S. Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni

Storia di Hans

Nel 1908 Freud pubblicò il caso clinico di un bambino di cinque anni, il piccolo Hans, figlio di due persone che conosceva bene: la madre era stata infatti una sua paziente ed il padre era un suo allievo (Max Graf, uno dei membri delle riunioni del mercoledì). L’analisi del bambino si svolse tramite il padre del piccolo, che poneva domande al figlio e le annotava in un diario (lasciando molto spazio a sue interpretazioni personali, come hanno rilevato alcuni critici…). Freud inizia la trattazione elogiando il lavoro di Max Graf, rimarcando come tale analisi sia stata possibile:

“Secondo me, nessun altro sarebbe riuscito a far fare al bambino simili ammissioni. Le conoscenze particolari grazie alle quali il padre è stato in grado d’interpretare le osservazioni del figlio cinquenne, erano indispensabili e senza di esse le difficoltà tecniche che la psicoanalisi di un bambino così piccolo presenta, sarebbero state insormontabili. E’ solo perché l’autorità del padre e di medico si fondevano in una persona, e perché in essa si combinavano l’interesse affettivo e quello scientifico, che è stato possibile in questo caso particolare applicare il metodo ad uno scopo cui esso di solito non si presta.”

Nell’introduzione all’analisi del caso Freud scrive: “E’ vero che ho tracciato le linee generali del trattamento e che in una singola occasione sono intervenuto personalmente in un colloquio col bambino, ma il trattamento stesso è stato eseguito dal padre del piccolo paziente; a lui va tutta la mia riconoscenza per avermi consegnato i suoi appunti affinché fossero pubblicati”.

Fin dai tre anni il bambino aveva cominciato a mostrare un vivo interesse per la genitalità, in particolare per quella dei genitori. Il bambino era convinto infatti che tutti gli adulti fossero in possesso del “fapipì” (nome con cui indica generalmente l’organo genitale). Questo suo morboso interessamento al pene maschile lo portò all’autoerotismo, per cui veniva spesso sgridato dai genitori.

Quando nacque la sorellina Hanna il bambino notò l’assenza del pene nella sorella. Cominciò dunque a pensare che l’organo sessuale fosse proporzionale all’età e che quello della sorella era dunque destinato a crescere. In questo periodo il bambino cominciò a sviluppare anche una fobia per gli animali, in particolare per i cavalli. Temeva infatti che i cavalli potessero cadere e scalciare. Si sentiva turbato inoltre dal modo in cui i carrettieri picchiavano i cavalli, o li incitavano gridando “arrì”. Infine, lo spaventavano i finimenti intorno al muso del cavallo.

Il padre incolpava la madre dei problemi psicologici del figlio e Hans per questo venne trasferito, all’età di quattro anni, in una camera da letto separata.

Cominciò poco dopo la sua analisi per interposta persona.

Attraverso una serie di sogni, Hans riuscì ad esprimere il complesso di inferiorità che nutriva nei confronti del padre, e la paura che la madre potesse preferirlo a lui, perché le dimensioni del suo organo genitale erano superiori (lo stesso motivo per cui inconsciamente era terrorizzato dai cavalli). Al bambino venne quindi spiegata la motivazione delle sue paure e la paura nei confronti dei cavalli, così come l’angoscia provocata dalla paura dell’evirazione, cessarono. La terapia continuò con queste modalità, fino a che, come scrisse Freud, l’angoscia si ridusse “a un residuo” e i progressi avvenuti sembrarono “innegabili”.

piccolo Hans

Un caso di successo dunque, tanto che nel racconto di Freud, Hans superò indenne la pubertà, senza più soffrire di disturbi o inibizioni di alcun genere, senza nutrire particolari problemi, nemmeno in occasione del divorzio dei genitori. Quando, parecchi anni dopo, Hans rilesse la pubblicazione del suo caso clinico, affermò che tutto gli pareva estraneo e che non vi si riconosceva affatto. Inutile dire che anche a questo Freud trovò una spiegazione…

La terapia

Freud vide in Hans un piccolo Edipo, cioè un soggetto che avrebbe voluto togliere di mezzo il padre, per essere solo con la madre e dormire con lei. Nel cavallo che morde, così come nel cavallo che cade, che tanto lo impressionavano, il bambino vedeva, secondo Freud, la figura paterna, dalla quale temeva una punizione, per aver nutrito pensieri cattivi nei suoi confronti.

