seconda conferenza
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A sinistra: Ingresso della Clark University

La seconda delle cinque conferenze che Freud tenne in America dal 6 al 10 settembre 1909 presso la Clark University di Worcester (Boston) iniziò così:

“Signore e signori, più o meno nello stesso periodo in cui Breuer applicava la “talking cure” alla sua paziente, a Parigi il maestro Charcot iniziava, sulle isteriche della Salpêtrière, quelle ricerche che dovevano portare a una nuova comprensione della malattia. I risultati non erano ancora conosciuti a Vienna. Ma quando, circa dieci anni dopo, Breuer e io pubblicammo la nostra comunicazione preliminare sui meccanismi psichici dei fenomeni isterici, così com’erano scaturiti dal metodo catartico impiegato sulla prima paziente di Breuer, eravamo entrambi ancora affascinati dagli esperimenti di Charcot”.

Freud spiega dunque come, insieme a Breuer, giunse ad equiparare le esperienze patogene dei pazienti, esperienze che agivano come traumi psichici, a quei traumi fisici cui Charcot attribuiva un ruolo determinante nella genesi delle paralisi isteriche; e la stessa ipotesi breueriana degli stati ipnoidi altro non era che una eco del fatto che Charcot era riuscito a riprodurre artificialmente sotto ipnosi tali paralisi traumatiche.

Ma il grande ricercatore francese, dice ancora Freud, del quale fu lui stesso allievo negli anni 1885-86, non era per natura portato alla creazione di teorie psicologiche. Fu il suo allievo P. Janet il primo che tentò di penetrare più in profondità nei meccanismi psichici dell’isteria. “E noi –ricordò Freud – seguimmo il suo esempio allorché ponemmo come cardini della nostra teoria la scissione psichica e la dissociazione della personalità”.

Ed ecco la teoria di Janet, secondo la rilettura che ne fece Freud:

“Janet ci presenta una teoria sull’isteria che si inquadra in quelle dottrine sull’eredità e sulla degenerazione, dominanti in Francia. Secondo la sua ipotesi, l’isteria è una forma di alterazione degenerativa del sistema nervoso che si manifesta sotto l’aspetto di una “debolezza” congenita delle funzioni psichiche di sintesi. L’isterico è costituzionalmente incapace di stabilire una correlazione e un’unificazione delle diverse manifestazioni psichiche: ne consegue una tendenza alla dissociazione psichica. Se mi concedete di farvi un esempio chiaro anche se banale, l’isterica di Janet mi fa venire in mente una donna deboluccia che, dopo aver fatto la spesa, se ne torna a casa carica di pacchi e pacchettini di ogni tipo. Non riuscendo a trattenere con le due braccia e le dieci dita tutto quel mucchio di fagotti, ecco che ne fa cadere uno. Si china allora per raccoglierlo, ma un altro gli sfugge e così via”.

Ma questa presunta debolezza psichica degli isterici si accordava male, secondo Freud, con il fatto che, in questi pazienti, oltre al fenomeno della riduzione del rendimento, si potevano osservare, a mo’ di compensazione, esempi di un incremento parziale di alcune capacità. Così, quando la paziente di Breuer aveva dimenticato la sua lingua madre e tutte le altre che conosceva, tranne l’inglese, la padronanza di questa lingua raggiunse un grado tale che se le si presentava un libro in tedesco, lei ne poteva dare una traduzione scorrevole e perfetta a prima vista.

Quando, in seguito, Freud si accinse a proseguire per conto suo le ricerche iniziate da Breuer, ben presto approdò a un’altra teoria sull’origine della dissociazione isterica (o scissione della coscienza).

Considerato le accuse di plagio che vennero rivolte a Freud nei confronti di Janet, è utile conoscere il suo punto di vista in merito, che espresse a questo punto della seconda conferenza:

“Era inevitabile che le mie teorie dovessero divergere ampiamente e in modo radicale, poiché, a differenza di Janet, io non partivo da ricerche di laboratorio bensì da tentativi di terapia. Ma soprattutto io ero spinto da necessità di ordine pratico”.

Il metodo catartico, così come lo applicava Breuer, supponeva che il paziente fosse messo in ipnosi profonda, dato che solo in ipnosi si potevano scoprire le sue associazioni patogene, di cui egli in condizioni normali non era cosciente. Ora, ben presto presi in antipatia l’ipnosi, che consideravo un sussidio immaginoso e, direi quasi, un po’ mistico; e quando mi resi conto che, malgrado tutti miei sforzi, non riuscivo a ipnotizzare in alcun modo nessuno dei miei pazienti, indirizzai tutti i miei sforzi a lavorare con loro in stato normale, anche se ciò poteva sembrare a prima vista un’impresa insensata e inutile.
Il problema era: scoprire nel paziente qualcosa che né il medico né lui stesso conoscevano.

Come si poteva sperare che un metodo simile funzionasse? A questo punto, ricordò Freud, gli venne in aiuto il ricordo di un interessante e istruttivo procedimento che aveva osservato nella clinica di Bernheim a Nancy. Bernheim aveva dimostrato che individui messi in uno stato di sonnambulismo ipnotico e sottoposti a ogni genere di esperimento, avevano solo apparentemente perduto il ricordo di questi esperimenti sonnambulici, tant’è vero che il loro ricordo poteva essere risvegliato perfino in stato di normalità. Quando egli li interrogava sulle esperienze provate nello stato sonnambulico, lì per lì i soggetti dicevano di non ricordare nulla, ma se Bernheim insisteva, incalzava, affermava che essi invece “sapevano”, ecco che i ricordi dimenticati riaffioravano immancabilmente.

