Agostino Ippona

Agostino d’Ippona e le sue confessioni

Persone e Personaggi

Agostino d’Ippona e le sue Confessioni

Ultimo aggiornamento: Set 11, 2020 @ 21:33

Una biografia corredata da brani tratti da “Le Confessioni” di Sant’Agostino (in neretto).

  • Nascita

Agostino nacque il 13 novembre del 354 d.C. nella città nordafricana di Tagaste, in Numidia (oggi Souk Abras, situata a circa 70 km a sud-est di Ippona, l’odierna Annaba). A quel tempo quella parte di Africa, nel territorio dell’attuale Algeria, era stata colonizzata da Roma e l’ambiente culturale era quello latino.

Organo di potente romanizzazione erano, in quel periodo, le scuole di grammatica e retorica,  frequentate dalle aristocrazie locali, in modo da formare una classe dirigente delle popolazioni indigene molto orgogliosa di appartenere all’Impero romano e alla sua vita culturale.

Agostino, pur se di razza africana, apparteneva a questi ceti colti del suo paese, per cui fu avviato agli studi di retorica con grandi sacrifici della famiglia, in modo da poter poi aspirare a quelle cariche pubbliche che Roma concedeva ai più meritevoli.

A17

  • Gli Studi

Dopo i successi scolastici ottenuti a Tagaste e Madaura, il padre decise di mandarlo a Cartagine, per prepararlo alla carriera forense, ma ci vollero molti mesi per raccogliere il denaro necessario.

Quell’anno però i miei studi erano stati interrotti. Richiamato da Madaura, una città vicina, ove in precedenza mi ero trasferito per studiare letteratura ed eloquenza, ora si andavano raccogliendo i fondi necessari al mio trasferimento in una sede più remota, Cartagine, secondo le ambizioni, piuttosto che le possibilità di mio padre, cittadino alquanto modesto del municipio di Tagaste.

Per questa ragione Agostino trascorse il suo sedicesimo anno in completo ozio, nella sua città natale, cosa che gli scatenò una grande crisi, intellettuale e spirituale.

Agostino, nelle Confessioni, dichiara di non essere stato molto bravo come studente:

Tuttavia proprio nella fanciullezza, che suscitava al mio riguardo apprensioni minori dell’adolescenza, non amavo lo studio e odiavo di esservi costretto. Vi ero però costretto, e per il mio bene, ma io non compivo del bene, perché non avrei studiato senza costrizione, e chi agisce suo malgrado non compie del bene, per quanto sia bene quello che compie. 

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  • La crisi adolescenziale

All’età di diciassette anni giunse a Cartagine, verso la fine del 370. Qui conobbe le molte seduzioni della grande città, che era ancora per metà pagana. Frequentò  i teatri, donne, divertimenti vari e provò l’ebbrezza del successo letterario.

Che altro mi dilettava allora, se non amare e sentirmi amato? Ma non mi tenevo nei limiti della devozione di anima ad anima, fino al confine luminoso dell’amicizia. Esalavo invece dalla paludosa concupiscenza della carne e dalle polle della pubertà un vapore, che obnubilava e offuscava il mio cuore. Non si distingueva più l’azzurro dell’affetto dalla foschia della libidine. L’uno e l’altra ribollivano confusamente nel mio intimo e la fragile età era trascinata fra i dirupi delle passioni, sprofondata nel gorgo dei vizi.

In questa città Agostino iniziò a studiare la maggior parte dei testi principali della cultura ellenistico-latina, trascurando però lo studio del greco, che non lo interessava.

Quale fosse poi la ragione per cui odiavo il greco che mi veniva insegnato da fanciullo, non lo so esattamente nemmeno ora.

  • La relazione clandestina

A Cartagine Agostino iniziò una relazione con una donna (di cui non si conosce il nome), che gli dette anche un figlio, Adeodato (“dono di Dio”), nato nel 372 e con la quale ebbe una relazione durata 15 anni.

Radio

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  • Il Manicheismo

Nel 373 la sua ansia per la ricerca dell’assoluto, dopo aver letto l’Hortensius di Cicerone (opera andata perduta), lo fece approdare al Manicheismo, di cui divenne uno dei massimi esponenti e divulgatori, insieme al suo amico Onorato.