Ma sentiamo il racconto di Freud:

Quel pomeriggio padre e figlio erano venuti a consultarmi nel mio studio. Conoscevo già il bricconcello, tutto sicuro di sé ma tanto simpatico che mi faceva sempre piacere vederlo. Non so se si ricordasse di me, ad ogni modo si comportò in modo impeccabile, come un ragionevolissimo membro del consorzio umano.

La visita fu breve. Il padre cominciò col dire che, nonostante tutte le spiegazioni, la paura dei cavalli non era diminuita. Dovemmo anche convenire che tra i cavalli, di cui aveva paura, e i moti palesi di tenerezza verso la madre, non c’erano molte relazioni. Ciò che sapevamo non era certo in grado di spiegare i particolari che appresi soltanto allora: che lo infastidiva soprattutto ciò che i cavalli hanno davanti agli occhi e il nero intorno alla loro bocca.

Ma mentre guardavo i due seduti davanti a me e ascoltavo la descrizione dei cavalli che incutevano paura, mi venne improvvisamente in mente un altro pezzo della soluzione, tale, come capii, da sfuggire proprio al padre. Chiesi a Hans in tono scherzoso se i suoi cavalli portassero gli occhiali, e il piccino disse di no; poi se il suo papà portasse gli occhiali, e anche questa volta egli negò, nonostante fosse evidente il contrario; gli chiesi ancora se con il nero intorno alla “bocca” non intendesse dire i baffi, e infine gli rivelai che egli aveva paura del suo papà, e proprio perché lui, Hans, voleva tanto bene alla mamma. Credeva che perciò il babbo fosse arrabbiato con lui, ma non era vero, il babbo gli voleva bene lo stesso e lui gli poteva confessare tutto senza paura. Già tanto tempo prima che lui venisse al mondo, io già sapevo che sarebbe nato un piccolo Hans che avrebbe voluto così bene alla sua mamma da aver paura, per questo, del babbo, e tutto questo l’avevo raccontato al suo papà.

“Come puoi credere che io sia arrabbiato con te? “ m’interruppe il padre,” t’ho mai sgridato o picchiato”?
“Oh si” lo corresse Hans, “ mi hai picchiato”.
“ Non è vero; ma quando“?
“ Questa mattina” rispose il bambino, e il padre si ricordò che al mattino Hans gli si era gettato all’improvviso con la testa contro la pancia e che, quasi automaticamente, egli aveva risposto con uno scappellotto.

Fatto singolare, il padre non aveva messo in riferimento questo particolare col contesto della nevrosi; ora però si rese conto ch’esso costituiva un’espressione della disposizione ostile del piccino verso di lui e fors’anche del bisogno di ricevere una punizione per questo.

Ritornando a casa Hans chiese al padre: “ Com’è che il professore sapeva già tutto prima? Forse parla col buon Dio “? Sarei straordinariamente fiero di questo riconoscimento per bocca di un bambino, se non l’avessi provocato io stesso con la mia scherzosa vanteria.

Dopo quella visita ricevetti quasi ogni giorno ragguagli sulle variazioni dello stato del piccolo paziente. Non ci si poteva aspettare che, grazie alla mia spiegazione, egli si liberasse di colpo delle sue angosce; si vide però che ora gli era offerta la possibilità di portare avanti le sue produzioni inconsce e dipanare la sua fobia. Da quel momento in poi Hans attuò un programma che potei preannunciare al genitore.

