Agostino d'Ippona

Per molti Agostino fu un genio del pensiero cristiano, tanto che lo conosciamo come Santo, uno dei più eminenti dottori della Chiesa. Ma non tutti amano Agostino…

Non lo amano ad esempio gli ebrei, che a lui debbono la prima accusa cristiana di deicidio (vedasi l'”Adversus Judaeos” e il “De Civitate”) e la conseguente giustificazione, da parte cristiana, di tutte le loro diaspore e sciagure; non lo amano gli arabi, in particolare gli algerini, suoi connazionali, che lo considerano un agente del colonialismo romano e un nemico del popolo amazigh (berbero); non lo amano i sessuologi e gli psicologi, visto che è stato lui a parlare del peccato originale, associando il sesso a profondi sensi di colpa; non lo amano gli ortodossi, che non hanno mai accettato l’impostazione teologica di Agostino, specialmente sul concetto di Trinità e che anche per questo si sono staccati dalla Chiesa di Roma; non lo amano i pacifisti, visto che il vescovo d’Ippona è considerato il primo teorizzatore cristiano della “guerra giusta” , colui che introdusse il volere divino come suprema giustificazione del conflitto armato determinando l’inizio della concezione etica della guerra cristiana contro gli infedeli.

In ogni caso Agostino rimane una figura centrale, sia per la cristianità, sia per la storia del pensiero occidentale, in quanto rappresenta il collegamento fra la tradizione neoplatonica e mondo cristiano. Il suo pensiero è costantemente pervaso da una forte ansia di ricerca interiore, che egli esprime in una sorta di ‘colloquio’ con sé stesso, in cui si fa le domande e si dà le risposte.

Nato a Tagaste, in Numidia (oggi Souk Abras), il 13 novembre 354. Siamo nell’Africa colonizzata da Roma, nel territorio dell’attuale Algeria, in ambiente culturale latino. Organo di potente romanizzazione erano a quel tempo le scuole di grammatica e retorica, che creavano, nelle aristocrazie locali, una classe dirigente delle popolazioni indigene molto orgogliosa di appartenere all’Impero romano. Agostino dunque, pur se di razza africana, apparteneva a questi ceti colti del suo paese ed il suo destino era quello di studiare, per poter poi aspirare a quelle cariche pubbliche che Roma concedeva ai più meritevoli. Suo padre, Patrizio, era un consigliere municipale e piccolo proprietario terriero, di religione pagana; sua madre, Monica, era cristiana (divenne poi una figura dominante nella vita del figlio)..

Studiò retorica (senza apprendere il greco) a Madaura, Tagaste e Cartagine. In quest’ultima città, nel 371, Agostino Aurelio ebbe un figlio, Adeodato (“dono di Dio”), da una donna, di cui si sa molto poco, con la quale visse per circa quindici anni. Nel 373, dopo la morte del padre, aprì una scuola di grammatica e retorica a Tagaste, poi andò ad insegnare a Cartagine (374-383). Sin dall’età di diciannove anni, in seguito alla lettura dell’Hortensius di Cicerone (opera andata perduta), Agostino aveva cominciato ad interessarsi di problemi filosofici, in particolare aveva attratto la sua riflessione il problema del male. Per questo aveva aderito al manicheismo, una religione di tipo gnostico, di origine persiana, largamente diffusa in Africa settentrionale, secondo la quale il male ed il bene operano costantemente come due principi distinti e contrapposti, quello della Luce e quello delle Tenebre. Scopo dell’uomo era quello di liberare l’io divino dall’io demoniaco attraverso sacrifici come la castità, il digiuno, il vegetarianesimo. Del manicheismo Agostino accettò i presupposti metodologici e metafisici: il razionalismo, il materialismo, il dualismo. Per nove anni circa, dal 374 al 383, Agostino, suscitando la contrarietà della madre, aderì al manicheismo come uditore (l’equvalente del catecumeno cristiano). Dopo un soggiorno a Tagaste nel 375, si recò a Cartagine per continuare i suoi studi e insegnare retorica. Qui si circondò di alcuni amici, tra i quali Alipio e Nebridio e compose, verso il 380, il suo primo scritto Sul bello e sul conveniente – che non ci è pervenuto e cominciò ad avere i primi dubbi sul manichesimo.