Fu in tale compagnia che trascorsi quell’età ancora malferma, studiando i testi di eloquenza. Qui bramavo distinguermi, per uno scopo deplorevole e frivolo quale quello di soddisfare la vanità umana; e fu appunto il corso normale degli studi che mi condusse al libro di un tal Cicerone, ammirato dai più per la lingua, non altrettanto per il cuore. Quel suo libro contiene un incitamento alla filosofia e s’intitola Ortensio. Quel libro, devo ammetterlo, mutò il mio modo di sentire (…)

Il manicheismo lo interessava in quanto gli sembrava una filosofia libera dai vincoli della fede, capace di fornirgli spiegazioni credibili dei fenomeni più misteriosi della natura.

Essendo in particolare interessato dall’origine del male, Agostino si convinse della tesi manichea di un perenne conflitto tra due principi, il bene e il male. Questo dualismo inizialmente sembrava offrirgli una spiegazione convincente della presenza del male nell’esistenza umana, ma poi finì per ripudiare questa visione, in quanto contraddittoria: se il Male può, nella sua lotta contro il Bene, recargli danno, il Bene è corruttibile. Se Dio è il Bene ed è incorruttibile, è impensabile l’esistenza di un suo antagonista.

In più non accettava le superstizioni e le false credenze di questa teoria:

Poco alla volta, ma percettibilmente, mi ero lasciato indurre a credere scempiaggini come queste: che il fico, quando viene colto, si mette a piangere lacrime di latte, e così pure sua madre la pianta; se però mangia il fico, da altri naturalmente, e non da lui, delittuosamente colto, un santone, da quel fico egli impasta nelle viscere e fra i gemiti dell’orazione erutta degli angeli, che dico, delle particelle addirittura di Dio, particelle del sommo e vero Dio, che sarebbero rimaste prigioniere nel frutto, se il dente e il ventre dell’eletto santone non le avessero liberate. Ed io, misero, ho creduto doveroso usare maggior misericordia verso i frutti della terra, che verso gli uomini, a cui sono destinati. Se un affamato non manicheo avesse chiesto di che sfamarsi, un boccone a lui offerto sembrava sufficiente per essere condannati al supplizio capitale.

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Editore: Xenia, Collana: I tascabili
Anno edizione: 2004 Pagine: 128 p., Brossura
Autori: Giuliana Proietti - Walter La Gatta

  • Inizio dell’attività lavorativa

Al termine dei suoi studi Agostino sarebbe dovuto entrare nel forum litigiosum, ma preferì la carriera letteraria. Secondo Possidio (nato nel 437 circa, vescovo di Calama in Numidia) Agostino tornò a Tagaste per “insegnare grammatica”. Il giovane professore incantò i suoi alunni,  fra cui Alipio, appena più giovane del suo maestro, che gli divenne amico e lo seguì, dapprima tra i Manichei e poi fra i Cristiani.

Per migliorare la sua posizione lavorativa e per sfuggire al dolore causatogli dalla morte di un amico andò poi a insegnare retorica a Cartagine e, in questa città, i suoi talenti gli permisero di vincere anche la corona agonistica in un torneo di poesia.

Trascorremmo questo periodo di nove anni, dal diciannovesimo al ventottesimo, cadendo e traendo in agguati, fra inganni subìti e attuati, in preda a diverse passioni, pubblicamente praticando l’insegnamento delle discipline cosiddette liberali, occultamente una religione spuria, superbi nel primo, superstiziosi nella seconda, in entrambi vani; attraverso il primo inseguendo una fama popolare vuota fino agli applausi teatrali, ai certami poetici, a gare per una corona di fieno, a spettacoli frivoli e passioni sregolate; attraverso la seconda cercando la purificazione da queste macchie mediante le vivande che portavamo agli eletti e ai santoni, come li chiamavano, affinché nell’officina del loro ventricolo ne fabbricassero per noi gli angeli e gli dèi nostri liberatori. Io seguivo queste pratiche, le compivo insieme ai miei amici, ingannandoli e ingannandomi con loro.

  • Incontro con Fausto

Nel 383 giunse a Cartagine Fausto di Milevi, il celebre vescovo manicheo:

Poco prima era giunto a Cartagine un vescovo manicheo di nome Fausto, gran lacciuolo del diavolo in cui si lasciava impigliare molta gente ammaliata dalla dolce favella, che anch’io elogiavo, però distinguendola dalla verità delle cose che ero avido di conoscere. Badavo cioè non tanto al recipiente delle parole, quanto alla vivanda del sapere che, nome altisonante fra quei tali, il grande Fausto mi metteva innanzi. Lo aveva preceduto la fama di uomo versatissimo in tutte le nobili discipline, ma particolarmente erudito nelle lettere.

Agostino gli fece visita e gli pose moltissime domande, che rispondevano ai suoi dubbi. Le risposte di Fausto però si dimostrarono essere solo volgare retorica, assolutamente estranea a qualsiasi cultura scientifica.

