terapia riparativa omosessualità

A partire dal 1973 l’American Psychiatric Association (APA) ha cominciato a de-patologizzare l’omosessualità, escludendo l’orientamento omosessuale, in quanto tale, dalle patologie psichiatriche.

Alcuni psicologi non hanno condiviso questa decisione ed hanno accusato una ipotetica ‘lobby gay’ di voler ‘normalizzare’ ciò che invece è per loro ‘patologico’. Ma questi dissidenti non si sono fermati qui: hanno infatti messo a punto delle terapie specifiche per curare l’omosessualità, definendole ‘terapie riparative dell’omosessualità’.

I due principali teorici della terapia riparativa sono Charles Socarides e Joseph Nicolosi, il primo fondatore ed il secondo attuale presidente della NARTH (National Association for the Research and Therapy of Homosexuality), nata nel 1992. Questa associazione si rivolge ai non gay, cioè a quegli omosessuali che non accettano il loro orientamento sessuale e dunque non si riconoscono in una identità ed in uno stile di vita gay.

Socarides nel 1978 ha ipotizzato (Homosexuality: psychoanalytic therapy) che l’omosessualità maschile nasca nei primi tre anni di vita del bambino, a causa di un rapporto distorto tra madre e figlio. In particolare, la fase più importante da tenere in considerazione, per questo autore, sarebbe quella della separazione-individuazione (vedi Mahler e Goslimer, 1955). La potente simbiosi del bambino con la madre, che non riesce a canalizzarsi nella normale separazione e individuazione, cioè nel vedere sé stesso e la madre come due persone separate e distinte, porterebbe il piccolo ad avere un’identificazione femminile primaria con la madre.

Con queste premesse, Socarides propone un trattamento psicoanalitico, che sfrutti le potenzialità del transfert, per affrontare e risolvere il conflitto principale, abbandonando la condizione di omosessualità nevrotiva sviluppata, in favore dell’eterosessualità.

J. Nicolosi nel 1991 ha pubblicato Reparative Therapy of Male Homosexuality: a new clinical approach (tr. Omosessualità maschile: un nuovo approccio Ed. Sugarco Milano 2002). Questo autore punta invece il dito sul rapporto del figlio con la figura paterna. L’identità di genere verrebbe acquisita entro i primi tre anni di vita. Secondo Nicolosi, il bambino sposterebbe la propria identificazione dalla madre al padre: se il padre però non lo aiuta in questa fase di transizione (e non lo difende dalla madre, che invece vorrebbe continuare a lungo questa fase simbiotica) insorgono le condizioni che poi determinano l’omosessualità, ovvero il legame troppo stretto fra madre e figlio, con una figura paterna assente e comunque deficitaria nel suo compito di sviluppo.

Secondo questa teoria dunque il bambino svilupperebbe un distacco difensivo nei confronti del padre che lo ha respinto e della mascolinità in generale. Il distacco difensivo, secondo Nicolosi, produrrebbe un deficit sia nell’identità di genere, sia nella fiducia in sé e nella assertività. Nella fase di transizione erotica poi, fra i 13 ed i 15 anni, i bisogni di affermazione e identificazione insoddisfatti dal padre assumerebbero una connotazione sessuale. Il rapporto con un partner dello stesso sesso rappresenterebbe dunque per l’omosessuale l’unica possibilità per superare il senso di debolezza e incompetenza vissuto verso gli attributi fisici e sociali della mascolinità.

Il trattamento proposto da questo teorico prevede anzitutto il perdono del padre e l’abbandono della fantasia per la quale le attenzioni paterne, seppure negate in passato possano, nel momento presente, modificare la propria condizione di omosessualità.

L’idea di mascolinità del paziente dovrà dunque, nel corso della terapia, essere demistificata e rappresentata come una meta possibile, raggiungibile anche senza l’attività sessuale con un partner dello stesso sesso. Fondamentali diventano allora in questo approccio i rapporti di amicizia (non erotici) con altri uomini eterosessuali. Così l’attrazione omoerotica secondo Nicolosi si trasformerebbe in sentimenti di amicizia mentre si svilupperà nel contempo un interesse per persone del sesso opposto.

Un altro teorico, G. van den Aardweg – che nel 1997 ha pubblicato Una strada per il domani: guida all'(auto)terapia dell’omosessualità Città Nuova Editrice, 2004- ridimensiona il rapporto con i genitori e considera ‘periodo critico’ quello dell’adolescenza e dei rapporti fra coetanei. Il sentirsi inferiore agli altri, l’ammirazione per individui idealizzati dello stesso sesso, porterebbe all’attrazione erotica. Il metodo terapeutico indicato è quello dell’autoterapia, ovvero un comportamento segnato da un atto di volontà, accompagnato da preghiera, autodisciplina e sincerità. Dovrà poi essere applicato il metodo dell’ iperdrammatizzazione sviluppato da Arndt (1961), che si basa sull’esagerazione degli aspetti tragici e drammatici.

GA Reckers (1982- Growing Up Straight:What Families Should Know About Homosexuality, Moody Press Chicago) propone invece un approccio comportamentista dell’omosessualità, considerata un comportamento appreso che può essere prevenuto.Importante è l’educazione cristiana e il controllo delle amicizie del figlio da parte dei genitori. Come procedimento terapeutico viene suggerito quello classico della desensibilizzazione sistematica agli stimoli omosessuali e un training nelle abilità sociali finalizzato al superamento della timidezza, che non permetterebbe al paziente di avvicendarsi nelle relazioni eterosessuali.