Il padre cominciò dunque a porre al figlio le domande che gli suggeriva Freud e ad annotarle in un diario. Eccone alcuni stralci:

– Il 2 aprile si nota il primo reale miglioramento . Finora non era mai stato possibile convincerlo a trattenersi per un po’ di tempo fuori del portone, e quando si avvicinava un cavallo rientrava a precipizio in casa, spaventatissimo; oggi invece è rimasto davanti al portone un’ora, anche quando passava qualche carrozza, il che avviene piuttosto spesso davanti a casa nostra. Qualche volta, vedendo da lontano una carrozza, faceva per correr dentro, ma poi tornava indietro subito, come se ci avesse ripensato. Ad ogni modo, l’angoscia sembra ridotta a un residuo e i progressi avvenuti dopo la spiegazione sono innegabili.
– La sera dice: “Adesso che arriviamo fino davanti al portone, possiamo anche andare al Parco municipale”.
– La mattina del 3 aprile viene a letto da me, mentre negli ultimi giorni non era mai venuto e anzi sembrava fiero di questa sua riservatezza. Gli chiedo: “ Perché oggi sei venuto”?
– Hans: “Quando non ho più paura non vengo più”.
– Io: “ Allora tu vieni da me perché hai paura”?
– Hans: “Quando non sto con te, ho paura; quando non sto a letto con te, ho paura, ecco. Quando non avrò più paura, non vengo più”.
-Io: “Allora tu mi vuoi bene, e la mattina presto a letto hai paura, e perciò vieni da me”?
– Hans: “ Si. Perché mi hai detto che io voglio bene alla mamma e che è per questo che ho paura, mentre invece io voglio bene a te” ?
Il piccolo – annota Freud – è qui straordinariamente esplicito. Egli fa capire che in lui l’amore per il padre è in conflitto con l’ostilità verso il padre, rivale nei confronti della madre, al quale egli fa il rimprovero di non avergli fatto rilevare questo gioco di forze opposte che doveva trovar sfogo nell’angoscia. Il padre non comprende ancora completamente suo figlio perché, durante questo colloquio, non fa che convincersi della sua ostilità verso di lui, quell’ostilità ch’io gli avevo fatto rilevare nell’ultima visita. Ciò che segue serve in realtà a dimostrare più i progressi del padre che quelli del figlio; tuttavia lo riferirò senza cambiare nulla.
– Purtroppo non comprendo subito il senso di questa obiezione. Poiché Hans ama la mamma, vuole evidentemente che io non ci sia più, in modo da mettersi al posto del padre. Questo desiderio ostile represso si tramuta in angoscia per la sorte del padre, sicché egli viene la mattina da me per vedere se ci sono ancora. Questa spiegazione non mi viene purtroppo in mente lì per lì, e gli dico:
– “ Quando tu sei solo, è che hai paura per me e allora mi vieni a trovare”.
– Hans: “ Quando tu sei via, io ho paura che non torni più a casa”.
– Io: “Forse ti ho minacciato qualche volta di non tornare più?
– Hans: “ Tu no, ma mamma sì. La mamma mi ha detto che non ritornava più a casa – (probabilmente aveva fatto i capricci e la mamma l’aveva minacciato di andarsene).
– Io: “Questo l’ha detto perché tu eri cattivo”.
– Hans: “Sì”.
– Io: “ Tu perciò hai paura che io me ne vada via perché sei stato cattivo, e allora vieni da me”.
– Appena fatta colazione mi alzo da tavola e Hans dice: “ Papà, perché trotti subito via” ? Noto che ha detto ‘trotti’ invece di ‘corri’ e gli rispondo: “ Ah, ecco! tu hai paura che il cavallo trotti via”. Hans ride.
——–