Così quando arrivò feci la conoscenza di una persona amabile, un parlatore piacevole, capace di esporre le medesime cose dette da altri, in forma molto più attraente. Ma che importavano alla mia sete i più preziosi calici di un elegantissimo coppiere? Di simili discorsi le mie orecchie erano già sature; non mi apparivano migliori per essere detti meglio, o veri per essere eloquenti, né mi appariva saggia la sua mente per essere il suo aspetto gradevole ed elegante l’eloquio. Quanto a coloro che me ne promettevano meraviglie, non erano buoni giudici: egli sembrava a loro accorto e saggio perché li dilettava la sua parola. Ho conosciuto d’altra parte una diversa specie di persone, che prendevano addirittura in sospetto la verità e si rifiutavano di tenersene paghi se gliela si porgeva con linguaggio ornato e ridondante.

Questo incontro con Fausto, molto deludente, allontanò definitivamente Agostino dal Manicheismo.

Dopoché mi apparve abbastanza chiaramente l’incompetenza di quell’uomo nelle discipline in cui l’avevo immaginato eccellente, cominciai a perdere la speranza di avere da lui spiegate e risolte le questioni che mi turbavano. Naturalmente avrebbe potuto ignorare le mie questioni, e possedere la verità religiosa; ma a patto di non essere un manicheo. I libri manichei rigurgitano d’interminabili favole sul cielo, le stelle, il sole, la luna, e io desideravo appunto questo: che dimostrasse intelligentemente, dopo averle raffrontate con le spiegazioni matematiche da me lette altrove, come la spiegazione offerta dai testi di Mani fosse preferibile o di certo almeno pari; ma non speravo più tanto. Gli sottoposi tuttavia le questioni, affinché le considerasse e discutesse. Egli con innegabile modestia e cautela si rifiutò di addossarsi il pesante fardello; non ignaro della propria ignoranza in materia, non si vergognò di riconoscerla. Era dunque ben diverso dai molti chiacchieroni che avevo dovuto sopportare e che avevano cercato di erudirmi senza dire nulla.

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  • Roma

Lo stesso anno, quando aveva ormai 29 anni, decise di venire a lavorare in Italia perché disgustato dall’indisciplina dei suoi studenti.

A raggiungere Roma non fui spinto dalle promesse di più alti guadagni e di un più alto rango, fattemi dagli amici che mi sollecitavano a quel passo, sebbene anche questi miraggi allora attirassero il mio spirito. La ragione prima e quasi l’unica fu un’altra. Sentivo dire che laggiù i giovani studenti erano più quieti e placati dalla coercizione di una disciplina meglio regolata; perciò non si precipitano alla rinfusa e sfrontatamente nelle scuole di un maestro diverso dal proprio, ma non vi sono affatto ammessi senza il suo consenso. Invece a Cartagine l’eccessiva libertà degli scolari è indecorosa e sregolata. Irrompono sfacciatamente nelle scuole, e col volto, quasi, di una furia vi sconvolgono l’ordine instaurato da ogni maestro fra i discepoli per il loro profitto; commettono un buon numero di ribalderie incredibilmente sciocche, che la legge dovrebbe punire, se non avessero il patrocinio della tradizione.

La madre, Monica, però non voleva separarsi dal figlio. Agostino tuttavia decise, con un sotterfugio, di imbarcarsi per Roma, nella speranza di trovare una migliore situazione lavorativa.

