Quando andava di moda la “psicoterapia nuda”

Quando andava di moda la psicoterapia nuda

Quando andava di moda la “psicoterapia nuda”

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La medicina ha senz’altro le sue colpe, nell’aver utilizzato ed autorizzato, per la cura della malattia mentale, strumenti come letti di contenzione, camicie di forza, celle d’isolamento, elettroshock ecc. Anche la psicologia però, nella sua storia, si è imbattuta in pratiche assai discutibili e distanti dai regolamenti etici e deontologici che oggi regolano, per fortuna, la nostra professione.

Ne è un esempio quella che venne chiamata la “psicoterapia nuda”.

Tutto iniziò nel 1933, quando uno psicologo, professore a Princeton e ex presidente della American Psychological Association, il Dr. Howard Warren, pubblicò un articolo in una delle principali riviste del settore, la Psychological Review, dal sorprendente titolo “Il nudismo sociale e il tabù del corpo“, contenente le sue riflessioni, dopo aver trascorso una settimana in un campo di nudisti tedeschi, un anno prima.

Era la prima volta che il nudismo veniva preso in seria considerazione dal mondo scientifico.  Warren ne parlava in termini terapeutici, mettendo in evidenza, in particolare, la mancanza di imbarazzo riscontrata fra i partecipanti del parco nudisti, oltre al ‘notevole miglioramento nel livello di salute generale delle persone’, nella prospettiva di un ideale ritorno alla natura.

Secondo Warren, infatti, i nudisti avevano una “visione del sesso più sana e relazioni più naturali tra uomini e donne”. Gli americani, secondo lo psicologo, erano psicologicamente danneggiati da quello che chiamava “tabù del corpo” e, a suo avviso, il modo in cui essi reprimevano la nudità pervertiva la loro sessualità.

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Molti altri articoli sull’argomento furono pubblicati negli anni successivi, che descrivevano le qualità del nudismo per la salute mentale delle persone, per l’educazione dei figli, ecc., ma fu solo negli anni della così detta “rivoluzione sessuale” che il fenomeno divenne di moda: fu infatti nel 1967 che lo psicologo Paul Bindrim elaborò e mise in pratica la sua “psicoterapia nuda”.

Lo scopo dichiarato della psicoterapia nuda era quello di “guidare i clienti verso il loro sé autentico attraverso la rimozione sistematica dei vestiti”. In altre parole, questa forma di terapia consisteva, nel modo più letterale possibile, nel mettere a nudo qualcuno, fino a mostrare il suo “vero sé”.

Bindrim, va detto, non era un ciarlatano, ma un professionista serio, qualificatosi presso le prestigiose Columbia e Duke University e, oltre tutto, si ispirava nell’elaborazione delle sue teorie, ad un altro nome eccellente della psicologia: Abraham Maslow, allora presidente della American Psychological Association, il quale nutriva interesse per gli effetti sociali e psicologici della nudità umana, come aveva scritto in un libro qualche anno prima:

“Penso ancora che il nudismo, semplicemente il mostrarsi a molte altre persone, sia di per sé una sorta di terapia.”

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Come molti psicologi dell’epoca, Bindrim aveva organizzato quelli che venivano chiamati seminari “maratona”, in cui 15-25 persone trascorrevano un giorno o due insieme, impegnati in esercizi psicologici sulla fiducia reciproca. L’idea alla base di queste maratone era che essere costretti a interagire con gli altri per un lungo periodo di tempo avrebbe portato le persone a togliersi definitivamente le maschere e ad esporre il loro vero io.

Le sessioni, che costavano tra 45 e 100 dollari, spesso iniziavano facendo in modo che le persone si guardassero a distanza ravvicinata, come una sorta di rompighiaccio. In seguito, si mettevano in circolo e iniziavano a condividere i loro segreti più intimi.

Queste sessioni avevano lo scopo di far perdere ai partecipanti l’ansia da prestazione e il senso di colpa. Come descritto in una rassegna storica del movimento:

I corpi vengono esposti e esaminati con rigore scientifico. Particolare attenzione viene rivolta alle aree più private del corpo e della mente, allo scopo di liberare il sé dai suoi vincoli socialmente imposti.