Il manicheismo finì infatti per deluderlo, in particolare dopo aver incontrato il vescovo manicheo Fausto, giudicato da Agostino piuttosto ignorante. Persa la fede nel manicheismo, il nostro cominciò ad avvicinarsi, anche se lentamente, al Cristianesimo. Per insegnare retorica, nel 382 si trasferì a Roma, insieme alla madre, alla compagna e al figlio. Qui riscosse molto successo e attirò l’attenzione di Simmaco, prefetto della città. Al prefetto di Roma fu chiesto di scegliere un professore di retorica per Milano, dove risiedeva la corte imperiale di Valentiniano II, e questi scelse Agostino. A Milano Agostino (384) ottenne la cattedra municipale di retorica, grazie all’aiuto di alcuni amici manichei. Durante il soggiorno milanese (384-387) Agostino si convertì definitivamente al Cristianesimo (anno 386): “Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Sì, perché tu eri dentro di me ed io fuori … Eri con me ed io non ero con te … Mi hai chiamato, ed il tuo grido ha sfondato la mia sordità; hai sfolgorato, ed il tuo splendore ha dissipato la mia cecità; hai diffuso la tua fragranza ed ora io anelo verso di te; mi hai toccato, ed ora ardo di desiderio della tua pace” -Confessioni,X, 27.

A Milano infatti Agostino aveva conosciuto Ambrogio, vescovo della città e governatore di tutta l’Italia settentrionale: una persona molto influente, contraria alla dipendenza della Chiesa dall’Imperatore ed, in campo morale, fautore della verginità e della castità. Nel 387 Agostino fu battezzato dalle mani dello stesso Ambrogio, insieme all’amico Alipio e al figlio Adeodato, nella notte tra il 24 e il 25 aprile, vigilia di Pasqua. Con questo battesimo, come ricorda Agostino ” fuggì da noi l’inquietudine della vita passata ” (Conf. 9, 6, 14).
Come leggiamo nelle ‘Confessioni’, questa scelta comportò l’abbandono della sua donna e la decisione di lasciare l’incarico di professore di retorica. Agostino decise di dedicarsi interamente allo studio della filosofia ed infatti scrisse le sue maggiori opere filosofiche in questo periodo, fra il 386 ed il 391, prima di farsi sacerdote. Fu in questo periodo che Agostino lesse Plotino e Porfirio: in essi egli trovò argomentata la supremazia e l’autonomia del mondo incorporeo e spirituale. Neoplatonismo e cristianesimo cominciarono ad apparirgli conciliabili, anche se il neoplatonismo era sprovvisto dei concetti di incarnazione e redenzione operati da Cristo. Ciò che Agostino cercava era una garanzia di stabilità in un ‘dortore invisibile’: Dio.

Il Cristianesimo apparve dunque ad Agostino come ciò che forniva la vera soluzione al problema del male, perché lo considerava come privazione, o ‘assenza di essere’. Come spiegare altrimenti l’esistenza del male nel mondo? Se autore del male è lo stesso Dio, che invece è Bene assoluto, come si conciliano le due cose? La spiegazione di Agostino è questa: Dio è bene e tutto ciò che lui ha creato è buono, ma l’essere che Dio ha conferito alle sue creature non è l’essere pieno, che egli solo possiede. La degradazione dell’essere creato dunque è all’origine del male. Le creature più elevate, pur mancando della pienezza dell’essere, hanno coscienza di questa mancanza ed aspirano a Dio come al loro bene supremo.

La filosofia, intesa come conoscenza dell’essere, poteva, secondo Agostino, illustrare razionalmente ciò che per la fede era certezza assoluta : il percorso svolto nell’interiorità dell’anima verso il riconoscimento della verità della fede corrisponde al cammino di salvezza del cristiano. In questo senso, scienza e fede non sono contrapposte, perché in fondo il filosofo, perché cerca la verità? Per lo stesso scopo del credente, ovvero trovare la felicità. ( “Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te” Confessioni, 1,1).
Il vero filosofo dunque, per Agostino, deve avere la fede, che è simile alla luce che indica il cammino, ma perché abbia una fede salda è indispensabile che comprenda e cioè sia un filosofo. “Crede ut intelligas, intellige ut credas” (cioè credi per capire, capisci per credere).

A Milano Agostino elaborò l’ambizioso progetto di scrivere un’enciclopedia delle arti liberali: cominciò dalla Grammatica (libro che non ci è pervenuto), per poi dedicarsi alla Musica, di cui scrisse cinque libri, dopo di che abbandonò il progetto, considerato troppo dispersivo rispetto all’argomento che maggiormente lo assorbiva: la ricerca di Dio. Nel Soliloquia, un opera del 387, Agostino immagina un dialogo ideale tra sé stesso e la ragione: “Io desidero conoscere Dio e l’anima. Niente altro dunque? Niente altro assolutamente” (I,2,7).