Ma le ragioni per cui lasciavo un luogo e ne raggiungevo un altro tu le conoscevi, o Dio, anche se non le indicavi né a me né a mia madre, che pianse atrocemente per la mia partenza. Mi seguì fino al mare; quando mi strinse violentemente, nella speranza di dissuadermi dal viaggio o di proseguire con me, la ingannai, fingendo di non voler lasciare solo un amico, che attendeva il sorgere del vento per salpare. Mentii a mia madre, a quella madre, eppure scampai, perché la tua misericordia mi perdonò questa colpa, mi salvò dalle acque del mare malgrado le orrende brutture di cui traboccavo, per condurmi all’acqua della tua grazia, le cui abluzioni avrebbero asciugato i fiumi delle lacrime di cui gli occhi di mia madre volti a te rigavano per me quotidianamente la terra sotto il suo volto. Però si rifiutò di tornare indietro senza di me, e faticai a persuaderla di passare la notte nell’interno di una chiesuola dedicata al beato Cipriano, che sorgeva vicinissima alla nostra nave. Quella notte stessa io partivo clandestinamente, mentre essa rimaneva a pregare e a piangere. E cosa ti chiedeva, Dio mio, con tante lacrime, se non d’impedire la mia navigazione? Tu però nella profondità dei tuoi disegni esaudisti il punto vitale del suo desiderio, senza curarti dell’oggetto momentaneo della sua richiesta, ma badando a fare di me ciò che sempre ti chiedeva di fare. Spirò il vento e riempì le nostre vele. La riva scomparve al nostro sguardo la stessa mattina in cui ella folle di dolore riempiva le tue orecchie di lamenti e gemiti, dei quali non facesti conto: perché, servendoti delle mie passioni, attiravi me a stroncare proprio le passioni e flagellavi lei con la sofferenza meritata per la sua bramosia troppo carnale. Amava la mia presenza al suo fianco come tutte le madri, ma molto più di molte madri, e non immaginava quante gioie invece le avresti procurato con la mia assenza. Non lo immaginava, perciò piangeva e gemeva, e i suoi tormenti rivelavano l’eredità di Eva in lei, che cercava con lamenti quanto con lamenti aveva partorito. Tuttavia, dopo aver imprecato contro i miei tradimenti e la mia crudeltà, riprese a implorarti per me, tornando alla sua solita vita, mentre io veleggiavo alla volta di Roma.

A Roma tuttavia si ammalò gravemente per alcuni mesi.

Qui ecco mi accolse il flagello delle sofferenze fisiche, che ben presto m’incamminavano verso l’inferno.

In questo periodo, pur essendosi allontanato dal Manicheismo, continuava ancora a frequentare questi ambienti, dal momento che Fausto non gli aveva spento tutte le speranze di poter trovare una verità nel Manicheismo:

Però anche a Roma mi tenevo in contatto con quei falsi e fallaci santoni: non solo cioè con gli uditori, fra i quali si annoverava pure chi mi ospitò malato e convalescente, bensì con gli eletti, come son chiamati. Ero tuttora del parere che non siamo noi a peccare, ma un’altra, chissà poi quale natura pecca in noi. Lusingava la mia superbia l’essere estraneo alla colpa, il non dovermi confessare autore dei miei peccati (…)

Guarito, aprì una scuola di retorica ma anche in questa città gli studenti si mostrarono altrettanto indisciplinati di quelli africani, per cui decise di trasferirsi a Milano, dove cercavano un insegnante di retorica alla corte di Valentiniano II.

Iniziata volenterosamente l’attività per cui ero venuto a Roma, ossia l’insegnamento della retorica, dapprima adunai in casa mia un certo numero di allievi, ai quali e grazie ai quali cominciai a essere noto; quand’ecco vengo a conoscere altre abitudini di Roma, che non mi affliggevano in Africa. Certo ebbi la conferma che là non si verificavano i famigerati disordini degli scolari depravati. Tuttavia fui anche avvertito che improvvisamente, per non versare il compenso al proprio maestro, i giovani si coalizzano e si trasferiscono in massa presso altri, tradendo così la buona fede e calpestando la giustizia per amore del denaro. In cuor mio cominciai a odiare anche costoro, ma non di un odio perfetto: probabilmente li odiavo più per il danno che avrei subìto io, che per il modo illegale con cui agivano verso gli altri.

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  • Milano

A Milano Agostino ottenne la cattedra municipale di retorica, grazie all’aiuto di alcuni amici manichei.

Perciò, quando il prefetto di Roma ricevette da Milano la richiesta per quella città di un maestro di retorica, con l’offerta anche del viaggio con mezzi di trasporto pubblici, proprio io brigai e proprio per il tramite di quegli ubriachi da favole manichee, da cui la partenza mi avrebbe liberato a nostra insaputa, perché, dopo avermi saggiato in una prova di dizione, il prefetto del tempo, Simmaco, m’inviasse a Milano.

Durante il soggiorno milanese (384-387) tuttavia si convertì definitivamente al Cristianesimo (386), grazie alla predicazione di Ambrogio, vescovo della città e governatore di tutta l’Italia settentrionale: una persona molto influente, contraria alla dipendenza della Chiesa dall’Imperatore ed, in campo morale, fautore della verginità e della castità.

