La timidezza non è una malattia

La timidezza non è una malattia: intervista a Christopher Lane

Le interviste

Ultimo aggiornamento: Gen 5, 2022 @ 18:50

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GP Per prima cosa vorrei chiederle di presentarsi al pubblico italiano: il suo ultimo libro non è stato ancora pubblicato e non tutti conoscono le teorie da lei espresse in questo suo ultimo lavoro, sui concetti di timidezza e malattia.

CL Bene, sono uno studioso, nato a Londra ed ora residente a Chicago. Ho studiato e mi sono specializzato in letteratura Vittoriana in Inghilterra, ma sin dall’inizio della mia carriera, quando non avevo ancora compiuto i trenta anni (ora ho da poco superato i quaranta) sono rimasto affascinato dalla psicologia e dalla psicoanalisi del diciannovesimo secolo. In tutti e quattro i miei libri ho parlato della letteratura vittoriana attraverso la lente di queste teorie psicologiche. Negli ultimi anni, come spero dimostri il libro “Shyness” ho ampliato i miei interessi fino ad includervi la storia dell’intelletto. Quello che sto cercando di fare dunque è utilizzare l’argomento “timidezza” per parlare dei cambiamenti che vi sono stati nella psichiatria americana ed europea, in particolare del cambiamento che si è prodotto negli ultimi tre decenni, quando si è passati dalla terapia della parola alla neuropsichiatria e alla sua enfasi sui farmaci.

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GP Perché si è interessato alla timidezza e perché ha scritto il suo ultimo libro : “SHYNESS: How Normal Behavior Became A Sickness” (tr. TIMIDEZZA : come un comportamento normale è divenuto una malattia) ?

CL Dopo aver terminato un libro sul comportamento antisociale nella letteratura e nella cultura vittoriana (Hatred and Civility, 2004 (tr. Odio e civiltà), volevo capire cosa era accaduto, nel ventesimo e ventunesimo secolo, alle persone particolari, a quelli che si comportavano in modo diverso e, in particolare, alle persone timide. Quando ho chiesto a diversi importanti psichiatri notizie su questa questione, essi invariabilmente mi hanno fatto capire che questo genere di persone veniva sottoposto a cure farmacologiche. E’ così cresciuta in me la convinzione che i farmaci venivano usati per eliminare alcuni aspetti chiave della nostra umanità – emozioni, tratti comportamentali che possono essere estremi, ma che rimangono parti vitali di noi esseri umani, che non possiamo semplicemente respingere o rimuovere attraverso i farmaci. Soprattutto, chi doveva decidere quali emozioni e comportamenti potevano restare e quali no?

Avendo consultato tanta letteratura psichiatrica sulle varie personalità, sull’ansia, sui disturbi dell’umore, mi sono sempre più preoccupato di questo fatto e sulla tendenza che si andava affermando. La psichiatria contemporanea sotto molti aspetti è profondamente conservatrice, conformista e di vedute ristrette riguardo a quello che essa considera il ‘comportamento normale’, una categoria che si è drammaticamente ristretta negli ultimi anni cosicché sempre meno persone riescono a rientrarvi.
In realtà, un crescente numero di persone ritiene di avere in sé qualcosa di sbagliato, che i farmaci possono e debbono risolvere. Questa tendenza francamente mi preoccupa. Sebbene sia vero che molte persone sono ansiose e preoccupate per i cambiamenti richiesti da un mondo che sta cambiando, i farmaci spesso non sono la soluzione, ma qualcosa che può rendere le cose anche molto peggiori di prima – introducendo un gran numero di effetti collaterali, per esempio, e non affrontando, in primo luogo, quali sono le cause che producono tale ansia.

GP Come sta andando la vendita del libro e dove ha incontrato maggiore successo ed interesse? Dalle notizie che ha, ci potrebbe dire se i suoi lettori sono soprattutto medici e psichiatri, o pubblico non specializzato?

