La gioia: l’emozione più bella

la gioia

La gioia: definizione

La gioia è un’emozione piacevole di alta intensità che proviamo quando crediamo, con certezza, che uno scopo per noi molto importante sia stato realizzato. Come dice Lucrezio tuttavia, l’emozione della gioia non è mai un’emozione pura, ma è sempre turbata da un oscuro timore di perderla: nel momento in cui stringiamo in mano l’oggetto agognato, ne percepiamo la precarietà e la transitorietà. La gioia è infatti è molto friabile, impalpabile, delicata: si effonde facilmente, ma altrettanto facilmente può vanificarsi.

Gioia e Speranza: le differenze

La gioia e la speranza si differenziano soprattutto rispetto al parametro “tempo”: la gioia si prova dopo il raggiungimento di qualcosa, la speranza prima o durante l’attesa. La gioia è molto più marcata, rispetto al parametro “intensità” rispetto alla speranza: nessuna speranza infatti può farci provare un’emozione di intensità simile a quella della gioia.

Fra la gioia e la speranza: l’entusiasmo

Fra la gioia e la speranza si pone in genere l’entusiasmo, perché comporta una gioia per ciò che si sta facendo nel presente, in vista di futuri successi. L’entusiasmo rafforza la nostra motivazione ad agire, ci infonde energia.

L’orgoglio

L’orgoglio è una emozione diversa dalla gioia: nel risolvere un problema infatti, tutti provano gioia, ma si prova orgoglio solo se la sfida superata era particolarmente difficile e se ha richiesto alla persona una notevole dose di ingegno e di impegno: la fierezza di sé per il risultato ottenuto produce orgoglio.

Gioia e Felicità

Quanto alla felicità, essa può essere accomunata con l’emozione della gioia, ma vi sono delle differenze fra i due concetti, molto significative: la felicità infatti ha a che fare con l’ambiente esterno, con la realtà, mentre la gioia nasce dentro di sé, è un’esperienza soggettiva, che può svilupparsi anche in condizioni psicologiche ed esistenziali non ottimali, anche per la sua breve durata.

Frances Wilks, autrice del libro Intelligent Emotion,sostiene che sia davvero poco realistico pensare di realizzarsi attraverso attività esterne che producano felicità: le persone farebbero meglio ad accontentarsi della gioia, ovvero della soddisfazione offerta dai piaceri momentanei provenienti da propri stati interni, piuttosto che da eventi esterni che producono si una gioia più grande, la felicità, ma che non sono sotto il nostro diretto controllo.

Allegria

La gioia può essere chiamata anche con altri nomi: ad esempio “allegria”, che però è uno stato d’animo di intensità moderata che può sussistere senza particolari motivi di gioia reale, magari per effetto di qualche bicchiere di troppo.

Frequenza e cause della gioia

La sorpresa, lo stupore e l’attrazione verso qualcosa o qualcuno possono provocare gioia: si pensi al piacere di rivedere una persona cara dopo tanto tempo, oppure alla contemplazione di un quadro d’autore, o all’ascolto dal vivo del nostro cantante preferito. Altre cause di gioia potrebbero essere il senso percepito di vigoria fisica durante un allenamento, il successo sociale e lavorativo, una riconciliazione, ecc.

In uno studio del 2015  su 2000 soggetti britannici cui ha partecipato anche Paul Ekman, che ha esaminato cinque emozioni umane: gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto, si è cercato di capire con quale frequenza esse vengano percepite e da cosa nascano.
La gioia sembra essere l’emozione più importante: si prova in media 9 volte a settimana, 468 volte l’anno. La seconda emozione più importante è risultata essere la tristezza, che sentiamo 312 volte all’anno, seguita da rabbia (260 volte), disgusto (157 volte) e paura (156 volte). Sembrerebbe dunque la gioia l’emozione più frequente, ma se si sommano il numero delle volte in cui viene vissuta un’emozione negativa (rabbia, tristezza, disgusto e paura), ci si accorge che la gioia è in realtà meno frequente.

Una ricerca americana ha evidenziato che in cima alla lista dei motivi di gioia ci sarebbero l’autonomia, la capacità di fare bene il proprio lavoro, il senso di vicinanza emotiva con gli altri e l’autostima (Di Diodoro 2001).

Gli studi classici di Izard (1972) mettevano invece in evidenza il legame fra la gioia e l’amore: la gioia maggiore sarebbe nel rendere felice qualcuno che si ama, nel sapere che chi amiamo vuole farci piacere, vuole condividere con noi delle esperienze positive.

Gioia per motivi non etici

La gioia non è provocata solo da situazioni armoniose e attraenti: si pensi alla gioia che possono provare i soldati di fronte alla distruzione del nemico, durante una guerra. o alla gioia provata per la cattiva sorte di una persona invidiata o temuta.