Ebbene, con i suoi pazienti Freud adoperò questo sistema.

Quando, nel corso del trattamento, i pazienti dichiaravano di non sapere più nulla, Freud insisteva, incalzava, affermava che invece essi sapevano, che dovevano solo tirarlo fuori e, continuò Freud, “arrischiavo perfino di affermare che il ricordo che sarebbe emerso, nel momento in cui posavo la mano sulla fronte del paziente, era proprio quello che cercavamo”.

Senza ricorrere all’ipnosi dunque, Freud affermò di essere riuscito a sapere dal paziente tutto quanto occorreva per la creazione dei legami associativi tra le scene patogene dimenticate e i sintomi che ne erano residuati.

Il procedimento utilizzato, per sua stessa ammissione, era “complicato e alla lunga estenuante“, e per di più non si prestava a una tecnica precisa.

Una volta assodato che i ricordi dimenticati non erano affatto perduti, ma rimanevano patrimonio del paziente, Freud li immaginò come sempre pronti a riemergere e a formare associazioni con altri contenuti psichici, se non vi fosse stata una forza indeterminata che impediva loro di diventare consci, per cui erano costretti a rimanere nell’inconscio.

Come gli era venuta in mente questa forza che si opponeva al riemergere dei ricordi? Freud lo spiegò con queste parole:

“Che tale forza esistesse, si poteva arguire sicuramente, poiché quando si cercava di riportare i ricordi inconsci nella coscienza del paziente, opponendosi in tal modo a detta forza, si aveva la sensazione che il soggetto doveva fare un notevole sforzo per cercare di superarla. Si poteva avere un’idea di questa forza, responsabile del mantenimento della situazione patologica, dalla resistenza del paziente. Ora, è su questo concetto di RESISTENZA che io ho basato la mia teoria dei processi psichici nell’isteria”.

Per guarire il paziente era necessario superare questa forza. Le forze che si opponevano, sotto forma di resistenze, al riemergere nella coscienza delle idee dimenticate, erano le stesse che avevano provocato l’oblio, rimuovendo dalla coscienza le esperienze patogene. Questo ipotetico meccanismo fu denominato “rimozione“, fondato sulla “esistenza innegabile” della resistenza.

Quando un desiderio si trovava in netto contrasto con tutti gli altri desideri dell’individuo, e si dimostrava incompatibile con le esigenze etiche, estetiche e soggettive della personalità del paziente, c’era, per Freud un breve conflitto interiore, la cui conclusione era appunto la rimozione dell’idea che si presentava alla coscienza come vettrice del desiderio incompatibile. Una volta avvenuta la rimozione dalla coscienza, si stabiliva l’oblio.

L’incompatibilità della rappresentazione ideativa con l’Io del paziente costituiva dunque il motivo della rimozione; le componenti etiche e le altre esigenze dell’individuo erano le forze rimoventi. La presenza del desiderio inaccettabile, o la durata stessa del conflitto, avrebbero dunque indotto uno stato di intensa sofferenza psichica; tale sofferenza era appunto evitata dalla rimozione. In tal caso, un simile processo viene evidentemente a costituirsi come un meccanismo di difesa della personalità.

E qui Freud parlò del caso clinico di “Fräulein Elisabeth von R.” , lo pseudonimo che di Ilona Weiss, una ragazza di origine ungherese: questo caso era stato descritto anche negli Studi sull’isteria (1895). Freud aveva trattato questa paziente dall’autunno 1892 al Luglio 1893.

Si trattava di una ragazza, profondamente attaccata al padre, morto poco tempo prima e che lei aveva assistito (situazione analoga a quella della paziente di Breuer). Dopo il matrimonio della sorella maggiore, cominciò a provare una particolare simpatia per il cognato, simpatia che veniva interpretata come normale affettuosità familiare. Ora, mentre la paziente e la madre erano assenti, la sorella, improvvisamente si ammalò e morì. Le due donne vennero urgentemente richiamate, senza che però venisse rivelata completamente la dolorosa circostanza. Mentre la ragazza si trovava accanto al letto della sorella morta, per un attimo le balenò in mente un’idea, che potrebbe essere così espressa a parole: “Ora è libero e mi può sposare”. Possiamo senz’altro pensare che questa idea, proprio perché svelava alla sua coscienza il grande amore per il cognato, amore che non era mai stato coscientemente avvertito, fu immediatamente consegnata alla rimozione dalla rivolta dei suoi sentimenti. La ragazza si ammalò con gravi sintomi di isterismo e, quando mi accinsi a trattarla, sembrava che avesse completamente dimenticato la scena al capezzale della sorella e il desiderio egoistico e innaturale che era insorto. Nel corso della terapia ricordò tutto, riproducendo il momento patogeno con tutte le manifestazioni di un’intensa emozione, e così il trattamento la guarì”.

