Ancona

Qui ad Ancona, la città dove vivo e lavoro, non si parla d’altro. Probabilmente accade la stessa cosa anche in altri luoghi d’Italia, visto che il tremendo fatto di cronaca accaduto da queste parti è sulle prime pagine di tutti i giornali. Come psicologa molti mi chiedono di provare a spiegare come abbia potuto verificarsi una simile tragedia in una città “normale”, fra ragazzi “normali”, figli di famiglie “normali”.

Veramente le parole mancano, soprattutto quando non si conoscono bene i fatti relativi alla storia d’amore di questi due ragazzi e che cosa possa averli convinti ad arrivare ad un epilogo tanto tragico. Leggendo però le biografie di questi giovani e di queste famiglie non ho potuto fare a meno di pensare che il problema non riguarda solamente questi due fidanzatini anconetani, ma tutta una generazione di ragazzi, cresciuti troppo in fretta, in solitudine, potendo disporre di tutto ciò che desiderano, in famiglie in cui i genitori non sono più figure autorevoli e non sono più persone cui si deve qualcosa, se non altro come forma di rispetto per la differenza d’età.

Questo non significa naturalmente che, pur fra tante difficoltà, i giovani siano tutti privi di valori e di punti di riferimento: esistono ancora delle famiglie sane e felici e persone che, all’interno del nucleo familiare, cercano ancora in modo civile punti di incontro e mediazioni fra i diversi bisogni presenti nelle differenti fasce d’età. Che l’adolescenza sia motivo di tensioni familiari, fra genitori e figli ed anche fra coniugi (per i diversi atteggiamenti che si vorrebbero assumere verso il figlio o la figlia ribelle) non è una novità: questa ultima generazione di adolescenti però mi sembra molto più problematica di quelle che l’hanno preceduta, per una serie di ragioni e concause che hanno creato condizioni particolari, forse mai accadute in precedenza in tutta la storia dell’umanità.

Quando mai, infatti, un ragazzo adolescente ha avuto la possibilità di avere a sua disposizione qualsiasi informazione, su qualsiasi argomento? Oggi, grazie agli smartphones (tutti, o quasi, nella scuola media ne hanno uno!), questo è possibile. Non andrebbe dunque sottovalutata questa possibilità, da parte di soggetti giovanissimi, di ottenere a piacimento tutte le informazioni disponibili sul web, molte delle quali non sono certo raccomandabili per la salute psicologica di una personalità in formazione, che manca ancora di esperienze di vita e di capacità critiche.

Allo stesso modo, mai nessun adolescente, prima di questa generazione, aveva avuto la possibilità, grazie ai social network, di rimanere in costante comunicazione con migliaia di persone, residenti ovunque nel mondo, con le quali poter scambiare o condividere qualsiasi cosa. Le nuove tecnologie hanno dunque, a mio avviso, spinto questa generazione di giovani a crescere molto in fretta, e soprattutto hanno dato loro una certa sensazione di onnipotenza, grazie alla possibilità di poter vedere, sapere, commentare, condividere, qualsiasi cosa, con qualsiasi persona. Anche qui, credo, per la prima volta nella storia, i genitori, per la loro incapacità di usare questi strumenti elettronici e informatici, oppure per la loro incapacità di farlo con la stessa perizia dei figli, sono apparsi inegnui, inesperti e sprovveduti ai loro figli adolescenti… Non il contrario.

Altro aspetto importante che caratterizza questa generazione di adolescenti è che essa è in gran parte composta da figli unici, nati da famiglie mononucleari che intrattengono relazioni sempre meno forti con le famiglie d’origine e dove spesso entrambi i genitori lavorano. Ciò significa che questi ragazzi sono in gran parte cresciuti da soli, senza avere a disposizione figure adulte di riferimento che abbiano potuto svolgere, nei loro momenti di difficoltà, funzioni di guida, di orientamento e di sostegno. Da qui l’abitudine a fare da soli, a non avere bisogno dei consigli degli adulti, ad esporsi ad una marea di esperienze a rischio, nella sensazione di poter badare a se stessi (per poi piombare, al minimo ostacolo, in incontrollabili tracolli emotivi).

I genitori vanno sempre di corsa: dopo il lavoro infatti ci sono altri impegni, come la casa, il dottore, la farmacia, la banca, le poste, la spesa… Non è colpa loro se il poco tempo che stanno in casa fanno altre cose, oppure riposano perché sono stanchi. Resta il fatto che, sempre più spesso, i minori vengono lasciati soli in casa (anche se non si potrebbe) e vi sono bambini e ragazzi che passano ore in perfetta solitudine, anche se sono in contatto con il mondo, anche se hanno tanti amici su Facebook, anche se hanno due genitori, che però non hanno tempo per loro.