Qui incontrai il vescovo Ambrogio, noto a tutto il mondo come uno dei migliori, e tuo devoto servitore. In quel tempo la sua eloquenza dispensava strenuamente al popolo la sostanza del tuo frumento , la letizia del tuo olio e la sobria ebbrezza del tuo vino . A lui ero guidato inconsapevole da te, per essere da lui guidato consapevole a te. Quell’uomo di Dio mi accolse come un padre e gradì il mio pellegrinaggio proprio come un vescovo. Io pure presi subito ad amarlo, dapprima però non certo come maestro di verità, poiché non avevo nessuna speranza di trovarla dentro la tua Chiesa, bensì come persona che mi mostrava benevolenza. Frequentavo assiduamente le sue istruzioni pubbliche, non però mosso dalla giusta intenzione: volevo piuttosto sincerarmi se la sua eloquenza meritava la fama di cui godeva, ovvero ne era superiore o inferiore. Stavo attento, sospeso alle sue parole, ma non m’interessavo al contenuto, anzi lo disdegnavo. La soavità della sua parola m’incantava. Era più dotta, ma meno gioviale e carezzevole di quella di Fausto quanto alla forma; quanto alla sostanza però, nessun paragone era possibile: l’uno si sviava nei tranelli manichei, l’altro mostrava la salvezza nel modo più salutare. Ma la salvezza è lontana dai peccatori quale io ero allora là presente. Eppure mi avvicinavo ad essa sensibilmente e a mia insaputa.

  • Battesimo

A Milano Agostino fu raggiunto dalla madre, Monica.

Mi trovò in grave pericolo. Non speravo più di scoprire la verità. Tuttavia, quando la informai che, pur senza essere cattolico cristiano, non ero più manicheo, non sobbalzò di gioia come alla notizia di un avvenimento imprevisto.

Agostino si avvicinò moltissimo agli insegnamenti del Vescovo Ambrogio, ma non riusciva ad accettare l’obbligo di castità, dal momento che aveva ancora la sua relazione con la madre di suo figlio. Ne discuteva con il suo amico Alipio, ma con scarsa convinzione sulle sue effettive possibilità di riuscita:

Avvinto alla mia carne ammorbata, ne trascinavo la catena conun godimento mortale, timoroso che si sciogliesse e respingendo, quasi rimescolasse la piaga, la mano liberatrice dei buoni consigli.

(…) Egli si stupiva che io, non poco stimato da lui, fossi invischiato nel piacere a tal punto, da asserire, quando se ne discuteva fra noi, che non avrei potuto assolutamente condurre una vita celibe; ed io, al vedere il suo stupore, mi difendevo sostenendo che passava una bella differenza tra le sue momentanee e furtive esperienze, rese innocue e facilmente disprezzabili dal ricordo ormai quasi svanito, e i diletti della mia consuetudine, cui mancava soltanto l’onorato titolo di matrimonio per togliergli ogni ragione di stupore, se non riuscivo a spregiare quella vita. 

Monica insisteva affinché Agostino avesse ripudiato la sua convivente, in favore di una fanciulla vergine da prendere in moglie. In effetti ci fu una richiesta di fidanzamento, ma la ragazza era troppo giovane per maritarsi.

Intanto mi si sollecitava instancabilmente a prendere moglie. Così ne avevo ormai avanzato la richiesta e ottenuta la promessa. Chi lavorava maggiormente in questo senso era mia madre, con l’idea che, una volta sposato, il lavacro salutare del battesimo mi avrebbe ripulito. Gioiva che io vi fossi ogni giorno meglio disposto, e nella mia fede riconosceva il compiersi dei suoi voti e delle tue promesse. (…) Ciò nonostante si insisteva, e la fanciulla fu richiesta. Le mancavano ancora due anni all’età da marito, però piaceva a tutti, e così si aspettava.

Agostino tuttavia non fu capace di aspettare la sua promessa per due anni e, una volta partita per l’Africa la sua concubina, strinse una relazione con un’altra donna:

Frattanto i miei peccati si moltiplicavano, e quando mi fu strappata dal fianco, quale ostacolo alle nozze, la donna con cui ero solito coricarmi, il mio cuore, a cui era attaccata, ne fu profondamente lacerato e sanguinò a lungo. Essa partì per l’Africa, facendoti voto di non conoscere nessun altro uomo e lasciando con me il figlio naturale avuto da lei. Ma io, sciagurato, incapace d’imitare una femmina e di pazientare quei due anni di attesa finché avrei avuto in casa la sposa già richiesta, meno vago delle nozze di quanto fossi servo della libidine, mi procurai un’altra donna, non certo moglie, quale alimento, quasi, che prolungasse, intatta o ancora più vigorosa, la malattia della mia anima, vegliata da una consuetudine che doveva durare fino al regno della sposa. Non guariva per questo la ferita prodotta in me dall’amputazione della compagna precedente; però, dopo il bruciore e lo strazio più aspro, imputridiva, e la sofferenza, perché più gelida, era anche più disperata.