Con un pezzo di singolare bravura retorica, per destare l’attenzione del suo uditorio, a questo punto Freud continuò così:

“Ma credo di potervi dare un’idea più concreta del meccanismo di rimozione e dei suoi inevitabili rapporti con la resistenza del paziente, ricorrendo a un esempio più spicciolo, tratto dalla situazione in cui appunto ci troviamo. Supponete che qui, in questa sala e in questo uditorio, per la cui esemplare attenzione e compostezza la lode non sarà mai adeguata, vi sia un individuo che arrechi disturbo e, ridendo maleducatamente, vociando, strisciando i piedi, distragga l’attenzione dal mio compito. Io vi comunico che, in queste condizioni, non posso procedere con la conferenza e allora, fra voi, si alzano parecchie persone robuste e, dopo una breve colluttazione, espellono dalla sala il perturbatore della quiete. Costui è ora “rimosso” e io posso riprendere la conferenza. Ma, affinché il disturbo non si ripeta, nel caso cioè che l’individuo appena espulso cercasse di rientrare a forza nella sala, i signori che hanno raccolto il mio invito, mettono le loro sedie contro la porta e lì si piazzano come una “resistenza” che mantenga la rimozione. Ora, se trasferite alla psiche i due ambienti, chiamando l’interno di questa stanza “conscio” e l’esterno “inconscio”, avrete un esempio abbastanza eloquente del meccanismo di rimozione”.

Dopo una ulteiore precisazione sulla differenza fra le sue teorie della scissione psichica da quelòle di Janet ( “Noi non facciamo derivare la scissione psichica da una mancanza congenita dell’apparato psichico a operare la sintesi delle esperienze, ma la spieghiamo dinamicamente con un conflitto di forze psichiche opposte, e vi ravvisiamo il risultato di una lotta attiva tra ogni complesso psichico“), Freud ammette che con” l’ipotesi della “rimozione” noi ci situiamo non alla fine ma addirittura all’inizio di una teoria psicologica. Ma possiamo procedere solo facendo un passo alla volta; esaurire le nostre conoscenze richiede ulteriore e più completo lavoro”.

Tornando alla rimozione, presentata con l’esempio dell’espulsione del disturbatore e con l’installazione dei sorveglianti alla porta, Freud avverte che l’espulso, furioso e incurante delle conseguenze, potrebbe ancora dare filo da torcere. Essersi liberati della sua presenza e dei suoi comportamenti scorretti non significa essersene liberati del tutto: “quello fuori fa un baccano d’inferno, anzi con le sue urla e il suo tempestare di pugni la porta, disturba più di prima la mia conferenza. In questo frangente sarebbe accolto entusiasticamente l’eventuale intervento del nostro onorevole rettore, Stanley Hall, nelle vesti di paciere e di mediatore. Egli parlamenterebbe fuori con quell’agitato e quindi si rivolgerebbe a noi pregando di riammetterlo dietro sua promessa di comportarsi più decorosamente. Data l’autorità del dottor Hall, decidiamo di interrompere la rimozione ed ecco di nuovo la pace e la tranquillità. Ci sembra di aver dato così una discreta illustrazione del compito che spetta al medico nella terapia psicoanalitica delle nevrosi”.

Per dirla più esplicitamente: “lavorando con pazienti isterici e altri nevrotici, siamo arrivati alla conclusione che essi non sono riusciti a rimuovere completamente l’idea cui è legato il desiderio incompatibile. E’ vero che essi l’hanno estromessa dalla coscienza e dalla memoria, risparmiandosi, apparentemente, una bella dose di sofferenza psichica, MA NELL’INCONSCIO IL DESIDERIO RIMOSSO CONTINUA A ESISTERE, aspettando solo un’occasione per riattivarsi, e alla fine riesce a inviare alla coscienza, invece dell’idea rimossa, una formazione sostitutiva, deformata e irriconoscibile, a cui si legano quelle stesse sensazioni spiacevoli che il paziente credeva di aver liquidato per mezzo della rimozione”.

“Questo “sostituto” dell’idea rimossa – il sintomo – è al riparo da ogni ulteriore attacco da parte delle difese dell’Io e invece di un conflitto acuto si stabilisce una sofferenza durevole. Noi possiamo rintracciare nel sintomo, oltre ai segni della trasformazione, certe analogie residue con l’idea originariamente rimossa; durante il trattamento psicoanalitico del paziente è possibile scoprire il modo con cui è stata costruita la forma sostitutiva; e per la guarigione del paziente è necessario che il sintomo sia ricondotto, per la stessa strada, all’idea rimossa. Se questo materiale rimosso viene reintegrato nelle funzioni psichiche coscienti – un processo, questo, che presuppone il superamento di notevoli resistenze – il conflitto psichico che ne scaturisce, quello stesso che il paziente desiderava evitare, può essere, con la guida del medico, risolto più felicemente che non ricorrendo alla rimozione”.

Ed ecco la terapia, che forse più di ogni altra cosa gli americani aspettavano di conoscere meglio:

“Esistono varie modalità di soluzione che pongono brillantemente fine al conflitto e alla nevrosi; in casi particolari si può tentare di applicarne parecchie contemporaneamente. A questo punto o si può convincere il paziente di aver sbagliato a rifiutare il desiderio patogeno, che viene fatto accettare, in tutto o in parte; o si dirige il desiderio stesso verso uno scopo più elevato, esente da qualsiasi censura, per mezzo della cosiddetta sublimazione; o ancora si riconosce che il rifiuto era giustamente motivato, e il meccanismo automatico – e quindi insufficiente – della rimozione viene rinforzato dalle facoltà psichiche più elevate dell’uomo; in tal caso il paziente riesce a dominare i suoi desideri col pensiero cosciente”.