CL Il mio editore mi dice che la vendita del libro sta andando molto bene (diverse migliaia di copie nei primi mesi dalla pubblicazione). Anche le recensioni sono state in genere molto positive e in molti hanno riconosciuto al libro il merito di portare alla luce un capitolo importante e ampiamente ignorato della psichiatria americana. E’ gratificante constatare che molti di coloro che lo hanno recensito considerino fondamentale che questo momento venga esaminato e che ci si chieda, molto seriamente, se tutti i cambiamenti introdotti negli anni ottanta erano necessari e giusti. Io non credo che lo fossero ed il 99% dei feedback che ho ricevuto, soprattutto attraverso lunghe e-mail, ma anche in qualche messaggio lasciato sulla segreteria telefonica, mi dimostrano che la maggior parte dei lettori sono d’accordo con me.

L’articolo che scrissi per il New York Times sul mio libro e sull’eccessivo ricorso ai trattamenti farmacologici, che fu ripreso lo stesso giorno dall’ International Herald Tribune, mi ha fatto ricevere decine di e-mail da tutto il mondo – dalla Francia alla Nuova Zelanda, Canada, Guatemala, molte dall’Italia, oltre che, ovviamente, da tutti gli Stati Uniti. E’ stato un po’ sconvolgente, ma mi ha fatto comprendere che l’articolo e il libro parlavano di ciò che io ritengo sia una preoccupazione diffusa fra la gente, su valutazioni diagnostiche e medicalizzazione eccessiva, specialmente nei confronti dei bambini più piccoli. Ho avuto modo di sentire anche molti medici e psichiatri che sono altrettanto preoccupati e che hanno espresso sostegno e sollievo. Essi mi sono sinceramente grati per aver sollevato la questione.

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GP Nel libro lei afferma che quando si esaminano i track record (dati storici) di farmaci pubblicizzati come efficienti, rapidi e precisi, si scopre che essi sono in realtà molto diversi. Di quale farmaco si è maggiormente occupato nel libro?

CL Il farmaco di cui mi sono maggiormente occupato nel libro è il Seroxat (“Paxil” negli Stati Uniti): esso non è in grado di discriminare fra stress della vita quotidiana ed ansia cronica, cosicché finisce per bloccare quasi tutti i segnali del cervello e del sistema nervoso centrale, con preoccupanti rischi per la salute dei pazienti.

Quando la timidezza viene rilanciata come ‘fobia sociale’ inoltre, tutti i fattori psicologici, sociali e perfino ambientali che causano reticenza nelle persone possono uscire di scena. Essi sono rimpiazzati da un discutibile linguaggio che parla di ‘squilibri chimici’ nel cervello e ‘disfunzioni biologiche’ che conducono a comportamenti ‘maladattivi’.

Trovo che molta di questa enfasi sia preoccupante e discutibile. Prima di tutto, non è questo un modo appropriato per parlare di timidezza o di ansia. Nonostante ciò, sembra si riesca a risolvere questioni complesse, suggerendo che biologia e genetica siano capaci di individuare di che si tratta e che nessun altro debba preoccuparsi di queste cose. Al momento, nessuno può realmente dire quando il cervello sia “chimicamente bilanciato” perché, ad esempio, i suoi livelli di serotonina, dopamina e norepinefrina fluttuano continuamente. Molti commentatori americani amano speculare sul fatto che vi sia un gene o anche un ormone della timidezza, ma si tratta solo di congetture che non valgono il tempo e lo spazio che viene loro dedicato. Un conto è dire che i geni sono responsabili di cose come il colore degli occhi; altra cosa è, naturalmente, asserire che essi causino tratti comportamentali largamente diffusi e indiscutibili.

GP Il DSM è ampiamente considerato come la “bibbia” degli psichiatri, ma lei mette in dubbio che esso sia realmente ‘scientifico’. Perché?

