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tsunamiLa rivista Time ha intervistato Scott Lilienfeld, professore di psicologia presso la Emory University, che è un esperto di sindrome post traumatica da stress ed ha anche condotto degli studi per comprendere quali sono i rischi ed i benefici dell’assistenza psicologica dopo un disastro, come è capitato a Ground Zero o a New Orleans.

Il professore anzitutto si dice non abbastanza persuaso del fatto che il parlare dell’esperienza vissuta sia una buona idea: ricordare gli eventi infatti porta molti soggetti a rivivere incubi e flashback.

Va detto, inoltre, che molti sono pronti e contenti di parlare, mentre altri preferiscono essere lasciati soli e non desiderano comunicare con i soccorritori. In questo ultimo caso, in genere si è sempre ritenuto che fosse un bene forzare la persona a parlare, per farle tirare fuori tutte le emozioni negative, mentre Lilienfeld sostiene che questo comportamento è sbagliato e che la persona andrebbe lasciata sola, se vuole restare sola.

Inoltre, spesso c’è un altro problema con i volontari; queste persone vengono da fuori, non conoscono le persone coinvolte nel disastro, non conoscono le loro abitudini e dunque devono cercare di essere particolarmente cauti, per evitare di essere invadenti.

In Giappone, come si sa, vi è una cultura tutt’altro che individualista e dunque le persone sanno offrirsi già da sole un forte sostegno sociale. I volontari che volessero aiutare i giapponesi vittime dei disastri che si sono abbattuti su quel Paese dunque, secondo il professore, non dovrebbero preoccuparsi troppo di PTSD, ma piuttosto privilegiare le cose pratiche, come ad esempio rimettere le persone in contatto tra di loro, dare loro la possibilità di parlare con le persone che conoscevano prima dei tragici eventi.

Molti studi  del resto dimostrano che, in seguito ad un forte stress o ad un trauma, il sostegno sociale è un forte predittore di esiti positivi.

Per quanto riguarda invece la manifestazione di PTSD, questa sembrerebbe sovrastimata: dopo un disastro terribile infatti, secondo il professore intervistato, solo il 30% delle persone mostrano di essere colpite da questa sindrome.

Per questa ragione, gli psicologi volontari dovrebbero evitare di provocare, involontariamente, le condizioni per cui la profezia si autorealizza: a forza di sentir parlare di PTSD, le persone cominciano a sentirsi deboli e non riescono più a contare sulle proprie forze.

Ciò che conta dunque è essere presenti, pronti ad ascoltare se qualcuno desidera raccontare la sua storia, ma soprattutto ciò che realmente conta è impegnarsi per ricotruire al più presto la comunità, mettendo in contatto le persone che non riescono a trovarsi.

Infine, alcuni tipi di distrazioni probabilmente potrebbero essere utili, ma ancora più utile è, per i traumatizzati, ricominciare al più presto a vivere, insieme ai propri cari.

Le linee-guida di questa strategia di pronto soccorso psicologico sono qui (pdf)

Dr. Giuliana Proietti, psicoterapeuta, Ancona

Fonte:

Tending to Japan’s Psychological Scars: What Hurts, What Helps, Time

Immagine: The Great Wave off Kanagawa, Wikimedia

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● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

Scrive in un Blog sull’Huffington Post


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