1911 Terzo Congresso di Psicoanalisi

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Terzo Congresso di PsicoanalisiA sinistra: foto-ricordo del Congresso

L’avvenimento più significativo del 1911 fu il Terzo Congresso di Psicoanalisi, che ebbe luogo il 21 e 22 settembre nel miglior albergo di Weimar, l’Erbprinz. Questo Congresso vide per la prima volta la presenza del gruppo di americani che per primi si erano interessati alla psicoanalisi: erano una cinquantina, fra cui Putnam, e A. Brill.

 

Il Congresso fu aperto dal Prof. Putnam su “L’importanza della filosofia per l’ulteriore sviluppo della psicoanalisi”: fu un’appassionata apologia dell’introduzione della filosofia, in particolare quella Hegeliana, nella psicoanalisi. La sua posizione tuttavia non trovò molti consensi fra gli psicoanalisti, che volevano guardare, con il loro movimento, più alla scienza che alla filosofia.

Abraham presentò uno studio sulla psicosi maniaco-depressiva, Ferenczi un lavoro sulla conoscenza dell’omosessualità, Bleuler uno sull’ “Autismo”.

Il secondo giorno dei lavori venne aperto da Freud con una relazione che definì, un post-scriptum al caso clinico di Schreber: questa relazione fu ricordata per l’eleganza con la quale Freud trattava l’uso del mito. Il Maestro parlò del totemismo, e della parabola del sole e dell’aquila. L’aquila, disse Freud, costringe sempre i piccoli a guardare il sole senza sbattere le palpebre, e rifiuta quelli che non ci riescono. Allo stesso modo, disse, ciascun figlio deve scontrarsi con il padre e deve rischiare la vita per dimostrare di esserne il legittimo erede.

Nella sua trattazione Freud enunciò per la prima volta anche il principio per cui l’inconscio non contiene solo materiale infantile, ma anche residui dell’uomo primitivo. Freud si avvicinava dunque agli interessi di Jung e sembrava concedere all’amico e successore designato svizzero che nell’inconscio poteva esserci dell’altro, oltre ai ricordi delle esperienze infantili.

Subito dopo fu la volta di Jung, che presentò una relazione sul “Simbolismo “ nelle psicosi e nella mitologia.

Jung, che in quella occasione fu eletto presidente per altri due anni, precisò che i membri della Società Internazionale di Psicoanalisi erano al momento centosei.

Freud pochi giorni dopo il ritorno a Vienna scrisse a Jung: “Ripenso ai momenti trascorsi a Zurigo e a Weimer, e nel ricordo mi sembrano ancora più belli. Il mal di denti e la tensione precipitano nell’oblio, mentre lo scambio di idee, le speranze e le soddisfazioni che erano la sostanza di quei giorni si stagliano in tutta la loro purezza”.

Da quanto racconta Ernst Jones, Jung cominciava dopo questo Congresso a pregustare il momento in cui sarebbe diventato più importante di Freud: questo, diceva, era “il suo destino”.

Ma sentiamo cosa ne pensava veramente Jung, leggendo cosa scrisse di quel periodo nella sua autobiografia:

Ai miei occhi Freud allora (1911) aveva già perso, in un certo senso, la sua autorità: ma rappresentava per me ancora una personalità superiore, sulla quale proiettavo l’immagine del padre”. E ancora: “Nei casi in cui vi è una tale proiezione, non si è obiettivi, e il giudizio è diviso. Da una parte si dipende, dall’altra si hanno resistenze”.

Jung racconta che un sogno gli aveva preannunciato l’imminente rottura con Freud e gli aveva mostrato l’urgente necessità di chiarire la relazione con lui.

I problemi gravi del movimento stavano per cominciare: a breve vi sarebbero state le dimissioni di Adler (che fondò un gruppo autonomo sotto il none ‘Psicoanalisi libera’), mentre altri problemi li avrebbero creati Stekel, Sadger e Tausk.

Fonti:

Donn, Freud e Jung, Leonardo
Jung Ricordi, sogni, riflessioni, Rizzoli
Freud-Jung, Lettere

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