Gioia versus Depressione

La gioia è anche un antidoto contro la depressione: chi prova l’emozione della gioia riesce con maggiore facilità a superare la paura, la vergogna e lo sconforto; ne consegue che, cercando di ridurre al minimo l’importanza che attribuiamo a questi sentimenti, aumenterà la nostra capacità di provare la gioia e dunque di superare uno stato depressivo.

Quando si inizia a provare la gioia

Secondo gli studi di Deborah Stipek, i bambini già a 12 mesi provano gioia quando riescono in qualcosa, ma “non hanno la capacità cognitiva di rappresentazione, necessaria per una valutazione di sé nel senso preciso di una riflessione su sé stessi”. L’emozione della gioia nei bambini piccoli è dunque più evidente agli altri, che a loro stessi. I bambini, come gli adulti, manifestano di provare questa emozione attraverso precisi segnali.

La gioia nel linguaggio del corpo

L’emozione della gioia trasforma infatti immediatamente il modo di comportarsi di una persona: il primo cambiamento è nell’espressione facciale, che è una delle espressioni più facili da decodificare e da riprodurre. La gioia inoltre si esprime attraverso il sorriso e il riso.

Il linguaggio del sorriso

Il linguaggio del sorriso è tuttavia pieno di sottigliezze: risponde, oltre che al nostro stato interiore, anche all’ambiente sociale, agli aspetti culturali e per questo potrebbe talvolta non essere autentico. Nel libro Lip Service: Smiles in Life, Death, Trust, Lies, Work, Memory, Sex, and Politics, Marianne Lafrance, psicologa sperimentale presso l’Università di Yale, spiega tutti i segreti del sorriso, rifacendosi ai concetti espressi prima di lei da Paul Ekman (vedi nostra intervista).

Scopriamo così che riusciamo abbastanza spesso a comprendere quando un sorriso è falso, ma non sempre. Ci si riesce abbastanza bene infatti negli esperimenti di laboratorio, quando adulti e bambini, osservando delle foto o dei video, devono stabilire quali sorrisi sono autentici e quali sono falsi. Nella vita reale invece, tutto appare più complicato, visto che nelle relazioni interpersonali in genere prestiamo poca attenzione alle espressioni facciali degli altri e dunque non ci chiediamo se le persone che ci sorridono sono davvero sincere, o lo facciano solo per motivi di opportunità e di convenienza.

Il sorriso autentico, l’espressione più direttamente collegata alla gioia, richiede l’azione del muscolo orbicularis oculi, che è involontario e posto intorno all’occhio. Esso agisce, nel sorriso, insieme al muscolo zigomatico maggiore. L’effetto è quello delle rughette intorno all’occhio definite “zampe di gallina”, che si aprono a ventaglio a partire dagli angoli esterni degli occhi. Il muscolo orbicularis oculi è anche responsabile delle pieghette sulla palpebra superiore. Poiché questo muscolo non è sotto il controllo volontario, la maggior parte delle persone non riesce a produrre deliberatamente questa espressione facciale. (E’ vero: ci sono sempre, naturalmente, gli attori e gli imbroglioni: con l’allenamento e la pratica, essi imparano ad usare questo muscolo meglio di altre persone…)

Importanti sono anche i tempi: i sorrisi genuini tendono ad apparire sul viso gradualmente e altrettanto gradualmente scompaiono, mentre i sorrisi falsi compaiono all’improvviso e all’improvviso scompaiono.

Alcune persone sono più inclini al sorriso, e in genere hanno una personalità più ottimista. Ma non vi è una correlazione perfetta. C’è chi non sorride spesso, ma è abbastanza positivo, mentre altri sorridono con molta frequenza, ma in realtà non lo fanno perché sono felici: può essere infatti un effetto dell’ansia.

La maggior parte dei sorrisi sono di tipo sociale. Se non siamo insieme ad altri, è difficile che sorridiamo a noi stessi, anche se può capitarci, mentre ad esempio leggiamo un passaggio spiritoso di un libro, o quando ci viene in mente un ricordo piacevole. I bambini imparano presto – le bambine molto più velocemente rispetto ai maschi – che è bene fingere un sorriso in alcune circostanze, come quando si riceve un regalo di cattivo gusto, o deludente. Sorridere e ringraziare la persona che ce lo ha regalato è considerato un comportamento più maturo ed appropriato alla situazione…

Sorrisi e genere sessuale

In media, le ragazze e le donne sorridono più dei ragazzi e degli uomini. Questo sembra essere funzione di due cose: i maschi sono incoraggiati a non sorridere molto, in quanto l’espressività è considerata da alcuni come segno di emotività o di femminilità. Al contrario, le donne che non sono molto espressive sono considerate con un certo sospetto: appaiono fredde, oppure depresse.