CL Bene, l’American Psychiatric Association è stata generosa nel fornirmi la possibilità, mai concessa prima ad altri, di avere accesso ai suoi archivi. Ho potuto così consultare tutte le lettere, gli appunti, i documenti e perfino le votazioni che avvenivano dietro le scene, prima della creazione del DSM-III. Quella fu la cruciale terza edizione, che apparve nel 1980 con 112 nuovi disturbi. Credetemi, nello studiare questa corrispondenza – che io largamente riporto nel mio libro – si perde subito l’impressione che quello che accadeva era qualcosa di altamente scientifico o guidato da attenta ricerca clinica. La corrispondenza rivela invece delle straordinarie cadute nel giudizio professionale, una fretta imbarazzante nell’associare alla bell’e meglio vaghe e discutibili liste di sintomi, campi di battaglia e rivalità interpersonali tra psichiatri, una a volte terribile povertà dell’intelligenza di gruppo, studio frequente di casi clinici poco documentati e la convinzione generale che chiunque avesse buone amicizie con i membri più influenti della task force potesse avere la sua teoria prediletta formalizzata come un disturbo importante. Non è un bel quadretto, e questa è la ragione per cui questo imbarazzante capitolo della psichiatria americana fu sepolto dietro una facciata di retorica sulla scienza e sulla ricerca pura. Ma, come mostro nel libro, quella facciata non è corretta. Al contrario, essa nasconde una realtà che è assolutamente necessario che venga conosciuta.


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GP Secondo lei ci sono delle differenze fra ‘timidezza’ e ‘fobia sociale’? Dove dovrebbe essere tracciata una linea di demarcazione fra le due cose?

CL Si, ci sono — o ci dovrebbero essere — delle sostanziali differenze fra loro. La timidezza è un comune tratto di personalità, che è perfettamente normale. Circa la metà di ogni popolazione (tra cui quella degli Stati Uniti) si considera timida. Al contrario, con la fobia sociale si intende far riferimento solo a quei soggetti che soffrono di grande ansia cronica quando interagiscono con le persone. Il problema è che la letteratura psichiatrica confonde continuamente i due argomenti (come del resto fa il DSM) e così la normale timidezza è oggi considerata come un disturbo mentale.

La maggior parte degli psichiatri che ho intervistato mi ha detto, tuttavia, che il punto di demarcazione fra timidezza e fobia sociale è relativamente chiaro: circa il 2% dei pazienti da loro visitati soffre di apprezzabili disturbi d’ansia, contro la incredibile cifra di un americano su cinque (circa il 19% della popolazione degli Stati Uniti), che alcuni psichiatri sostengono sia la cifra esatta.

GP E per quanto riguarda il ‘disturbo di ansia sociale’? Perché, secondo lei, gli psichiatri hanno pensato ad un’altra definizione, così simile a quella di ‘fobia sociale’, che risponde più o meno agli stessi criteri diagnostici?

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CL Questa è una bella domanda. Nel 1987, quando diversi psichiatri furono chiamati a rivedere il DSM-III, essi dissero che il disturbo d’ansia sociale (“social anxiety disorder”) era un nome migliore per la fobia sociale (“social phobia”) perché rifletteva in modo più accurato i comportamenti che venivano osservati nella popolazione generale, fra cui l’ansia di parlare in pubblico, l’ansia nel fissare appuntamenti a qualcuno, e perfino l’ansia nel rapportarsi con figure autorevoli. Secondo me nessuna di queste paure, del tutto normali, può essere definita un disturbo mentale. Al contrario, esse sono così diffuse da essere parte della psicologia della vita quotidiana. Ma gli psichiatri che stavano aggiornando il manuale non la videro in questo modo. Essi pensavano di poter aiutare tutti, definendo sintomi del disturbo di ansia sociale questi comportamenti. Essi insistettero per cambiare nome alla “fobia sociale” in modo che essa potesse includere sempre più persone. E ci riuscirono. La lista dei sintomi ufficiali del disturbo di ansia sociale crebbe di conseguenza, e a molte più persone (oltre 18,5 milioni di nord-americani e 3 milioni di cittadini britannici) venne prescritto il Seroxat/Paxil come conseguenza.