Conclusione della seconda conferenza:

“E ora perdonatemi se non sono riuscito a presentarvi in modo più chiaro questi principali aspetti del trattamento oggi noto come “psicoanalisi“; il fatto è che le difficoltà non risiedono solo nella novità dell’argomento. Forniremo in seguito altri dettagli sulla natura dei desideri incompatibili, che riescono a esercitare il loro influsso dall’inconscio, nonostante la rimozione, e sul problema dei fattori soggettivi e costituzionali che intervengono nel fallimento della rimozione, per cui si vengono a creare le trasformazioni sostitutive o sintomi”.

Di questo si parlerà nella terza conferenza.

Freud, Cinque conferenze sulla psicoanalisi, Boringhieri

Dott.ssa Giuliana Proietti 

Freud tenne cinque conferenze sulla psicoanalisi, dal 6 al 10 settembre 1909 negli Stati Uniti, presso la Clark University di Worcester (Boston). Qui approfondiremo i temi della terza conferenza.

Freud partì con un inizio a sorpresa:

“Signore e signori,

non è sempre facile dire la verità, specialmente quando si deve essere brevi, e così oggi devo correggere un’affermazione inesatta che ho fatto nella conferenza precedente”.

Freud ricordò dunque quanto aveva già riferito nelle conferenze precedenti, in particolare di quando, una volta abbandonata l’ipnosi, egli esortasse i suoi pazienti a riferirgli tutto ciò che veniva loro in mente in rapporto al problema su cui stavano lavorando, dicendo loro che avrebbero ricordato ciò che sembrava avessero dimenticato e che l’idea che affiorava nella coscienza avrebbe certamente contenuto il ricordo che stavano cercando. Ricordò inoltre di aver affermato che la prima idea dei pazienti conteneva l’indicazione esatta, dimostrando così di essere la propaggine dimenticata del ricordo.

“In effetti, le cose non stanno così; io ho dovuto semplificarle al massimo per ragioni di brevità. Infatti solo le prime volte soleva accadere che il vero materiale dimenticato emergesse semplicemente grazie alle insistenze da parte mia. Se si proseguiva l’esperienza, emergevano sì idee, ma non erano quelle pertinenti, non servivano ai nostri fini, e gli stessi pazienti le respingevano come inesatte. In tal caso, insistere non serviva a niente e quasi ci si pentiva di aver abbandonato l’ipnosi”.

In queste condizioni di perplessità, Frue dricordò dunque di essersi aggrappato ad un pregiudizio, che in seguito l’amico C. G. Jung dell’Università di Zurigo e i suoi allievi dimostrarono possedere un fondamento scientifico. Secondo Freud avere pregiudizi spesso si dimostra cosa molto utile. Lui ad esempio aveva attribuito grande importanza al rigoroso determinismo dei processi psichici e non poteva ammettere che una qualche idea che si presentasse al paziente in uno stato di attenzione concentrata, potesse essere del tutto arbitraria e priva di ogni rapporto con l’idea dimenticata che si stava cercando.

Nei pazienti che che trattava, esistevano due forze contrastanti: da una parte lo sforzo cosciente di richiamare nella coscienza l’esperienza dimenticata rimasta nell’inconscio; dall’altra la nota resistenza che si opponeva all’affiorare dell’idea rimossa o delle sue associazioni nella coscienza. Se tale resistenza era nulla o molto leggera, il materiale dimenticato poteva diventare conscio senza deformazioni. Era dunque lecito supporre che la deformazione era tanto più completa quanto più grande era la resistenza all’affiorare dell’idea. Di conseguenza, i pensieri che affioravano alla coscienza del paziente in luogo delle idee cercate erano costituite esattamente come sintomi; erano cioè formazioni sostitutive, nuove, artificiali, effimere, delle idee rimosse, e ne differivano, esattamente nella misura in cui erano state più o meno deformate ad opera delle resistenze. Per la loro natura di sintomi, tali formazioni sostitutive dovevano comunque presentare una certa analogia con le idee che formavano l’oggetto della loro ricerca; e quando la resistenza non era eccessiva, era possibile scoprire, in base alla natura di queste idee affioranti, l’elemento nascosto.
Si trattava cioè di una specie di allusione che si riferiva all’idea rimossa, come una rappresentazione della stessa cosa, in termini INDIRETTI.

A questo punto Freud introduce l’argomento del motto di spirito, argomento su cui aveva pubblicato un libro nel 1905. Lo fa raccontando un aneddoto:

“Due uomini d’affari privi di scrupoli, che per certe fortunate speculazioni erano riusciti ad accumulare un’ingente ricchezza, cercavano in tutti i modi di entrare nell’alta società. Fra i vari mezzi escogitati, pensarono fosse molto opportuno farsi ritrarre dal più famoso (e caro) pittore della città, un artista i cui dipinti venivano salutati come avvenimenti. Le preziose tele vennero dunque esposte per la prima volta in una serata di gala e i padroni di casa pilotarono il più autorevole critico d’arte verso la parete del salone dove erano appesi i ritratti, perché esprimesse il suo lusinghiero parere. Il critico osservò a lungo, si guardò intorno come se cercasse qualcosa, finché indicando lo spazio vuoto fra i due quadri, chiese: “E Gesù dove sta?”

