltivano il sogno di una vita migliore.

La conferma di questa situazione arriva da un altro studio, condotto da un sociologo della Università di Harvard, Robert Sampson (lo studio è stato pubblicato sull’edizione invernale di Contexts magazine).

Sampson ha esaminato i dati relativi a immigrazione e criminalità della città di Chicago, studiando 180 quartieri con vari livelli di integrazione. Sampson e colleghi hanno preso in considerazione più di 3000 atti violenti commessi a Chicago fra il 1995 ed il 2003, analizzato i dati raccolti dalla polizia, oltre a censimenti e studi condotti sulle popolazioni immigrate.

Il sociologo è partito dall’ipotesi che gli immigrati avrebbero potuto commettere crimini più facilmente degli altri soggetti, anche perché vivono in comunità povere e disorganizzate.
E invece, Sampson ha scoperto che i luoghi dove la concentrazione di immigrazione è ai massimi livelli, presentano i più bassi livelli di criminalità della città di Chicago.

Il ‘paradosso latino’, così lo chiama Sampson, è quello secondo il quale la prima generazione di immigrati messicani ha il 45 % di possibilità in meno di commettere atti violenti rispetto a soggetti americani, immigrati di terza generazione. (Nella seconda generazione questo tasso scende al 22%).

Dice il sociologo: “Nelle aree più povere la presenza di immigrati sembra una sorta di ‘protezione’ contro la violenza. La violenza infatti è significativamente più bassa fra gli americani di origine messicana che tra soggetti nati in America, di razza bianca o nera.

Anche a New York e a Miami, città con un altissimo tasso di immigrazione, sono stati osservati fenomeni simili. .

Ma il risultato più difficile da accettare per un americano, che emerge chiaramente da questo studio è il seguente: “più si è esposti alla cultura americana, più si hanno possibilità di commettere atti violenti”.

Fonti:

Time
UPI

Dott.ssa Giuliana Proietti Ancona

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona Civitanova Marche, Fabriano
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

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