In genere le donne sono più accurate nel decodificare le emozioni altrui: solo osservando un volto o ascoltando una voce esse, sanno distinguere con maggiore precisione degli uomini fra fra una gioia autentica e una gioia mascherata, così come fra un sorriso vero e un sorriso falso.

Ma c’è un’altra grande differenza nella percezione del sorriso: quando una donna sorride, gli uomini tendono a considerarlo una civetteria, anche quando non vi è nessuno scopo seduttivo. Una donna invece, quando vede il sorriso sul volto di qualcuno, uomo o donna che sia, è più capace di dare dei giudizi differenziati (ad esempio: è un sorriso di gioia, oppure è un sorriso nervoso, imbarazzato o falso).

Lo scopo dei falsi sorrisi

Il motivo per cui l’evoluzione ci ha portato a sviluppare la capacità di produrre sorrisi falsi è che far vedere a tutti i nostri reali stati d’animo, cosa ci procura gioia e cosa ci procura tristezza, potrebbe portare qualcuno ad approfittare di noi: in questi casi un sorriso falso può tutelarci e metterci al riparo da molti pericoli.

Sorriso e interazioni sociali

Tra le cose che ha scoperto la LaFrance scrivendo il suo libro sul sorriso, vi è che nei necrologi spesso, più di ogni altro attributo, viene citato il sorriso del proprio caro estinto. Questo è un indicatore di quanto il sorriso sia capace di trasmettere sensazioni di gioia e di benessere nelle interazioni sociali.

Gioia e stile vocale

Secondo il fonologo e psicoanalista ungherese Ivan Fonagy (1981,1983) che ha studiato il rapporto fra emozioni e sistema fonologico e ha parlato di “stile vocale” personale, a ciascuna emozione corrisponde un livello timbrico. Ad esempio la gioia è contrassegnata da un timbro della voce chiaro e squillante (i muscoli della laringe e della faringe sono rilassati e l’articolazione vocale è protesa, garantendo sonorità e pienezza).

Gioia e segnali corporei

Con la gioia aumenta anche l’attività cardiaca. Uno studio su attori di teatro a Mosca dimostrò questo molto chiaramente (Rusalova et al. 1975) e, qualche tempo dopo, Ekman, Levenson e Friesen (1983) hanno dimostrato che prendendo le misure del battito cardiaco e della temperatura corporea, l’emozione della gioia può essere diversificata da altre emozioni. (Questo vale anche nei bambini: i sorrisi spontanei nei bambini di quattro mesi e mezzo possono essere distinti da altre emozioni sulla base del loro battito cardiaco e dei cambiamenti della temperatura corporea. Vedi Cohen et al., 1986). Oltre all’accelerazione cardiaca, altri segni della gioia nel corpo sono dati dall’aumento del tono muscolare e della conduttanza della pelle, oltre a delle irregolarità nella respirazione.

Gioia e aspetti cognitivi

Sul piano cognitivo, la gioia riesce ad ottimizzare l’apprendimento e la memoria (questo viene spiegato con la maggiore attivazione generale che si accompagna agli stati euforici), mentre non aiuta particolarmente nei processi di valutazione, in quanto porta a sopravvalutare i risultati positivi e a sottovalutare gli errori e i risultati negativi. Le persone gioiose e allegre osano più degli altri, prendendo a volte decisioni azzardate ed imprecise. Fra l’altro, quando si è in questo stato d’animo positivo, si tende ad evitare le persone deprimenti e noiose e a disinteressarsi delle informazioni negative, il che non è sempre funzionale al raggiungimento dei propri obiettivi.

Aspetti comportamentali

Sul piano comportamentale, poiché una persona che prova gioia riesce ad apprezzare meglio il mondo intorno a sé, le modifiche legate al buonumore possono apparire vistose: chi prova gioia tende ad aprirsi agli altri, ad intraprendere senza paura attività impegnative, a fare donazioni, ad essere più disponibile nei confronti degli altri. Questo osare più degli altri però potrebbe in certi casi, come si è detto, risultare controproducente.

La gioia non si cancella

La gioia è vero, è un bene transitorio e davvero può essere perduta con facilità (come del resto la nostra stessa vita), ma sicuramente è un’esperienza che, una volta provata, non può essere cancellata, anche se può rimanere attenuata nel ricordo: per questo è importante viverla con consapevolezza, per farla durare più a lungo.

Dr. Giuliana Proietti

 

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Dr. Giuliana Proietti
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