Non sappiamo la reazione dell’uditorio, ma possiamo immaginarla continuando ad ascoltare come Freud proseguì.

“Vedo che ve la ridete tutti a questo esempio di motto di spirito; ora cercheremo di analizzarlo”.

E’ chiaro, disse Freud, che il critico intendeva dire: “Siete una bella coppia di ladroni, come quelli fra i quali fu crocefisso Gesù”. Ma egli non dice proprio così, e si esprime invece in un modo che lì per lì non sembrava né pertinente, né riferibile in qualche modo al soggetto in discussione, ma che, subito dopo, noi riconosciamo come una ALLUSIONE all’insolenza che aveva in mente, e quindi come una perfetta formazione sostitutiva.

Ora, nel caso del motto di spirito, non si può pretendere di trovare tutti quei rapporti che la teoria freudiana presume all’origine delle idee affioranti nei pazienti, ciò che si voleva sottolineare era l’importanza dell’identità dei motivi presenti nel motto di spirito e nell’idea che affiora all’improvviso.

Domanda retorica: “Come mai il critico non disse direttamente ciò che aveva da dire ai due manigoldi”?

Risposta e spiegazione del lapsus : ” Perché, accanto al desiderio di parlare francamente, agiscono in lui potenti motivi contrastanti. Potrebbe intanto essere pericoloso offendere persone di cui si è ospiti e che potrebbero chiamare in aiuto robusti domestici. Si potrebbe fare cioè la stessa fine dell’intruso che ho citato nella precedente conferenza per spiegarvi la rimozione. Per tale motivo, il critico non pronuncia direttamente la sua frase offensiva, ma in modo deformato, come “un’allusione con omissione”.

Lo stesso meccanismo entrerebbe in gioco, secondo l’ipotesi freudiana, quando il paziente presenta l’idea affiorante come formazione sostitutiva dell’idea dimenticata che si stava cercando.

A questo punto Freud fece lui stesso un’allusione, precisamente alla scuola di Zurigo, la cui adesione ai principi psicoanalitici risultò molto importante per il successo delle sue teorie. Parlò dunque del “complesso”, un concetto elaborato da Jung.

“Signore e signori, ci sembra molto utile, a questo punto, sulla scia della scuola di Zurigo (Bleuler, Jung e altri) designare come “complesso” un gruppo di idee tra loro collegate e dotate della stessa carica affettiva. Possiamo dunque affermare che quando noi partiamo dai ricordi più recenti del paziente alla ricerca di un complesso rimosso, con tutta probabilità riusciremo a scoprirlo, a patto che il paziente ci comunichi un numero sufficiente di idee così come gli vengono in mente”

A questo punto Freud delineò i principi su cui si basa la tecnica terapeutica, che sono ancora oggi seguiti, anche in approcci terapeutici diversi e lontani dalla psicoanalisi:

Occorre lasciar parlare liberamente il paziente su qualsiasi argomento, attenendosi appunto all’ipotesi che niente gli verrà in mente che non abbia un qualche rapporto indiretto con il complesso che si cerca.

Anche adoperando questa tecnica, il paziente potrebbe fermarsi, trovarsi cioè a un punto morto, convinto di non aver più niente da dire. In realtà, dice Freud, una simile mancanza di idee in realtà non si verifica mai: essa compare solo quando il paziente, per effetto della resistenza – mascherata come giudizio critico della validità dell’idea che gli è venuta in mente – non la comunica o la respinge.

Si può preventivamente mettere in guardia il paziente su questo problema, consigliandolo di non tenere assolutamente conto del suo atteggiamento critico. Abbandonando completamente ogni selezione critica, egli deve dire tutto ciò che gli viene in mente, anche se lo considera non essenziale, non pertinente, o addirittura privo di senso; a maggior ragione quando si tratta di un’idea su cui è spiacevole soffermarsi.

Per Freud queste idee affioranti alla coscienza, che il paziente ritiene di scarsa importanza, quando si trova sotto l’influsso della resistenza e non sotto quello del medico, sono per lo psicologo come un minerale che, con il semplice metodo dell’interpretazione, egli trasforma dallo stato grezzo a nobile metallo.

Noblesse oblige, a questo punto Freud citò gli studi condotti da Jung sul metodo associativo.

“Questo metodo è per lo psicologo ciò che è per il chimico l’analisi qualitativa; e se può essere trascurato nella terapia di pazienti nevrotici, esso è invece indispensabile nelle indagini sulle psicosi, intraprese dalla scuola di Zurigo con brillanti risultati”.

Oltre al metodo d’indagine descritto, Freud ne citò altri due: l’interpretazione dei sogni e la valutazione degli atti mancati e degli atti casuali del paziente.