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GP Nell’articolo sul New York Times lei mette in guardia dall’uso eccessivo di farmaci e /o dalla ‘medicalizzazione’ della società: che cosa intende esattamente?

CL Come spero dimostri l’esempio precedente, molte persone assumono farmaci di cui non hanno bisogno. In vero, il gran numero di psichiatri che prescrive psicofarmaci credo sia arrivato a vedere un po’ sfocata la distinzione fra ansia cronica e paure della vita quotidiana, con il risultato che essi offrono cure farmacologiche per entrambi i casi. Abbiamo perfino raggiunto il punto, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, per cui bambini molto piccoli – a volte di quattro o cinque anni – cominciano a prendere degli psico-farmaci, nella speranza che i loro tratti infantili possano essere spazzati via tramite questi medicinali prima che essi si evolvano, apparentemente, in disturbi della personalità adulta. Secondo me questo è un quadro molto allarmante.

Quando Rebecca Riley, una bambina di quattro anni di Hull, Massachusetts, morì l’anno scorso in seguito a cure psichiatriche, vi fu molto clamore fra il pubblico, che chiedeva di sapere cosa stesse succedendo. A Boston, il Massachusetts General Hospital ammise con qualche imbarazzo che aveva in cura 955 bambini sotto i sette anni, sottoposti alla stessa cura antipsicotica. Di fatto, questa è solo la punta dell’iceberg, perché rappresenta solo uno degli ospedali statunitensi, ma credo possa essere sufficiente per dare ai suoi lettori un’idea della grandezza del problema e del modo di pensare che si vuole combattere.

In alcune zone, la convinzione che i farmaci siano necessari per stroncare alcuni tratti di personalità infantile è diventata una specie di fondamentalismo. Gli psichiatri sono così convinti che quello che stanno facendo sia corretto e necessario che essi continuano a dire che gruppi sempre più numerosi di bambini ed adulti necessitano di farmaci. Io trovo questo approccio estremamente preoccupante ed arrogante. Quasi nessuno degli esperti parla dei ben documentati effetti collaterali della cura farmacologica – liste di sintomi così lunghe che potrebbero riempire diversi paragrafi. E ancora, la mentalità per cui le medicine sono sempre necessarie e giuste, anche se il problema che devono curare è limitato, è ciò che ‘medicalizza’ la nostra società. In questo modo si perde ogni capacità di pensare ai comportamenti in modo diverso.

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GP Se la timidezza è così comune fra gli esseri umani (nella ricerca di Philip Zimbardo, per esempio, è chiaro che la maggior parte delle persone ‘sono’ o ‘sono state’ o ‘sono in alcune occasioni’ timide), perché la maggior parte delle persone la considera ancora un problema? Perché le persone non sono in grado di gestire al meglio questa situazione ?

CL Oggi, specialmente nel Nord America, le persone sono incoraggiate ad essere molto aperte ed estroverse. Direi che siamo arrivati al punto di pensare che i timidi e gli introversi non siano normali e pertanto vengono visti con sospetto, perché sono percepiti come persone che ‘tendono a rimuginare’, ‘incapaci di reagire’ o ‘antisociali’. Nello stesso tempo, la sola personalità che la cultura sembra ammirare è quella definita “perky” (vivace): il che significa essere sempre “up” ed “on”, sempre pronti a lavorare in modo corretto, con grande zelo, facendo le cose bene e in fretta. Gli europei sono, secondo la mia esperienza, più diffidenti, perfino ironici, su queste norme. Mi spiego meglio: non è che avere entusiasmo e socievolezza sia in sé un problema: entrambi possono essere molto graditi ed attraenti. Come lei dice, la maggior parte delle persone non rientrano in quel quadro generale e poi quel genere di cultura non ritiene accettabili le interazioni più pacate e tranquille tra persone.