Nel 387 Agostino fu battezzato dalle mani dello stesso Ambrogio, insieme all’amico Alipio e al figlio Adeodato, nella notte tra il 24 e il 25 aprile, vigilia di Pasqua.

Giunto il momento in cui dovevo dare il mio nome per il battesimo, lasciammo la campagna e facemmo ritorno a Milano. Alipio volle rinascere anch’egli in te con me. Era già rivestito dell’umiltà conveniente ai tuoi sacramenti e dominava così saldamente il proprio corpo, da calpestare il suolo italico ghiacciato a piedi nudi, il che richiede un coraggio non comune. Prendemmo con noi anche il giovane Adeodato, nato dalla mia carne e frutto del mio peccato. Tu bene l’avevi fatto. Era appena quindicenne, e superava per intelligenza molti importanti e dotti personaggi.

Come si legge nelle ‘Confessioni’, questa scelta comportò l’abbandono della sua donna e la decisione di lasciare l’incarico di professore di retorica. Agostino decise di dedicarsi interamente allo studio della filosofia ed infatti scrisse le sue maggiori opere filosofiche in questo periodo, fra il 386 ed il 391, prima di farsi sacerdote.

In questo periodo lesse Plotino e Porfirio ed in essi trovò argomentata la supremazia e l’autonomia del mondo incorporeo e spirituale. Neoplatonismo e cristianesimo cominciarono ad apparirgli conciliabili, anche se il neoplatonismo era sprovvisto dei concetti di incarnazione e redenzione operati da Cristo.

Il Cristianesimo finì per apparirgli maggiormente credibile riguardo al problema del male, perché lo considerava come privazione, o ‘assenza di essere’. Come spiegare altrimenti l’esistenza del male nel mondo? Se autore del male è lo stesso Dio, che invece è Bene assoluto, come si conciliano le due cose?

La spiegazione di Agostino è questa: Dio è bene e tutto ciò che lui ha creato è buono, ma l’essere che Dio ha conferito alle sue creature non è l’essere pieno, che egli solo possiede. La degradazione dell’essere creato dunque è all’origine del male. Le creature più elevate, pur mancando della pienezza dell’essere, hanno coscienza di questa mancanza ed aspirano a Dio come al loro bene supremo.

  • Filosofia e Religione

La filosofia, intesa come conoscenza dell’essere, poteva, secondo Agostino, illustrare razionalmente ciò che per la fede era certezza assoluta : il percorso svolto nell’interiorità dell’anima verso il riconoscimento della verità della fede corrisponde al cammino di salvezza del cristiano. In questo senso, scienza e fede non sono contrapposte, perché in fondo il filosofo, perché cerca la verità? Per lo stesso scopo del credente, ovvero trovare la felicità. ( “Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” Confessioni, 1,1).

Il vero filosofo dunque, per Agostino, deve avere la fede, che è simile alla luce che indica il cammino, ma perché abbia una fede salda è indispensabile che comprenda e cioè sia un filosofo. “Crede ut intelligas, intellige ut credas” (credi per capire, capisci per credere).

  • Enciclopedia delle Arti liberali

A Milano Agostino elaborò l’ambizioso progetto di scrivere un’enciclopedia delle arti liberali: cominciò dalla Grammatica (libro che non ci è pervenuto), per poi dedicarsi alla Musica, di cui scrisse cinque libri, dopo di che abbandonò il progetto, considerato troppo dispersivo rispetto all’argomento che maggiormente lo assorbiva: la ricerca di Dio.

  • Soliloquia

Nel Soliloquia, un opera del 387, Agostino immagina un dialogo ideale tra sé stesso e la ragione: “Io desidero conoscere Dio e l’anima. Niente altro dunque? Niente altro assolutamente” (I,2,7).

  • Decisione di tornare in Africa

Dopo il battesimo (387), Agostino, sua madre, suo figlio ed altri amici decisero di tornare in Africa per attuare laggiù il proposito di vivere insieme, al servizio di Dio. Prima della fine di agosto lasciarono Milano e giunsero ad Ostia, dove Monica, si ammalò improvvisamente e morì.