L’interpretazione dei sogni era allora un’arte propria degli indovini, strettamente legata a pratiche magiche e non certo era materia di studio per uno scienziato. Ecco dunque il motivo per cui Freud sentì il bisogno di fare alcune precisazioni :

“A questo punto, miei pregiati ascoltatori, dovrei dirvi che ho a lungo esitato se invece di questa frettolosa rassegna di tutto il campo della psicoanalisi non sarebbe stato meglio presentarvi piuttosto una descrizione completa ed esauriente dell’analisi dei sogni; ma contro quest’ultima scelta mi ha trattenuto un motivo squisitamente soggettivo e, in apparenza, secondario. Non mi è sembrato infatti adatto, in questo paese tutto dedito a realizzazioni pratiche, atteggiarmi a “interprete di sogni”, almeno prima che vi si presentasse il modo di scoprire quanta importanza meriti quest’arte, antica e disprezzata. In realtà l’interpretazione dei sogni è la “via regia” per l’interpretazione dell’inconscio, il terreno più solido della psicoanalisi e un campo in cui ogni operatore deve raggiungere certe convinzioni e formarsi una preparazione. E se mi si chiedesse come si fa a diventare psicoanalisti, risponderei: con lo studio dei propri sogni. Fino ad ora gli avversari della psicoanalisi si sono, con molto tatto, astenuti da qualsiasi critica al mio libro L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI o hanno tentato di trascurarlo servendosi delle più superficiali obiezioni.
Se voi, invece, vorrete dedicarvi alla soluzione del problema dei sogni, vedrete che le novità che la psicoanalisi presenta al vostro pensiero non costituiranno più alcuna difficoltà. Dovreste ricordare che le nostre produzioni oniriche notturne presentano notevolissime analogie di forma e affinità di contenuto con le creazioni dello psicotico, pur essendo perfettamente compatibili con la più assoluta normalità nella vita di veglia. Non ci sembra allora assurdo affermare che chiunque consideri queste normali illusioni sensoriali, questi deliri e alterazioni della personalità, motivo di meraviglia anziché di considerazione, non ha la minima probabilità in più di un profano di comprendere le creazioni abnormi degli stati mentali patologici. E state pur sicuri che oggi nel gruppo dei profani potete includere tutti gli psichiatri”.

Frued chiese dunque all’uditorio di seguirlo in una breve incursione nel dominio della problematica onirica.

“Allo stato di veglia siamo abituati a tenere i sogni nella stessa scarsa considerazione in cui i pazienti tengono le associazioni di idee richiestegli dallo psicoanalista.
E’ evidente che noi li rifiutiamo dato che li dimentichiamo subito e completamente.
La scarsa importanza che noi attribuiamo ai sogni è basata, per quelli che non sono confusi e privi di senso, sulla sensazione che essi siano estranei alla nostra personalità; per tutti gli altri, appunto sulla loro assurdità e insensatezza. Il nostro rifiuto è poi sostenuto dalla completa assenza di ogni senso di vergogna e sui desideri immorali che appaiono chiaramente in molti sogni. Com’è noto,
gli antichi non condividevano la scarsa importanza che noi attribuiamo ai sogni: e ancora oggi le classi inferiori del popolo sono molto attaccate al valore che danno ai sogni, attendendosi comunque da essi, così come facevano gli antichi, la rivelazione del futuro”.

Freud precisò ancora che non voleva assolutamente ricorrere ad ipotesi mistiche per colmare le lacune delle attuali conoscenze, e del resto non era mai riuscito a trovare niente che convalidasse l’ipotesi della natura profetica dei sogni. Probabilmente qui la precisazione è diretta a Jung, il discepolo prediletto, che invece sulla materia dei sogni e sulle “ipotesi mistiche” come Freud le definì, aveva concezioni completamente diverse.

E ancora, sulle teorie del sogno, in particolare dei sogni dei bambini:

Per cominciare, non tutti i sogni sono così incomprensibili, confusi ed estranei alla personalità del sognatore. Se appena ci si prendesse la briga di riflettere sui sogni dei bambini dall’età di un anno e mezzo in poi, li troveremmo molto semplici e facilmente analizzabili. Il bambino sogna sempre l’appagamento di desideri sorti in lui il giorno prima e che non soddisfatti. La soluzione è così semplice che non serve nessuna arte di interpretazione: basta solo indagare sulle esperienze fatte dal bambino il giorno precedente (“il giorno del sogno”).

… E per quanto riguarda i sogni degli adulti? Ecco cosa disse Freud:

“In generale i sogni degli adulti hanno un contenuto talmente incomprensibile che l’appagamento di desiderio è l’ultima cosa che vi si manifesta. Ma noi replichiamo: questi sogni hanno subìto un processo di deformazione, nel senso che il contenuto psichico che ne è alla base era destinato originariamente a un’espressione verbale completamente diversa. E’ perciò d’uopo distinguere tra il CONTENUTO ONIRICO MANIFESTO, quello che solo confusamente ricordiamo al mattino e che cerchiamo di esprimere con parole in apparenza arbitrarie, e i PENSIERI ONIRICI LATENTI la cui esistenza dobbiamo ammettere nell’inconscio”.

Tale deformazione onirica identica a quella già illustrata nell’indagine sulle produzioni (sintomi) dei soggetti isterici; e sta a indicare che nella formazione dei sogni e nella formazione dei sintomi interviene lo stesso conflitto di forze psichiche.

Il contenuto onirico manifesto è la formazione sostitutiva, deformata, dei pensieri onirici inconsci, e la deformazione è dovuta al lavoro delle forze di difesa dell’Io, cioè delle resistenze. Queste, infatti, allo stato di veglia, bloccano l’accesso alla coscienza dei desideri rimossi: e perfino nell’abbandono del sonno sono ancora abbastanza intense da costringere i desideri stessi a nascondersi dietro una sorta di travestimento.