Freud spiegò che l’angoscia di Hans aveva due componenti: paura del padre e paura per il padre. La prima proveniva dall’ostilità verso il padre, la seconda dal conflitto tra tenerezza, che qui era esagerata per reazione, e ostilità. Quanto alle fobie, Freud conclude che fobie come quelle sviluppate del piccolo Hans sono assai comuni nei bambini, ma che spesso esse vengono represse da una eccessiva severità educativa. Le nevrosi degli adulti si riallacciano dunque spesso ad angosce infantili e di fatto ne sono la continuazione, dimostrando così la continuità di un lavorio psichico che va avanti per tutta la vita del soggetto, indipendentemente dalla persistenza del primo sintomo. Per Hans, aggiunge Freud, l’aver prodotto la fobia fu, tutto sommato, una cosa salutare, poiché essa da una parte era servita a richiamare l’attenzione dei genitori sulle difficoltà del bambino, dall’altra aveva fatto accorrere il padre in suo aiuto…

Il trattamento della nevrosi infantile di Hans, la possibilità di aver trattato il suo complesso edipico sin dall’età giovanile, togliendogli dunque “quel germe di complessi rimossi che influisce sulla vita futura, attraverso una deformazione del carattere o la disposizione ad una successiva nevrosi” poteva, secondo Freud, aver privilegiato lo sviluppo di Hans rispetto ad altri bambini. Scrive infatti in proposito: “Questo è il parere cui sono incline, ma non so quanti altri condivideranno tale giudizio e non so neppure se l’esperienza mi darà ragione”.

Per contro, Freud era convinto che questa analisi non avrebbe mai potuto produrre in Hans dei danni per il fatto che era stata svelata ad un bambino, in età così precoce, l’esistenza del complesso edipico.

Scrive infatti Freud: “Le uniche conseguenze dell’analisi sono che Hans guarisce, che non ha più paura dei cavalli e che assume una specie di tono cameratesco con il padre, come questi ci riferisce divertito. Ma quel che il padre perde in rispetto lo riacquista in fiducia: “Credevo che tu sapessi tutto, perché hai saputo la cosa del cavallo.” L’analisi non annulla l’effetto della rimozione; le pulsioni precedentemente represse restano represse; ma essa ottiene lo stesso effetto per altra via, sostituendo al processo della rimozione, che è automatico ed eccessivo, il graduale dominio temperato e adeguato conseguito con l’aiuto delle massime istanze psichiche, in una parola: sostituendo alla rimozione la condanna. Ciò sembra darci la prova, da tempo cercata, del fatto che la coscienza – l’essere coscienti – ha una funzione biologica, e che il suo avvento implica un importante vantaggio”.

Ma Freud va oltre: “Se la cosa fosse dipesa soltanto da me avrei osato dare al bambino anche una spiegazione che i genitori ritennero di ricusargli. Avrei confermato i suoi presentimenti istintivi rivelandogli l’esistenza della vagina e del coito, e in tal modo avrei ulteriormente ridotto i suoi residui insoluti e messo fine al suo torrente di domande. Sono convinto che non ne avrebbero sofferto né il suo amore per la mamma né la sua natura di bimbo e che avrebbe compreso egli stesso che, per occuparsi di queste importanti, anzi imponenti questioni, avrebbe dovuto attendere in pace che si fosse adempiuto il suo desiderio di diventare grande. Ma l’esperimento pedagogico non fu condotto così a fondo”.

E allora, si chiede Freud a questo punto, a che deve mirare l’educazione? Dove deve intervenire?