Ma intanto, entro cinque giorni o non molto più, si mise a letto febbricitante e nel corso della malattia un giorno cadde in deliquio e perdette la conoscenza per qualche tempo. Noi accorremmo, ma in breve riprese i sensi, ci guardò, mio fratello e me, che le stavamo accanto in piedi, e ci domandò, quasi cercando qualcosa: “Dov’ero?”; poi, vedendo il nostro afflitto stupore: “Seppellirete qui, soggiunse, vostra madre”. Io rimasi muto, frenando le lacrime; mio fratello invece pronunziò qualche parola, esprimendo l’augurio che la morte non la cogliesse in terra straniera, ma in patria, che sarebbe stata migliore fortuna. All’udirlo, col volto divenuto ansioso gli lanciò un’occhiata severa per quei suoi pensieri, poi, fissando lo sguardo su di me, esclamò: “Vedi cosa dice”, e subito dopo, rivolgendosi a entrambi: “Seppellite questo corpo dove che sia, senza darvene pena. Di una sola cosa vi prego: ricordatevi di me, dovunque siate, innanzi all’altare del Signore”. Espressa così come poteva a parole la sua volontà, tacque. Il male aggravandosi la faceva soffrire.


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  • Roma

Agostino decise di rimanere a Roma e lì si trattenne fino a dopo la morte dell’usurpatore Massimo (luglio o agosto del 388), interessandosi alla vita monastica e continuando a scrivere libri. Le sue riflessioni continuavano ad essere rivolte ai temi dell’anima: come e perché è nata l’anima? Come e perché è stata unita al corpo? La nostra volontà può portarci deliberatamente verso il male morale (peccato)?

Di questo periodo è l’opera ‘De Magistro’, nel quale Agostino spiega che il vero maestro non crede di avere la verità in tasca, ma è solo un mezzo attraverso il quale avviene la trasmissione delle informazioni. L’insegnante sarà capace solo se in grado di trasmettere, oltre alle nozioni, anche la passione per la ricerca. La verità infatti, è già dentro di noi e ci parla dentro: le parole esterne del maestro non sono che stimoli, perché parli in noi questo maestro interiore, che si identifica col Verbo divino, che illumina la nostra anima.

Conferenza, Domenica 24 Maggio 2020 alle ore 18.30
LA PAURA NELLA STORIA E NELLA PSICOLOGIA UMANA
Una Riflessione al Tempo del Coronavirus

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  • Ritorno in Africa

Nel 388 Agostino tornò in Africa e si stabilì a Tagaste, vivendo per due anni con un piccolo gruppo di persone secondo il modello della comunità monastica.

Nel 391 si recò ad Ippona, in Algeria, per “cercare un luogo dove fondare un monastero e vivere con i suoi fratelli ” ed infatti, come ci racconta il suo amico Possidio: “prese a vivere secondo la maniera e la regola stabilita ai tempi dei Santi Apostoli ” (Possidio, Vita 5, 1), intensificando l’ascetismo, approfondendo gli studi di teologia e cominciando l’apostolato della predicazione.

  • Arianesimo e altre eresie

Il Cristianesimo intanto si stava diffondendo sempre più, specie dopo che Costantino l’aveva proclamato “religione di stato” e dunque si sentiva forte il bisogno di un’autorità unica che risolvesse le varie questioni e si facesse garante di unità di dottrina, anche perché vi erano già molte eresie. La più diffusa ed importante eresia era quella ariana. Questa dottrina, predicata da Ario, prete orientale, sostenuta ed accolta per qualche tempo dagli imperatori bizantini e diffusa soprattutto nei popoli germanici, negava l’identità di sostanza tra il Padre (Dio) e il Figlio (Gesù).

Un’altra eresia era il pelagianesimo, ispirantesi al monaco scozzese Pelagio ed ai suoi amici Celestino e Giuliano, che credeva nell’assoluta e libera volontà e negava la necessità della Grazia Divina ai fini della salvezza.

Il donatismo (dal nome del Vescovo Donato, del principio del IV secolo) riteneva che, chiunque violasse precetti cristiani, doveva essere automaticamente escluso dalla Chiesa e che non avevano alcun valore i sacramenti somministrati da dignitari ecclesiastici caduti nel peccato; nel frattempo i Barbari premevano ai confini dell’Impero.

  • Vescovo di Ippona

Nel 395 Agostino divenne Vescovo di Ippona, dunque lasciò il monastero e si trasferì nel palazzo vescovile, dove continuò a fare vita ascetica. Il nuovo Vescovo si schierò subito contro le tante eresie del tempo attraverso scritti molto polemici e apologetici della Chiesa latina.

  • Influenza sulla dottrina cattolica

Ad Agostino si deve anche la concezione del ‘peccato originale’: l’uomo originario, unità di anima e di corpo, rappresenta la sommità della gerarchia degli esseri creati e costituenti la vita sulla terra: egli possedeva la ‘facoltà di non peccare’.

Il libero arbitrio di Adamo era aiutato dalla grazia divina, ma Adamo, ribellandosi volontariamente a Dio, determinò la morte della sua anima e questo suo primo peccato contro Dio avrebbe infettato, attraverso il suo seme, tutti gli altri individui che da lui avrebbero tratto origine.