“Ecco dove si trova,” ha affermato Bindrim, indicando i genitali e l’ano di un partecipante, “è lì. Qui è dove siamo così dannatamente condizionati in modo negativo”… Determinati a sopprimere il ” senso esagerato di colpa” nel corpo. Bindrim ha ideato un esercizio chiamato ” osservazione dei genitali “in cui i partecipanti vengono istruiti a guardare i genitali degli altri e a rivelare le esperienze sessuali vissute e i sensi di colpa mentre sono nudi in cerchio con le gambe in aria … Bindrim ritiene che in questa posizione: “Presto ci si rende conto che l’estremità della testa e l’estremità della coda sono parti indispensabili della stessa persona, e che una parte è buona quanto l’altra”.

La maggior parte dei partecipanti erano persone che non si conoscevano fra loro, e che però si aspettavano di poter condividere un livello senza pari di apertura emotiva e fisica, con gli altri membri del gruppo.

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Sebbene la psicoterapia nuda inizialmente abbia ricevuto molta attenzione positiva da parte dei media, su riviste come Time e Life, alla fine fu, forse prevedibilmente, attaccata dai conservatori politici e religiosi che la ritenevano un oltraggio morale. Accademici e psicologi si divisero sulla psicoterapia nuda, che alcuni definivano una “minaccia alla dignità umana” e un “abbandono della scienza”. Nonostante il sostegno del presidente dell’APA Abraham Maslow, il comitato etico dell’associazione degli psicologi americani avviò un’indagine su Bindrim.

Peraltro, Bindrim si interessava anche a temi considerati ancor meno scientifici, come la parapsicologia (ma del resto, l’ancora stimatissimo Jung, non faceva altrettanto?) ed in particolare studiava la percezione extrasensoriale (ESP) insieme a JB Rhine, della Duke University, e si interessava di religione. Quando Bindrim si trasferì in California, per iniziare la sua attività privata a Hollywood, divenne anche ministro di culto per la “Chiesa delle Scienze Religiose”.


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Bindrim manipolava con cura la sua “massa umana” attraverso una serie di manifestazioni emotive. Miscelando psicoanalisi, religione e teoria umanista di Maslow, chiedeva ai suoi partecipanti di rimettere in scena i dolori e le frustrazioni della propria vita in modo da raggiungere uno stato psicologico liberato, “santificato”.

“L’idea è quella di regredire, se possibile, al trauma che ha causato il problema. Questo è il modo di avviarsi verso una esperienza di picco”

Sotto la pressione di doversi rivelare, i partecipanti offrivano i loro segreti più intimi e Bindrim magistralmente sceglieva quei drammi umani che potevano fornire il maggior effetto emotivo.

Per fare un esempio di cosa succedeva in queste maratone psicologiche, una volta un partecipante, “Bob”, si lamentò del fatto che sua moglie non gli dava amore: un altro partecipante, Paul, prese allora un pacco di riviste arrotolate su una panchina, lo mise nelle mani di Bob ed incitò quest’ultimo a “colpire la moglie, che non gli dava amore”.  E così Bob cominciò a colpire sempre più forte la panchina urlando ed imprecando, mentre il gruppo partecipava a questa esplosione di rabbia e di vendetta piangendo. Quando tutto finì, le persone erano esauste e nessuno si teneva più in piedi.

Negli anni ’80 le principali associazioni psicologiche e psichiatriche affermarono che la psicoterapia nuda era “non etica” e “ovviamente” sbagliata.

La terapia nuda non esiste più perché sarebbe incompatibile con il codice etico degli psicologi moderni. Detto questo, ci sono ancora alcune persone che vorrebbero riproporre la ” terapia nuda ” oggi, ma è importante notare che esse non hanno le credenziali per occuparsi seriamente di salute mentale.

Queste strane psicoterapie del secolo scorso tuttavia non vanno ridicolizzate: sono state un tentativo di cercare una forma più autentica di interazione umana, allo scopo di sconfiggere quei tabù sessuali che si ritenevano alla base di ogni tipo di nevrosi. Non hanno dato risultati positivi, ma del resto qualsiasi scienza avanza sul suo terreno per prove ed errori.

Dr. Giuliana Proietti

 

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Fonti:

The History of Nude Psychotherapy, PsychCentral
Journal of the History of the Behavioral Sciences
Psychology’s Short-Lived Experiment With Nude Psychotherapy

 



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