Dopo il battesimo (387), Agostino, sua madre, suo figlio ed altri amici decisero di tornare in Africa per attuare laggiù il proposito di vivere insieme, al servizio di Dio. Prima della fine di agosto lasciarono Milano e giunsero ad Ostia, dove la madre di Agostino, Monica, si ammalò improvvisamente e morì. Agostino decise di recarsi a Roma e lì si trattenne fino a dopo la morte dell’usurpatore Massimo (luglio o agosto del 388), interessandosi alla vita monastica e continuando a scrivere libri. Le sue riflessioni continuavano ad essere rivolte ai temi dell’anima: come e perché è nata l’anima? Come e perché è stata unita al corpo? La nostra volontà può portarci deliberatamente verso il male morale (peccato)?

Di questo periodo è l’opera ‘De Magistro’, nel quale Agostino spiega che il vero maestro non crede di avere la verità in tasca, ma è solo un mezzo attraverso il quale avviene la trasmissione delle informazioni. L’insegnante sarà capace solo se in grado di trasmettere, oltre alle nozioni, anche la passione per la ricerca. La verità infatti, è già dentro di noi e ci parla dentro: le parole esterne del maestro non sono che stimoli, perché parli in noi questo maestro interiore, che si identifica col Verbo divino, che illumina la nostra anima.

Nel 388 Agostino arriva in Africa e si stabilisce a Tagaste, vivendo per due anni con un piccolo gruppo di persone secondo il modello della comunità monastica.

Nel 391 Agostino si recò ad Ippona, attuale Annaba, in Algeria, per “cercare un luogo dove fondare un monastero e vivere con i suoi fratelli ” ed infatti, come ci racconta il suo amico Possidio: “prese a vivere secondo la maniera e la regola stabilita ai tempi dei Santi Apostoli ” (Possidio, Vita 5, 1), intensificando l’ascetismo, approfondendo gli studi di teologia e cominciando l’apostolato della predicazione.

Il Cristianesimo intanto si sta diffondendo sempre più, specie dopo che Costantino l’ha proclamato “religione di stato” e dunque si sente forte il bisogno di un’autorità unica che risolva le varie questioni e si faccia garante di unità di dottrina, anche perché vi sono già molte eresie. La più diffusa ed importante eresia é quella ariana. Questa dottrina, predicata da Ario, prete orientale, sostenuta ed accolta per qualche tempo dagli imperatori bizantini e diffusa soprattutto nei popoli germanici, negava l’identità di sostanza tra il Padre (Dio) e il Figlio (Gesù). Un’altra eresia era il pelagianesimo, ispirantesi al monaco scozzese Pelagio ed ai suoi amici Celestino e Giuliano, che credeva nell’assoluta e libera volontà e negava la necessità della Grazia Divina ai fini della salvezza. Un’altra era il donatismo (dal nome del Vescovo Donato, del principio del IV secolo), che riteneva che, chiunque violasse precetti cristiani, doveva essere automaticamente escluso dalla Chiesa e che non avevano alcun valore i sacramenti somministrati da dignitari ecclesiastici caduti nel peccato; nel frattempo i Barbari premevano ai confini dell’Impero.

Nel 395 Agostino divenne Vescovo di Ippona, dunque lasciò il monastero e si trasferì nel palazzo vescovile, dove continuò a fare vita ascetica. Il nuovo Vescovo si schierò subito contro le tante eresie del tempo (tra le altre quella del vescovo Donato, che ha una concezione rigoristica e settaria della comunità ecclesiale dove entrano solo i ‘puri’), attraverso scritti molto polemici e apologetici della Chiesa latina.
La Chiesa, per Agostino, comprende certamente anche persone lontane dall’idea di santità, ma l’efficacia dei sacramenti non dipende dalla moralità di chi li amministra. Quanto alla libertà di volere dei seguaci di Pelagio, questa sicuramente esiste ed è proprio essa che ci distrae da Dio: infatti è la cattiva volontà, la libertà di compiere cattivi pensieri ed azioni, a spingerci verso il male.

Come si è detto, dobbiamo ad Agostino anche la concezione del ‘peccato originale’: l’uomo originario, unità di anima e di corpo, rappresenta la sommità della gerarchia degli esseri creati e costituenti la vita sulla terra: egli possedeva la ‘facoltà di non peccare’. Il libero arbitrio di Adamo era aiutato dalla grazia divina, ma Adamo, ribellandosi volontariamente a Dio, determinò la morte della sua anima e questo suo primo peccato contro Dio avrebbe infettato, attraverso il suo seme, tutti gli altri individui che da lui avrebbero tratto origine. Per questo il peccato originale sarebbe presente in ogni essere umano, che “non posse non peccare”. Qualsiasi amore, anche il più nobile ed elevato, appare ad Agostino come frutto di egoismo, o di amore per beni passeggeri. La possibilità di risorgere da questo stato è data dalla grazia divina, concessa a tutti per salvarsi, anche se ciascuno, come successo ad Adamo, conserva la possibilità di perdersi.