“Perciò – disse Freud – chi sogna conosce così poco il significato dei suoi sogni, proprio come l’isterico così poco sa sui rapporti e il significato dei suoi sintomi”.

Per fare l’analisi dei sogni occorre dunque prescindere completamente dalle connessioni apparenti che intercorrono fra gli elementi del sogno manifesto e cercare invece le idee affioranti, quelle cioè che emergono per mezzo delle associazioni libere, secondo le regole della psicoanalisi, da ogni singolo frammento onirico. E’ da questo materiale che si possono individuare i pensieri onirici latenti, proprio come dalle fantasie connesse con i sintomi e i ricordi si scoprono i complessi latenti del paziente. Dai pensieri onirici latenti, in tal modo svelati, vi accorgerete subito come sia perfettamente legittimo interpretare i sogni degli adulti con lo stesso metro usato per quelli dei bambini. Ciò che viene a prendere il posto del contenuto onirico manifesto è il significato reale del sogno chiaramente comprensibile, collegato con le impressioni del giorno precedente, e che appare come l’appagamento di un desiderio insoddisfatto.
“Il sogno manifesto che ricordiamo al risveglio può dunque essere definito un appagamento DEFORMATO di desideri rimossi.”

Freud parlò dunque del lavoro onirico, della condensazione e dello spostamento.

“Il lavoro onirico è un caso particolare di inter-reazione tra raggruppamenti psichici diversi, e come tale è la risultanza di una dissociazione psichica; e in tutti i suoi aspetti essenziali sembra identico a quel lavoro di deformazione che trasforma i complessi rimossi in sintomi, allorché la rimozione non è riuscita. E c’è di più: dall’analisi dei sogni, specialmente dei vostri, potrete scoprire l’importanza, del tutto insospettata, del ruolo esercitato dalle impressioni e dalle esperienze della primissima infanzia sullo sviluppo dell’uomo. E’ come se, nella vita onirica, il bambino che è nell’adulto continuasse a vivere la sua esistenza, conservando tutte le sue caratteristiche e i suoi desideri, compresi quelli che fu costretto ad abbandonare, inutilizzabili, negli anni successivi. Con forza irresistibile, potrete così rendervi conto attraverso quali processi di sviluppo, di rimozione, di sublimazione, di reazione, emerga dal bambino, dalle sue peculiari attitudini e tendenze, il cosiddetto uomo normale, campione, ma in parte anche vittima, della nostra civiltà faticosamente conquistata”.

Freud richiamò l’attenzione dell’uditorio sul tema del simbolismo:

“… L’inconscio si serve di una sorta di simbolismo, specialmente quando si tratta di rappresentare dei simboli sessuali. Tale simbolismo, variabile da individuo a individuo, possiede in parte una sua natura specifica, che sembra identica al simbolismo che riteniamo si celi nei miti e nelle leggende. E non è impossibile che tali creazioni delle genti possano essere spiegate con lo studio dei sogni. Infine, devo ricordarvi di non lasciarvi fuorviare dall’obiezione che l’insorgenza di sogni d’angoscia verrebbe a contraddire la nostra teoria del sogno come appagamento di desiderio”.

A questo punto Freud prevenne l’obiezione naturale per qualsiasi persona che si accosti alla interpretazione dei sogni secondo le sue teorie. Come fanno i sogni brutti, gli incubi, ad essere un appagamento di un desiderio rimosso? Risposta al quesito:

“A prescindere dalla considerazione che anche i sogni angosciosi, per poter essere valutati, devono prima essere interpretati, si può in generale affermare che l’angoscia non dipende in modo semplice dal contenuto onirico, come si potrebbe supporre senza una maggiore conoscenza dei fatti, e senza un approfondimento delle condizioni che producono l’angoscia nevrotica. L’angoscia è una delle modalità con cui l’Io si libera dai desideri rimossi divenuti eccessivamente intensi e così si spiega facilmente la sua presenza nel sogno, quando quest’ultimo si sia spinto un po’ troppo nell’appagamento di desideri inaccettabili”.

E ora Freud pensò si potesse passare a quel gruppo di fenomeni psichici della vita quotidiana il cui studio era entrato a far parte delle tecniche psicoanalitiche: gli atti mancati.

“Essi si verificano sia nelle persone normali che nei nevrotici, e a cui di solito non si attribuisce alcuna importanza; dimenticanze di cose che si dovrebbero sapere e che in altre circostanze si sanno (ad esempio, l’oblio momentaneo di nomi propri); lapsus verbali, che tanto spesso si verificano; analoghi lapsus di scrittura e di lettura; esecuzione automatica di atti intenzionali in circostanze indebite, smarrimento o rottura di oggetti, eccetera. Piccolezze, per le quali nessuno ha mai cercato un determinismo psicologico e che sono sempre attribuite al caso, o alla distrazione, alla disattenzione, e condizioni simili. Vi rientrano anche atti e gesti eseguiti senza rendersi conto, ai quali il soggetto non si sogna di attribuire la minima importanza psicologica, come giocherellare e trastullarsi con qualche oggetto, canticchiare ritornelli, cincischiare parti del corpo o del vestito e così via

Queste “cosucce”, disse Freud, questi atti mancati, come gli atti sintomatici o casuali, non sono affatto così prive di senso come si è soliti supporre generalmente, quasi per un tacito accordo. Esse hanno invece un significato di solito facilmente e sicuramente rilevabile dal contesto in cui si verificano; possiamo cioè dimostrare che o “esprimono impulsi e scopi che sono stati rimossi, celati, per quanto possibile, alla coscienza dell’individuo, o scaturiscono esattamente da quella sorte di desideri e complessi rimossi che ci sono già noti come creatori dei sintomi e dei sogni”.