Malgrado queste teorie siano avversate dall’APA e dal mondo scientifico della psicologia, esse si sono rapidamente diffuse negli Stati Uniti. Sbagliato, dicono i critici, è il presupposto stesso della terapia ‘riparativa’: l’omosessualità non è una malattia e dunque non va ‘riparata’. Moltissimi studi inoltre hanno dimostrato che la condizione omosessuale non è correlata ad una maggiore presenza di indicatori del disagio psichico rispetto all’eterosessualità.
AR Isay (1989 Essere omosessuali, Cortina, 1996) sostiene ad esempio che si è omosessuali dalla nascita e ciò che cambia è solamente il modo in cui si esprime tale tendenza nel corso degli anni.

Se l’omosessualità non è una patologia comunque, ciò non esclude che alcuni omosessuali non siano felici della loro condizione e desiderino effettivamente essere ‘riparati’. Del resto, lo stesso Nicolosi sostiene di volersi rivolgere a questo genere di pazienti e non a quelli che accettano la loro condizione e di essa ne sono ‘gay’ (=felici).

Ma come si fa a capire se un soggetto decide di sottoporsi ad una terapia riparativa perché ne è convinto o se lo fa perché spinto dal suo ambiente, dalla sua famiglia, che magari considera la sua omosessualità come un grave peccato?

Che dire poi dei risultati terapeutici? Scegliere la castità o cercarsi un partner eterosessuale significa essere ‘guariti’? Quanti omosessuali compiono già, senza alcuna terapia, questo genere di scelte, per difendersi dal pregiudizio sociale di una società omofoba? E poi, chi è bisex è in parte ‘guarito’ o non lo è per niente? C’è poi il problema del follow up: questi eterosessuali per ‘atto di volontà’, quanto tempo riescono a restare tali?

E se invece la terapia riparativa danneggiasse il paziente? Così la pensano coloro che sono contrari a questa terapia: illudere il paziente di poter cambiare l’orientamento sessuale e poi non riuscirvi potrebbe arrecare un grave danno all’equilibrio psicologico della persona. E, come si può immaginare, sentirsi falliti nel proprio gruppo sociale, colmi di vergogna per la propria inconfessabile condizione, può portare un soggetto alla depressione, se non al peggio.

Fonte: D. Stroscio, La terapia riparativa dell’omosessualità, Rivista di Sessuologia, CIS, vol. 31 n. 1, 2007

A cura di
Giuliana Proietti
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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
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3 thoughts on “La terapia riparativa dell’omosessualità”

  1. Francesco,senti,ma tu sei sicuro al 100% di essere etero e che un uomo non ti attrae nè fisicamente e nè mentalmente? sicuro?? guarda bene dentro di te…anche a me non piace il mio essere omosessuale, ma nonostante odio essere gay, non riesco a provare attrazione per le donne nè fisica nè emotiva…posso voler bene una donna, ammirarla, ma MAI amarla, poi dimmi qual è il tuo metodo di guarigione così lo provo anche io!

  2. Io sono un ex omosessuale e non uso il termine gay perché con questa parola si aprono una seri di scenari e stili di vita che non mi piacciono. Personalmente trovo nelle teorie di Nicolosi tutta la veritá della mia vecchia vita e quindi le reputo al 100% attendibili. Ringrazio il dott Nicolosi per i suoi studi e il coraggio di mettere in campo azioni contro tendenza perchè ci vuole coraggio per un professionista singolo di mettersi contro gli schemi prestabiliti. Dico solo che se un gay è davvero felice della sua situazione ci resti pure e la societá deve rispettare questo tipo di scelta ma se una persona che vive tale situazione con malessere e vuole cambiare deve essere data la possibilitá di farlo senza critiche degli altri gay e senza dire sopratutto che non si può cambiare perchè invece è possibile ed anche non troppo diffucile come si può pensare, esistono molte centinaia di casi e io sono uno di questi. Un ultima cosa vorrei dire anche se so che ai gay vi prego smettiamola come societá di stravolgere la veritá perchè non si vuole accettarla o per moda perchè la veritá è una sola e cioé che questi rapporti sono contro-natura perchè é basata su un attrazione verso lo stesso sesso i cui motivi alla base sono psicologici e che non portano a nulla l’atto sessuale esiste per prima cosa per procreare poi anche per godere. Poi ripeto una persona può scegliere di vivere come vuole ma consapevole della sua scelta, distruggiamo questo tipo di menzogna e siamo sinceri fino in fondo. Consiglio a tutti di pensare se si é davvero felici e come uno vuole vivere la propria vita. Il passo piú difficile per chi vuole cambiare è quello di decidere di farlo sul serio il resto é tutto piú semplice.
    Auguri a tutti per una vita piena, Francesco.

    1. sicuramente sei o un predicatore di radio mario o una persona pagata per fare disinformazione,la omosessualità non è una scelta ma uno scoperta e non esistono cure ,terapie o medicine!guarda i video su youtube del brasiliano marcos feliciano e vedrai a cosa mi riferisco (tutte bufale religiose queste fantomatiche terapie),te semplicemente hai trovato una persona che ti ha fatto reprimere (SOLO MOMENTANEAMENTE) i tuoi impulsi omosessuali,fino a quando non ritorneranno con molta più violenza di prima.Consiglio a tutti gli omosessuali che leggono le parole del gay guarito qua sopra,di cercare la felicità in loro stessi,di accettarsi,di amarsi e di non usare droghe.Tutte le altre sono inutili fandonie !!!

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