Tra il 307 ed il 401 il filosofo e teologo si dedicò alla scrittura della sua autobiografia, che chiamò: ‘Le Confessioni’. Per lui guardarsi dentro, confessarsi, è il primo gradino per arrivare alla verità. “Non uscire da te, torna in te stesso, nell’interno dell’uomo abita la verità. E se troverai mutevole la tua natura, trascendi anche te stesso” (cfr. De vera religione,39)

In queste riflessioni, Agostino esplora la dimensione della memoria dell’uomo che, secondo la concezione platonica del conoscere come ricordare, conserva, oltre ai ricordi personali, le verità prime della scienza, i sentimenti e le passioni, privati della loro originaria forza emotiva: è il luogo della coscienza, della presenza di Dio nell’anima. Un altro problema che si pone è quello del tempo: cosa faceva Dio prima della creazione? ‘stava preparando l’Inferno per le persone che vogliono indagare cose troppo profonde’ risponde dapprima Agostino nelle Confessioni, per poi affermare che Dio, prima della creazione, non faceva nulla, perché se così non fosse stato avrebbe di certo creato qualcosa, ovvero il mondo. Del resto se Dio è eterno ed è il creatore di tutto, è il creatore anche del tempo. Prima della creazione il tempo non c’era: non vi era dunque un prima e un dopo e non ha senso domandarsi che cosa facesse allora Dio. Ma cos’è, dunque, il tempo? Non una realtà oggettiva, ma qualcosa che esiste solo nello spirito dell’uomo. Il tempo percepito dagli uomini è un eterno presente, dato che il passato e il futuro sono solo proiezioni dell’animo umano. L’uomo infatti vive il passato come ricordo e il futuro come anticipazione, mentre il presente che vive lo percepisce intuitivamente come un reale continuativo e contingente. Di conseguenza le tre dimensioni temporali dell’uomo sono il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro (memoria, intuito e anticipazione). Il tempo ha avuto inizio con Dio e terminerà con il giudizio universale: gli eventi scorrono in avanti sempre nella medesima direzione e senza possibilità di ritorno al passato.

Le ultime opere trattano i grandi temi teologici della Trinità, della creazione e della storia della salvezza. Nella Trinità, le tre persone sussistono nell’unica natura e si distinguono fra loro per le diverse relazioni che si esprimono nella vita intima di Dio: ad esempio Dio padre, nel pensare, genera interiormente la propria sapienza (o Verbo). Analogamente nell’uomo il pensiero (mens), la conoscenza (notizia) e l’amore (amor) sono i passaggi obbligati di una piena attività spirituale. Quanto alla creazione, Dio crea solamente la materia prima, la quale contiene in sé le essenze di tutte le cose allo stadio germinale, che si svilupperanno nel corso degli anni.

L’opera che ha maggiormente impegnato Agostino nei suoi ultimi anni di vita è stata ‘De civitate Dei’. L’opera fu completata nel 426 raggiungendo il numero complessivo di 22 libri.Agostino la cominciò nel 413, dopo che nel 410 i Goti, guidati da Alarico, avevano saccheggiato Roma. I pagani romani imputavano le sventure dell’impero all’ira degli dei contro i cristiani. Agostino vi espose una concezione teologica del progresso della civiltà, intendendo la storia come l’attuarsi nel tempo di un disegno provvidenziale di origine divina. Alla città terrena, mossa da bassi appetiti e destinata alla dannazione, si contrappone la città di Dio, comunità dei giusti che saranno salvati.

Agostino morì il 28 Agosto del 430, mentre Ippona era, da tre mesi, assediata dai Vandali. Sepolto presumibilmente nella cattedrale, le sue ossa furono trasportate in Sardegna e da qui, verso il 725, a Pavia, nella Basilica di S. Pietro in Ciel d’Oro, dove riposano. Fu canonizzato e riconosciuto Dottore della Chiesa nel 1303, da Papa Bonifacio VIII.

Il pensiero di Agostino, come si è visto, ha fortemente influenzato la Chiesa cattolica sul piano dogmatico, ma anche la scuola ha subito i suoi influssi sul piano pedagogico, così come la politica teocratica seguita da monarchi e pensatori medievali. Le sue riflessioni, anche parcellizzate, hanno ispirato i più svariati movimenti e, fra questi, perfino quello per il software libero e gratuito. L’ispirazione agostiniana viene da un passo del de Doctrina Christiana, in cui Agostino dice: “…Perché se una cosa non diminuisce il suo valore, se è usata da più persone non è giusto sia posseduta da qualcuno e non condivisa…”

Chissà se Agostino condividerebbe ?

Imm. Antonello da Messina, Wikimedia

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