Ma c’è di più. Se siamo pronti a considerare l’ansia da appuntamento o del parlare in pubblico come aspetti di un disturbo mentale, come il DSM incoraggia a fare, si sta inoltre creando una norma che non è solamente indesiderabile per molti di noi; è anche piuttosto irraggiungibile. Ciò che offre il modello americano di “perkiness” non solo è poco allettante, è anche unidimensionale ed emozionalmente limitato: in molti casi è anche causa di nuova sofferenza, perché rappresenta un ideale che molti di noi non potranno mai raggiungere. Onestamente, nel mondo di oggi, con tutta la sofferenza che si vede e tanti giustificati motivi di preoccupazione, essere sempre “perky” significa perdere un po’ il contatto con la realtà. Certamente, è difficile mantenere quell’atteggiamento quando si guardano giornali e telegiornali.

GP Pensa che possano esservi casi in cui un farmaco possa rappresentare un sollievo per una persona timida, o almeno un valido supporto alla psicoterapia?

CL Spesso mi viene posta questa domanda, alla quale non è facile rispondere, perché le circostanze possono essere realmente diverse fra una persona e l’altra. In genere penso di si. Sono disposto ad ammettere, forse sorprendendo i suoi lettori, che i trattamenti farmacologici – combinati con la psicoterapia – possono in alcune occasioni essere utili, perfino necessari, per persone che soffrono di ansia veramente cronica ed incontenibile. Non sono, dunque, un fondamentalista che la pensa diversamente: il tipo che si oppone ai farmaci per qualsiasi cosa, senza considerare i vantaggi da essi offerti. I trattamenti farmacologici molto spesso riescono a mantenere in vita molte persone e ci proteggono dai danni prodotti da malattie e virus, a volte mortali: non si può non riconoscere questo fatto solo perché esso non rientra nella nostra visione dell’umanità o della società.

Ma la cura psichiatrica è una cosa differente, e mentre i suoi vantaggi in casi come la schizofrenia sono relativamente facili da quantificare (anche se il dibattito è ancora aperto), i suoi effetti collaterali sono ben documentati, gli effetti a lungo termine ancora in gran parte sconosciuti e gli effetti placebo piuttosto consistenti. I dati presentati dalla compagnie farmaceutiche al FDA (n.d.t. Food and Drug Administration, istituzione americana corrispondente al nostro Ministero della Salute) su questi antidepressivi sono state molto inconcludenti. L’effetto placebo è responsabile per almeno l’80% dei vantaggi percepiti attraverso l’uso del farmaco.

Ma non siamo al punto di poter escludere i possibili benefici per il restante 20%. Fino a che si può, è necessario mantenere una mentalità aperta su questi farmaci, mentre se ne sottolineano anche i rischi di assunzione e il bisogno di tracciare una chiara linea di demarcazione tra ansia acuta o depressione e normali timori o tristezza. Come diceva Freud, c’è un confine ben chiaro fra ‘tristezza isterica’ e ‘infelicità comune’.

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GP Aver detto che la ricerca psichiatrica e il DSM sono praticamente manovrati dalle industrie farmaceutiche le ha procurato qualche risposta, attacco, intimidazione ?

CL Sostanzialmente no, e spero che le cose restino così! Tutto quello che ho ricevuto sono un paio di email arrabbiate da parte di persone che gestiscono dei siti sull’ansia sociale, ma il rimprovero principale che mi fanno — che sto ignorando o minimizzando le sofferenze di chi soffre di ansia sociale — è facile da confutare, perché mi preoccupo di coloro che vivono queste situazioni di ansia cronica e pertanto non banalizzerei mai ciò essi sperimentano. E’ che non sono d’accordo con la modalità in cui l’ansia sociale è stata creata e promossa, includendovi la lista di sintomi che appartengono alla vita quotidiana e non alla malattia mentale. A questo punto è utile ricordare, come faccio nel mio libro, che la persona responsabile per il riconoscimento dell’ansia sociale (Isaac Marks, ora professore emerito di psichiatria presso la University of London) ha combattuto con forza contro il fatto che essa venisse considerata un particolare disturbo di ansia. Egli ha dichiarato che essa era, in generale, una reazione perfettamente normale allo stress prodotto dall’interazione con altre persone. In altre parole, siamo anormali se non sperimentiamo un po’ di questa ansia. Questi due fattori, mi sembra, sono importanti da tenere a mente.

