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Il “mito” dei primi tre anni di vita

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Il “mito” dei primi tre anni di vita

3 anni di vita

Pensate che i primi tre anni di vita siano fondamentali per lo sviluppo affettivo, cognitivo e relazionale del bambino?

Se si, secondo alcuni psicologi siete ahimé antichi, obsoleti, vittime di tabù culturali e contribuite perfino a mettere in ridicolo la scienza.

In una conferenza organizzata dall’Università del Kent, domani e dopo domani alcuni accademici si alterneranno nel sostenere la buona novella secondo la quale i genitori dei neonati e dei bambini con meno di tre anni – specialmente le madri – dovrebbero evitare di sentirsi “ridicolmente” sotto pressione nel loro tentativo di “fare bene le cose” per il proprio figlio, provando ansie e sensi di colpa (a loro dire) del tutto ingiustificati.

La chiamano “attenzione estrema verso la prima infanzia”: questi psicologi, guidati da John Bruer, autore di The Myth of the First Three Years (Il mito dei primi tre anni), affermano che l’importanza data dalle neuroscienze alle cure nei primi anni di vita del bambino sia esagerata e che le politiche sociali che si concentrano sul legame genitore-figlio non siano altro che “uno spreco di risorse “.
(nell’articolo non viene precisato a quali politiche sociali alluda Bruer, forse pensa al congedo di maternità).
Va detto che ancora oggi per la scienza psicologica i primi tre anni di vita sono fondamentali per il sano sviluppo del bambino. Ciò nonostante, da qualche tempo si rincorrono questi voci dissidenti, che propongono la contro-cultura del “non preoccuparsi” dei figli piccoli.

I bambini, sostengono questi psicologi di contro-informazione, non sono poi così vulnerabili nei primi anni di vita, e poi lo sviluppo va pensato come qualcosa che dura tutta la vita, non solo nella primissima infanzia.

La sociologa Ellie Lee dell’Università del Kent afferma ad esempio: “Si sta facendo della maternità una cosa tristissima, quando dovrebbe invece essere divertente e stimolante. Inoltre, se nessuno aiuta i genitori, essi finiscono per pensare: “Se non faccio io questa cosa per mio figlio, certamente non gliela farà nessun altro”.
Glenda Wall, docente di sociologia presso la Wilfrid Laurier University in Ontario, presenterà invece uno studio basato su interviste condotte con madri canadesi di classe media. “L’attenzione sullo sviluppo del cervello nei bambini piccoli ha avuto l’effetto di intensificare ulteriormente il lavoro della figura materna”, scrive. “Non solo si richiedono mamme responsabili per la salute fisica dei bambini e per la loro sicurezza (i cui standard minimi sono in continuo aumento), ma anche per la loro salute psicologica e per la loro felicità, oltre che per lo sviluppo delle loro potenzialità intellettive.”La Wall aggiunge che le madri da lei intervistate erano propense a fare sacrifici nella loro carriera lavorativa per trovare il tempo da dedicare ai propri bambini. Esse facevano questo perché qualcuno aveva fatto loro credere che questa fosse “la cosa giusta” che una madre dovesse fare.

Il sociologo Frank Furedi, nota che è eccessiva la preoccupazione verso la possibile assenza dei genitori. “C’è il timore di cosa potrebbe accadere se le madri non si mostrassero vicine, fisicamente ed emotivamente, ai propri figli “.

Secondo Furedi inoltre, fare i genitori non è difficile: la fisica nucleare è difficile, non diventare mamme e papà. Se i neogenitori si preoccupano troppo delle fasi dello sviluppo dei loro bambini, essi diventano ossessivi. Oggi tutto ciò che fanno i bambini lo fanno su iniziativa degli adulti e con una organizzazione del tempo di stile adulto, che è del tutto estranea alle esigenze del bambino, dice inoltre Furedi.

Lo psicologo Stuart Derbyshire, dell’Università di Birmingham guarda con sospetto all’idea che il destino di una persona possa essere determinato nei primi cinque anni di vita, anzi la ritiene “del tutto infondata”. Ogni mancanza che i bambini possono soffrire a causa della inadeguatezza dei loro primi anni di vita, secondo lo psicologo di Birmingham, può essere affrontata e risolta in seguito. Chi dice il contrario, secondo Derbyshire, lo fa perché è interessato alla vendita delle sue pubblicazioni, o ai fondi per la ricerca sulla prima infanzia. In questo modo però, dice Derbyshire, le neuro-scienze vengono trasformate in una barzelletta.

Ciò che viene soprattutto messo in evidenza da Bruer è che ai genitori sono state trasmesse, come risultati scientifici acquisiti, certe idee sullo sviluppo del bambino che sono invece “altamente distruttive”, visto che tendono a porre attenzione alle responsabilità genitoriali nei primi anni di vita, senza pensare che il compito di un genitore è in realtà di lunga durata e non si esaurisce con l’infanzia.

Negli Stati Uniti l’uso improprio delle neuroscienze è di vasta portata, dice ancora Bruer. “I genitori di classe media sono attratti dal desiderio di ottenere il meglio per i loro figli, in un ambiente altamente competitivo, per farli andare nelle scuole giuste, per fargli incontrare le persone giuste, trovare il lavoro giusto. Essi vengono indotti ad investire tempo e denaro in corsi o oggetti che promettono un migliore sviluppo dell’intelligenza nel bambino, falsamente basati su dati scientifici.

Bruer sostiene inoltre che, negli Stati Uniti in particolare, una interpretazione semplicistica della scienza del cervello sia stata utilizzata per sostenere alcune raccomandazioni politiche, in particolare lo sviluppo di programmi scolastici che privilegiano il legame genitore-figlio nella famiglia e nella società.

Derbyshire sostiene che la cosa principale che i genitori ‘dovrebbero’ fare è smettere di accettare l’idea che essi ‘dovrebbero’ fare cose particolari per l’educazione dei loro bambini. Si devono invece rendere conto che i genitori non sono tutto ciò che crea la felicità di un essere umano. Invece di concentrarsi ossessivamente sull’educazione dei figli piccoli, sotto la guida degli esperti di turno, i genitori dovrebbero occuparsi di creare una società capace di permettere ai suoi membri di raggiungere gli obiettivi che interessano gli adulti, fra cui c’è anche quello di crescere bene i propri figli.

Peccato che, non solo le neuroscienze, ma più di seimila studi sulla teoria dell’attaccamento, studi longitudinali, che hanno seguito i bambini dalla nascita all’età adulta, dimostrino con certezza che le esperienze vissute nei primi anni di vita sono fondamentali per lo sviluppo dell’individuo adulto.

Dr. Giuliana Proietti, psicoterapeuta, Ancona

Fonte:

Why parents shouldn’t feel guilty if they can’t devote time to their toddlers, The Guardian

Immagine:

Jamie Campbell, Wikimedia

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Dr. Giuliana Proietti
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2 risposte

  1. Dr. Giuliana Proietti ha detto:

    @ Broncobilly

    Una curiosità: quale studio scientifico, citato nell’articolo o reperito altrove, l’ha convinta a cambiare idea (o quanto meno a modificare parzialmente l’opinione che aveva su questo argomento?)

  2. broncobilly ha detto:

    Penso che sia sbagliato ragionare per contrapposizioni, molto meglio ragionare al margine: i primi tre anni di vita contano un po’ meno di quel che credevamo.

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