Una volta l’assenza dei genitori sarebbe stata compensata dalla presenza di altre figure familiari, adulte e bambine, con le quali rapportarsi. Nelle famiglie di oggi questo non avviene, anche perché molto spesso non vi sono neanche dei fratelli con cui potersi fare compagnia. Questa crescita in gran parte solitaria, a parte i momenti di socializzazione in ambito scolastico, non favorisce l’acquisizione di capacità relazionali o empatiche, ma anzi spinge verso l’egocentrismo, l’opportunismo, il cinismo. Se una volta i bambini e i ragazzi avevano pochi altri bisogni, questa generazione, come tutte le ultime generazioni che l’hanno preceduta, ma direi sempre più in crescendo, sente di avere molti diritti e pochi doveri. I figli chiedono, dispongono, pretendono ed i genitori non si oppongono, non discutono: tirano fuori la carta di credito, e con questo sperano di poter sanare i loro sensi di colpa, per non essere i genitori che avrebbero voluto o potuto essere. I regali che i figli ricevono in famiglia non sono più dunque dei premi per il raggiungimento di qualche obiettivo: sono degli status symbol, che i genitori acquistano per non far sentire i figli meno degli altri, oppure per non farli sentire troppo soli e poco amati.

Questa generazione, come le ultime che l’hanno preceduta, ma anche qui il fenomeno è in costante crescita, non ha più alcun rispetto per gli adulti. I bambini sono abituati sin da piccoli ad interagire con le figure adulte, come le insegnanti, gli educatori, i genitori degli altri bambini, ecc. sempre più su un piano di parità. Umberto Eco osservava di recente che i giovani non sanno più dare del lei; è vero, ma non è solo questo… Essi non vedono più nell’adulto un saggio da rispettare per la sue età e per la sua esperienza, ma solo un povero rimbambito che non sa quello che dice e che fa, anche se si tratta di una persona che non ha ancora cinquant’anni, come nel caso dei genitori della ragazza di Ancona.

Questi ragazzi, cresciuti troppo presto, troppo soli, con troppi soldi in tasca e troppi regali, sanno benissimo che la scuola non li porterà verso nessuna professione dignitosa, non credono più nei valori della famiglia, (anche perché spesso sono figli di genitori divorziati), non credono nella religione, che non hanno mai praticato, non credono nella politica, perché quello è un mondo di ladri e corrotti, non credono nell’istruzione, dal momento che pensano non serva a nulla, non credono nella giustizia, perché hanno imparato che in questo mondo ciascuno deve pensare per sé (quanti ragazzi girano oggi con un coltellino in tasca?). L’unica cosa in cui credono sono i soldi, il piacere, l’amore, il sesso, la soddisfazione dei propri desideri. Con lessico psicoanalitico potremmo dire che sono condizionati dal principio del piacere, dal momento che hanno una troppo scarsa esperienza della realtà, non essendo mai stati realmente esposti agli incontri frustranti con il mondo. Essi corrono dunque il rischio di smarrirsi, per emotività ed impulsività, in comportamenti che alleviano forse le loro tensioni, ma che non risolvono i loro problemi.

È per tutto questo, credo, che può succedere che una ragazza di soli sedici anni possa chiedere e pretendere di andare a convivere con un fidanzato poco più che coetaneo, che conosce da soli 4 mesi; è per questo che un ragazzo che viene respinto dai genitori di lei, a torto o a ragione, si sente in diritto di andare a “chiarire” con queste persone con una minacciosa pistola in tasca. È forse una conseguenza di tutto questo se poi due ragazzi decidono di rimuovere gli ostacoli che incontrano sul proprio cammino, anche se sono persone, se sono i propri genitori, senza valutare con attenzione le circostanze e le conseguenze di quello che si fa. Vivendo solo nel presente, senza nessun progetto per il futuro, la soluzione può sembrare in un clic. Solo che una pistola è diversa da un joystick e la vita reale non è paragonabile alle tante vite dei videogames. Purtroppo la vita reale è solo una, e si può perdere così, senza un vero motivo, per una serie di concause.

Dr. Giuliana Proietti

Pubblicato anche su Huffington Post

 

Adolescenza

Editore: Xenia, Collana: I tascabili
Anno edizione: 2004 Pagine: 128 p., Brossura
Autori: Giuliana Proietti – Walter La Gatta

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

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