“È ancora difficile rispondere con sicurezza. Finora, essa si è posta per compito soltanto il dominio, o meglio la repressione delle pulsioni. I risultati sono stati tutt’altro che soddisfacenti e dove si è avuto qualche successo, questo ha riguardato soltanto un esiguo numero di privilegiati sfuggiti alla pretesa della repressione pulsionale. D’altra parte nessuno si è domandato per quali vie e in virtu’ di quali sacrifici si raggiunga la repressione delle pulsioni imbarazzanti.
Se per contro noi sostituiamo a questo compito un altro, quello di rendere l’individuo atto alla civiltà e utile membro del consorzio umano, senza chiedergli di sacrificare la propria attività più di quanto non sia strettamente necessario, ecco che allora i chiarimenti datici dalla psicoanalisi sull’origine dei complessi patogeni e sul nucleo di ciascheduna nevrosi meriteranno giustamente di essere considerati dall’educatore una guida di inestimabile valore per la condotta da tenere nei confronti del bambino. Quali conclusioni pratiche se ne possano trarre, fino a che punto l’esperienza possa giustificare l’applicazione di tali conclusioni nel nostro sistema sociale, lascio ad altri di decidere e di giudicare”.

“Quest’analisi, conclude Freud, non m’ha rivelato, in senso stretto, nulla di nuovo, nulla che non avessi già appreso (spesso in modo meno chiaro e meno immediato) durante la cura di altri pazienti in età matura. Ma, poiché le nevrosi di questi altri malati potevano sempre esser ricondotte a quegli stessi complessi infantili che abbiamo scoperto dietro la fobia di Hans, sono tentato di annettere a questa nevrosi infantile l’importanza di un modello e di un tipo, opinando che la molteplicità dei fenomeni nevrotici di rimozione e l’abbondanza del materiale patogeno non impediscano la loro derivazione da pochissimi processi riguardanti gli stessi complessi rappresentativi”.

Quanto ad Hans cresciuto, che legge il suo caso clinico e che non vi si riconosce, ecco cosa ne pensa Freud, in un poscritto al libro, aggiunto nel 1922:

Qualche mese fa – primavera del 1922 – mi si presentò un giovanotto dichiarando di essere il “piccolo Hans”, sulla cui fobia infantile avevo pubblicato un rapporto nel 1909. Fui molto lieto di rivederlo, poiché circa due anni dopo la conclusione dell’analisi l’avevo perso di vista e per oltre un decennio non avevo saputo più nulla di lui. La pubblicazione di quella prima analisi di un bambino aveva suscitato molto rumore e ancor maggiore indignazione; tutte le sventure erano state profetate al povero ragazzo, violato nella sua innocenza e vittima di una psicoanalisi in sì tenera età.
Ma nessuna di queste profezie si era verificata. Hans adesso era un prestante giovane di diciannove anni. Mi disse che stava perfettamente bene e che non soffriva di disturbi o inibizioni di alcun genere. Non soltanto aveva attraversato indenne la pubertà, ma aveva sopportato senza conseguenze una delle più dure prove della sua vita emotiva: i genitori avevano divorziato passando ambedue a nuove nozze. Perciò egli viveva solo, pur mantenendo buone relazioni con tutt’e due i genitori: gli rincresceva soltanto che, scioltasi la famiglia fosse rimasto separato dalla giovane sorella che gli era molto cara.
Particolarmente notevole mi apparve una delle cose che mi disse il piccolo Hans, e di cui non tenterò neppure di dare una spiegazione. Dichiarò che, quando aveva letto il suo caso clinico, tutto gli era parso estraneo, non si riconosceva, non si ricordava di nulla, solo leggendo del viaggio a Gmunden gli era balenata l’idea, quasi un barlume di ricordo, di poter essere stato lui.

Conclusione di Freud:

L’analisi dunque, lungi dall’aver preservato gli avvenimenti dall’amnesia, vi era essa stessa soggiaciuta. Succede talvolta in modo simile nel sonno a chi ha familiarità con la psicoanalisi: costui è destato da un sogno, decide di analizzarlo senza indugio, si riaddormenta soddisfatto del risultato, e il giorno dopo sogno e analisi sono dimenticati.

Fonti:

S. Freud, Opere, Boringhieri, Torino, 1989, vol. V, pagg. 508-511, 587-589
Ernest Jones Vita e opere di Freud, 2 gli anni della maturità 1901-1919

Giuliana Proietti

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona e Terni)
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

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