Ne consegue che anch’ esse meritano la dignità di sintomi, e il loro studio, al pari di quello dei sogni, può guidare alla scoperta dei complessi nascosti della vita psichica. Per loro tramite, infatti, si possono tradire abitualmente i segreti più intimi. Che esse si verifichino così facilmente e così spesso nelle persone normali in cui la rimozione, tutto sommato, è riuscita abbastanza bene, è dovuto al fatto che si tratta di cose insignificanti e di scarso rilievo. Ciò nonostante esse possono a buon diritto aspirare a un altissimo valore teorico, dato che dimostrano l’esistenza della rimozione e delle formazioni sostitutive anche in condizioni di normalità.

Un’osservazione sul determinismo :

“Avrete già notato come il tratto distintivo dello psicoanalista sia la rigorosa convinzione del determinismo della vita psichica. Per lui, nelle manifestazioni della psiche, non esiste nulla di insignificante, nulla di arbitrario e casuale; laddove gli altri, di solito, ne escludono la presenza, egli vede dappertutto una diffusa motivazione; e, se ciò non bastasse, egli è disposto perfino a trovare una motivazione plurima delle stesse manifestazioni psichiche, mentre il nostro bisogno di causalità, che si presume congenito, si accontenterebbe di un’unica determinante psichica”.

“A questo punto, se tenete presente i mezzi di cui disponiamo per la scoperta di quanto è nascosto, dimenticato o rimosso nella vita psichica: lo studio delle idee che affiorano nel paziente evocate dalle associazioni libere, i suoi sogni, e i suoi atti mancati e sintomatici; e se vi aggiungete la valutazione di altri fenomeni che emergono nel corso del trattamento psicoanalitico (fenomeni su cui farò in seguito qualche osservazione riassumendoli nel termine “transfert”) approderete con me alla conclusione che la nostra tecnica è già abbastanza efficace per risolvere il problema di come ricondurre alla conoscenza il materiale psichico patogeno e liquidare così le sofferenze arrecate dalla produzione di quelle formazioni sostitutive che sono i sintomi.
E il fatto che i nostri sforzi terapeutici ci permettono di ampliare e approfondire la conoscenza della vita psichica normale e patologica, non può non conferire
al nostro metodo un fascino particolare e una sua superiorità”.

A questo punto Freud si rivolge esplicitamente ai medici che vorranno seguirlo nella pratica professionale, applicando i principi della psicoanalisi:

“Non so se avete avuto l’impressione che la tecnica, nel cui arsenale vi ho guidato, sia particolarmente difficile. Io credo, invece, che una volta padroneggiata, essa sia perfettamente adatta allo scopo. Comunque una cosa è certa: la tecnica non è banale, la tecnica si deve imparare con la stessa serietà con cui si studiano le tecniche istologiche o chirurgiche”.

Sul finire, una difesa appassionata alle critiche ricevute ed anche un j’accuse ai colleghi sprezzanti, che vogliono i risultati, le prove: essi hanno problemi psicologici non meno degli altri pazienti!

“Sarete perciò sorpresi di sapere che in Europa abbiamo frequentemente udito dei giudizi sulla psicoanalisi espressi da persone che non conoscevano assolutamente nulla della sua tecnica e che tanto meno l’avevano applicata, e che pure pretendevano, sprezzantemente, che dimostrassimo l’esattezza dei nostri risultati. Fra queste persone ve ne sono alcune non prive di dimestichezza, in altri campi, coi metodi dell’operare scientifico, persone che, per esempio, non rifiuterebbero il reperto di un esame microscopico solo perché non può essere verificato a occhio nudo sul preparato anatomico e che non emetterebbero un giudizio finché non avessero usato il microscopio. Ma le cose si presentano davvero poco propizie per ottenere un riconoscimento, quando si tratta di psicoanalisi. E’ compito della psicoanalisi portare il materiale rimosso della vita psichica al riconoscimento della coscienza, e chiunque la giudichi, reca in sé tali rimozioni, forse solo a stento trattenute. Essa quindi mobiliterà in lui le stesse resistenze che operano nel paziente; la resistenza in questione riuscirà facilmente a camuffarsi sotto le vesti di un rifiuto razionale, e a suscitare argomentazioni simili a quelle da cui noi cerchiamo di salvaguardare i pazienti, applicando le regole fondamentali della psicoanalisi. Il fatto è che non è difficile ravvisare nei nostri avversari lo stesso affievolimento del giudizio, prodotto dalla emotività, che possiamo quotidianamente osservare nei nostri pazienti”.

Conclusione:

“L’orgoglio della conoscenza, che ad esempio rifiuta i sogni, così alla leggera, fa parte, generalmente, del potentissimo sistema difensivo che vigila contro ogni infiltrazione di complessi inconsci; ecco perché è così difficile convincere l’uomo della realtà dell’inconscio, e insegnargli daccapo ciò che è in contrasto col suo patrimonio cosciente”.

Dott.ssa Giuliana Proietti

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Author Profile

Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

Scrive in un Blog sull'Huffington Post


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