GP Lei immaginava, scrivendo questo libro, che esso avrebbe provocato un tale clamore in tutto il mondo?

CL Onestamente non potevo prevedere quanto sarebbe stata grande la risposta. Certamente, sapevo che mi stavo occupando di un materiale provocatorio, perfino incendiario, che avrebbe disturbato molti dei personaggi principali. Quando si vede, nero su bianco, di che cosa discutevano e come si comportavano, essi non ne escono molto bene. Ma ciò che mi ha guidato attraverso la consultazione di questo materiale è che esso sia un fatto di interesse pubblico: abbiamo bisogno di conoscere molto di più sui disturbi che venivano proposti in modo così aggressivo negli anni novanta come problemi diffusi e dei farmaci che sono stati pubblicizzati con uguale zelo come loro rimedi.

Soprattutto dunque, volevo che la gente sapesse ciò che c’era dietro la creazione dei nuovi disturbi, in modo che essa potesse giudicare da sola se le condizioni erano state gonfiate o descritte in modo da creare un giusto allarme. Il mio libro non sferra pugni su questo: basandomi su tutti gli elementi di prova che ho potuto vedere (ne riproduco molti nel libro), credo sia chiaro che i problemi siano stati posti in modo esagerato e sproporzionato, con degli esperti che hanno dichiarato in modo molto serio che stiamo assistendo ad una ‘epidemia’ di timidezza. Ma le persone devono pensare con la propria testa su questi fatti, dopo aver consultato tutti gli aspetti presentati e valutato la storia da entrambi i punti di vista.

Dr. Giuliana Proietti
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

Giuliana Proietti psicologa
In presenza:  ANCONA ROMA FABRIANO CIVITANOVA MARCHE
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Tel. 347 0375949
g.proietti@psicolinea.it
Ultimo aggiornamento: Gen 5, 2022 @ 18:50

GP Il suo libro verrà pubblicato in lingua italiana?

CL Lo spero molto. Il prossimo anno uscirà in francese per le edizioni Flammarion e mi sembra di capire che la Yale Press sia in contatto, allo scopo, con altri editori europei. In Italia ho già pubblicato un saggio con Feltrinelli e sarei contento se questa o altre case editrici simili volessero pubblicare il libro in italiano.

Giuliana Proietti

Giuliana Proietti psicologa


Chi è Christopher Lane?

Christopher Lane è professore alla Pearce Miller Research presso la Northwestern University, Chicago. Insegna e scrive soprattutto sulla letteratura moderna inglese e sul periodo vittoriano. Oltre a Shyness: How Normal Behavior Became a Sickness (2007), ha scritto The Ruling Passion (1995), The Burdens of Intimacy (1999), and Hatred and Civility: The Antisocial Life in Victorian England (2004). Ha collaborato, come editor, alla stesura di The Psychoanalysis of Race (1998) e, come co-editor, a Homosexuality and Psychoanalysis (2001) ed ha contribuito al saggio “L’estetica transessuale di Mieli” su Mario Mieli: Elementi di critica omosessuale, nuova edizione (Milano: Feltrinelli, 2002).

Chris ha ricevuto incarichi di ricerca dalla Andrew W. Mellon Foundation, dalla British Academy, dall’ Emory University Research Council, dal Centre for Twentieth Century Studies, dall’ Alice B. Kaplan Humanities Institute, e dalla Fondazione Guggenheim.
I suoi scritti sono stati pubblicati in numerose riviste e collabora con Nineteenth-Century Gender Studies, Literature and Psychology, Discourse, The Journal for Lacanian Studies, ed il Journal for the Psychoanalysis of Culture and Society. Può essere contattato scrivendo a: “clane@northwestern.edu”.

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