Marilyn Monroe e la psicoanalisi

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Marilyn Monroe aveva una personalità molto fragile: del resto la sua infanzia ed adolescenza non erano state facili ed il successo non era riuscito a cancellare completamente i segni e le ferite di una vita tanto sfortunata. Basti pensare alla deprivazione affettiva subita nell’infanzia: un padre assente, una madre malata, piena di problemi personali, povera. Poi le esperienze degli affidi, dell’orfanotrofio. Per guadagnarsi da vivere Marilyn aveva dovuto ‘vendere’ il suo corpo per fare foto sexy, mentre le sarebbe piaciuto studiare recitazione, diventare una brava attrice.

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Da ragazza semplice della porta accanto si era dovuta trasformare in una vamp platinata e irresistibile: il suo corpo era desiderato e venerato a livello planetario e la sua personalità pubblica, inventata a tavolino, era diventata un prodotto commerciale, da vendere e su cui lucrare.

La vita affettiva non era andata meglio: il primo ragazzo si era rivelato inadeguato per essere il marito di una stellina in ascesa, così come il rapporto con Joe di Maggio, che non le consentiva di crescere come persona. Arthur Miller fu invece amato dalla Monroe soprattutto per la sua cultura, ma umanamente il loro rapporto non funzionò.

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La sua realizzazione nel lavoro fu veramente scarsa: Marilyn oltre tutto non si sentiva nemmeno una vera attrice. Infatti, veniva scelta sempre per la stessa parte: quella della bellona dolce e provocante, dal cervello di gallina. Esattamente il contrario di quello che Norma Jeane avrebbe voluto essere.

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Il periodo più nero iniziò nel periodo in cui Marylin stava girando quello che sarebbe stato il suo ultimo film completato: The Misfits (Gli Spostati). Arthur Miller aveva scritto questo film, che parlava di una donna bella e fragile la quale si innamorava di un uomo molto più anziano. La sceneggiatura era chiaramente basata sul suo travagliato matrimonio con Monroe.

Girato nei deserti del Nevada, la temperatura sul set era in genere insopportabilmente calda, il regista John Huston si dice che trascorse gran parte di questo periodo furiosamente ubriaco. L’attore Clark Gable era morto per un attacco di cuore meno di una settimana dopo la fine della produzione. A questo si aggiunga che la Monroe aveva assistito personalmente all’innamoramento del marito, che era sul set, per la fotografa Inge Morath. Dopo tutto questo, che si aggiungeva alla sua vita non facile, la Monroe aveva preso a stordirsi con i farmaci.

Pochi mesi dopo, la star del cinema, emotivamente esausta, fu ricoverata presso la Payne Whitney Psychiatric Clinic di New York. I quattro giorni trascorsi nel reparto di psichiatria si rivelarono tra i più dolorosi della sua vita.

Fu il secondo marito, Joe DiMaggio, che la fece rilasciare presto, nonostante le obiezioni dello staff.

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Negli anni quaranta-sessanta del secolo scorso la psicoanalisi esercitava un’influenza profondissima nel mondo del cinema: registi, attori, sceneggiatori erano tutti sotto analisi. Non stupisce dunque che anche Marilyn avesse pensato di rivolgersi alla psicoanalisi, per cercare di lenire i suoi sensi di insicurezza e trovare una stabilità e un equilibrio che non aveva mai raggiunto.

La Monroe passò metà della sua vita adulta sotto le cure degli psicoanalisti (cinque in totale: M.H. Hohenberg, Anna Freud, M. Kris, Ralph S. Greenson e M. Wexler). La Kris si era formata con Sigmund ed Anna Freud, la quale per un certo periodo analizzò lei stessa la Monroe (la descrisse così: “Emotivamente instabile, altamente impulsiva e bisognosa di una continua approvazione dal mondo esterno; non sopporta la solitudine e tende a deprimersi di fronte al rifiuto; paranoica con elementi schizofrenici”)

Quando Marilyn sposò Miller, questo era in analisi da Loewenstein, e quando ebbe una relazione con Frank Sinatra, questi era in analisi da Greenson. Tuttavia, la terapia della Monroe iniziò su raccomandazione del suo insegnante di arti dello spettacolo, Lee Strasberg, il quale le stava insegnando il metodo di recitazione. L’idea era che gli attori potessero scavare nel profondo delle loro anime per usare i drammi emotivi del passato nella loro performance teatrale.

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Il terapeuta cheebbe l’impatto maggiore su Marilyn fu Ralph Greenson. Marilyn sembrava affascinata dal suo terapeuta e lo chiamava il suo “Gesù”. Con lui la Monroe, negli ultimi anni della sua vita, ebbe una relazione profonda, ossessiva, romantica, ma non sessuale, violando tutte le regole del rapporto fra terapeuta e paziente. Greenson, tra l’altro, aveva scritto un libro di Teoria e pratica della psicoanalisi, una sorta di vademecum di regole professionali, tutte regolarmente trasgredite nella cura della paziente Marilyn.

Il Dr. Greenson era un ebreo russo, formatosi a Vienna presso la cerchia degli allievi di Freud ed era anche un letterato e conferenziere molto ricercato. A Marilyn permetteva di telefonargli nel cuore della notte, la teneva in seduta dalle 16 alle 20, consentiva che la paziente rimanesse a cena con la sua famiglia e che frequentasse i suoi figli (forse un modo per regalarle l’ambiente familiare che le era mancato).

Greenson decise ad un certo punto di allontanarsi dall’attrice, che lo asfissiava con le continue richieste di consulenza, e venne in Europa per una vacanza. Marilyn cadde allora nell’abisso: ricominciò a frequentare Frank Sinatra e suoi amici mafiosi, cantò Happy Birthday per il presidente Kennedy al Madison Square Garden, drogata e ubriaca, fino all’epilogo che tutti conosciamo.

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Greenson fu una delle ultime persone a vedere la Monroe il giorno della sua morte,  e fu il primo a comparire sulla scena quando Eunice Murray, governante e amica dell’attrice,  gli telefonò nelle prime ore del mattino, preoccupata per la sorte di Marilyn. Forse per bizzarra circostanza, quando un’auto in corsa fu fermata a Beverly Hills, poco dopo la mezzanotte di quello stesso giorno, si scoprì che nell’auto c’erano Bob Kennedy, suo cognato e Ralph Greenson.

Nacquero così molte teorie strane e inquietanti sulla morte di Marilyn, in cui Greenson gioca sempre un ruolo: l’ultima è che Greenson fosse un membro del Partito Comunista Americano, e che aveva usato Marilyn per ottenere informazioni dal presidente Kennedy, con il quale l’attrice aveva una relazione.

Nel testamento, Marilyn lasciò il 75% del suo patrimonio (circa due milioni di dollari) alla scuola di recitazione di Lee Strasberg, e il 25% alla sua psicoanalista Marianne Kris (quando la dottoressa Kris morì, nel 1980, lasciò la sua percentuale di eredità all’Anna Freud Centre), oltre ad un fondo per le cure alla madre malata.

Venne sepolta al Westwood Memorial Park di Los Angeles.

La paziente Marilyn sicuramente non rappresenta, per la psicoanalisi, un caso clinico di successo.

Dr. Giuliana Proietti

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