Per questo il peccato originale sarebbe presente in ogni essere umano, che “non posse non peccare”. Qualsiasi amore, anche il più nobile ed elevato, appare ad Agostino come frutto di egoismo, o di amore per beni passeggeri. La possibilità di risorgere da questo stato è data dalla grazia divina, concessa a tutti per salvarsi, anche se ciascuno, come successo ad Adamo, conserva la possibilità di perdersi.

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  • Le Confessioni

Tra il 307 ed il 401 il filosofo e teologo si dedicò alla scrittura della sua autobiografia, che chiamò: ‘Le Confessioni’. Per lui guardarsi dentro, confessarsi, è il primo gradino per arrivare alla verità. “Non uscire da te, torna in te stesso, nell’interno dell’uomo abita la verità. E se troverai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso” (cfr. De vera religione,39)

In queste riflessioni, Agostino esplora la dimensione della memoria dell’uomo che, secondo la concezione platonica del conoscere come ricordare, conserva, oltre ai ricordi personali, le verità prime della scienza, i sentimenti e le passioni, privati della loro originaria forza emotiva: è il luogo della coscienza, della presenza di Dio nell’anima.

Un altro problema che si pone è quello del tempo: cosa faceva Dio prima della creazione? ‘Stava preparando l’Inferno per le persone che vogliono indagare cose troppo profonde’ risponde dapprima Agostino nelle Confessioni, per poi affermare che Dio, prima della creazione, non faceva nulla, perché se così non fosse stato avrebbe di certo creato qualcosa, ovvero il mondo. Del resto se Dio è eterno ed è il creatore di tutto, è il creatore anche del tempo. Prima della creazione il tempo non c’era: non vi era dunque un prima e un dopo e non ha senso domandarsi che cosa facesse allora Dio.

Ma cos’è, dunque, il tempo? Non una realtà oggettiva, ma qualcosa che esiste solo nello spirito dell’uomo. Il tempo percepito dagli uomini è un eterno presente, dato che il passato e il futuro sono solo proiezioni dell’animo umano. L’uomo infatti vive il passato come ricordo e il futuro come anticipazione, mentre il presente che vive lo percepisce intuitivamente come un reale continuativo e contingente. Di conseguenza le tre dimensioni temporali dell’uomo sono il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro (memoria, intuito e anticipazione). Il tempo ha avuto inizio con Dio e terminerà con il giudizio universale: gli eventi scorrono in avanti sempre nella medesima direzione e senza possibilità di ritorno al passato.

Le ultime opere trattano i grandi temi teologici della Trinità, della creazione e della storia della salvezza. Nella Trinità, le tre persone sussistono nell’unica natura e si distinguono fra loro per le diverse relazioni che si esprimono nella vita intima di Dio: ad esempio Dio padre, nel pensare, genera interiormente la propria sapienza (o Verbo). Analogamente nell’uomo il pensiero (mens), la conoscenza (notizia) e l’amore (amor) sono i passaggi obbligati di una piena attività spirituale. Quanto alla creazione, Dio crea solamente la materia prima, la quale contiene in sé le essenze di tutte le cose allo stadio germinale, che si svilupperanno nel corso degli anni.

  • La città di Dio

L’opera che ha maggiormente impegnato Agostino nei suoi ultimi anni di vita è stata ‘De civitate Dei’. L’opera fu completata nel 426 raggiungendo il numero complessivo di 22 libri.Agostino la cominciò nel 413, dopo che nel 410 i Goti, guidati da Alarico, avevano saccheggiato Roma. I pagani romani imputavano le sventure dell’impero all’ira degli dei contro i cristiani. Agostino vi espose una concezione teologica del progresso della civiltà, intendendo la storia come l’attuarsi nel tempo di un disegno provvidenziale di origine divina. Alla città terrena, mossa da bassi appetiti e destinata alla dannazione, si contrappone la città di Dio, comunità dei giusti che saranno salvati.

  • Morte

Agostino morì il 28 Agosto del 430, mentre Ippona era, da tre mesi, assediata dai Vandali. Sepolto presumibilmente nella cattedrale, le sue ossa furono trasportate in Sardegna e da qui, verso il 725, a Pavia, nella Basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro, dove riposano. Fu canonizzato e riconosciuto Dottore della Chiesa nel 1303, da Papa Bonifacio VIII.

  • Dottore della Chiesa

Agostino è considerato il primo “Dottore della Chiesa”, dal momento che definì le basi dell’ortodossia cattolica.

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