razze e razzismo

Nel 1985 Reber definì la “razza” come: “un termine generato da ingenuità antropologica, che serve semplicemente a designare le suddivisioni principali dell’Homo sapiens”. La razza è stata definita come una distinzione relativamente ampia di gruppi di persone che potevano essere distinte da altre in base a caratteristiche fisiche, come la pigmentazione della pelle, i gruppi sanguigni, la struttura dei capelli e simili.

John Friederich Blumenbach (1865) divise l’Homo sapiens in 5 distinte razze: caucasica (razza bianca), mongola (razza gialla), malese (razza marrone), negra o etiope (razza nera) e indiani americani (razza rossa). Distinse anche le varie società in base alle caratteristiche morali, il livello di intelligenza e di sviluppo sociale, concludendo che la razza nordica (un sottotipo della caucasica) era una razza superiore, mentre la razza nera era inferiore (Ripley, 1899 citato da Brace nel 2005). Nel 1870 lo US Census classificò i cittadini americani in 5 gruppi: bianchi, colorati (neri), colorati (mulatti), cinesi e indiani. Circa cento anni dopo (1980) le persone venivano classificate in bianche, nere, ispaniche, giapponesi, cinesi, filippine, vietnamesi, guamaniane, samoane, eskimesi, ecc.

Talvolta erano i giudici che dovevano occuparsi di decidere in merito a controversie relative alla razza. Essi si riferivano nelle loro sentenze soprattutto al “buon senso”, che utilizzava i tratti fisici come il colore della pelle, la struttura dei capelli o l’aspetto del viso.

Nel 1806, per esempio, Justice Tucker, concluse che le persone di ascendenza africana possedevano “capelli crespi, colore scuro della pelle e naso di forma allargata”. Così, quando tre donne schiave di origine africana, che non avevano i capelli crespi, chiesero la libertà, il giudice fu obbligato a concedergliela (Non erano “Africane” e dunque non potevano essere vendute come schiave).

Stesso tipo di decisioni erano demandate alla Corte di giustizia per determinare quali persone potevano sposarsi, dove esse potevano lavorare o quanto dovevano essere pagate, ecc. Negli stati del Sud si decideva in base al sangue. Bastava una sola goccia di sangue “nero” per essere considerato di razza “negra” e per molti anni le leggi sono state costruite in base a questa discriminazione. Si racconta che Papa Doc Duvalier, il dittatore di Haiti, avesse dichiarato che in Haiti il 96% delle persone fossero di razza bianca, quando invece si sa che il Paese fu costruito da schiavi africani. Papa Doc spiegò che usavano lo stesso criterio usato dagli americani per definire le razze: una sola goccia di sangue “bianco” rendeva queste persone di razza bianca (Kessen, 1993).

Lo Human Genome Diversity Project dovrebbe permettere di superare tutte queste distinzioni. I genetisti si basano oggi sulla conoscenza delle località geografiche e sulla storia delle migrazioni in queste aree delle diverse popolazioni (Cavalli Sforza, 2005) per caratterizzare l’Homo Sapiens in diversi gruppi, basandosi sull’analisi del loro materiale genetico come lo HLA (human leukocyte antigens) e altro materiale presente nel sangue.

Rosenberg e colleghi (2003) dichiarano che le principali diversità genetiche umane derivano soprattutto dalla frequenza degli alleli e sono un prodotto dell’evoluzione e delle scelte di accoppiamento (monogamia o eterogamia), degli adattamenti all’ambiente esterno, alle malattie e a varie mutazioni (Olson 2002, Paabo, 2001 e Templeton 1998).

Nel 2000 lo US Census, resosi conto della infinita varietà di incroci fra persone di provenienza geografica diversa, preferì lasciare alle persone di trovare la giusta categoria fra le sette proposte. Se nessuna di esse risultava appropriata, le persone potevano proporne un’altra con la quale desideravano essere identificate. I leaders dei diritti civili, come Jesse Jackson e Kweisi Mfume non amavano questa proposta, perché ritenevano che avrebbe fiaccato il peso politico dei gruppi di minoranza (Rockquemore e Brunsma, 2002). Altri ritenevano invece che questa flessibilità avrebbe permesso alle persone di comprendere la complessità della loro eredità razziale (Gaskins 1999) e migliorato l’accuratezza dei dati demografici (Holmes, 1997).

Negli Stati Uniti gli psicologi sociali si sono interessati a lungo degli atteggiamenti sociali e dei pregiudizi nei confronti delle minoranze, pubblicando moltissime ricerche, specie dopo la seconda guerra mondiale (Allport, 1954; Sherif, 1958; Tajfel, 1970) e, negli ultimi anni gli studiosi hanno provato a considerare il concetto di razza da un prospettiva sia biologica, sia sociale. Se una volta si distinguevano le persone in base alla razza (Caucasica, Nera, Asiatica…), oggi si preferisce distinguere tra “razza” ed “etnia”, dove il primo termine si riferisce principalmente all’eredità biologica e all’aspetto dell’individuo, mentre il secondo riguarda gli aspetti culturali che appartengono ad una determinata minoranza.

Questo è dovuto al fatto che negli Stati Uniti è ormai difficile trovare delle minoranze che non si siano mescolate ai tanti altri gruppi di provenienza geografica e sociale diversa, a partire dall’abrogazione delle antimiscegenation laws nel 1967, che hanno permesso l’unione fra membri di razze diverse creando una discendenza multirazziale (Negli anni settanta, lo US Census riportava che vi erano 500.000 persone di razza mista viventi negli USA, mentre negli anni 2000 queste persone sono salite a più di 6 milioni – Jones e Symens Smith, 2001).

Come sostiene il genetista Cavalli Sforza, la classificazione in razze umane si è dimostrata un esercizio futile (Cavalli Sforza, Menozzi e Piazza, 1994) poiché la variazione genetica è superiore all’interno di quelle che consideriamo “razze” piuttosto che fra le razze stesse .

Il concetto di razza è dunque una costruzione sociale: Paul Spickard, Janet Helms, C. Loring Brace, e Audrey Smedley, ritengono che la società occidentale abbia inventato il concetto di razza per metterlo al servizio dei bisogni della politica più sciovinista.

Nel tredicesimo e quattordicesimo secolo, viaggiatori come Marco Polo erano consapevoli del fatto che i cinesi, gli asiatici o gli africani fossero diversi nell’aspetto, così come nell’organizzazione sociale o nella religione (Brace, 2005): ciò nonostante il concetto di “razza” non era considerato. Molti sociologi lo datano intorno al periodo dell’Illuminismo, quando si cominciò a parlare di razze e di classi sociali, nozioni probabilmente costruite per giustificare il fatto che esistessero razze e classi inferiori e superiori e mettere questi concetti al servizio dei progetti egemonici della società occidentale. Del resto, se questo era “il volere di Dio”, ciò significava che gli appartenenti alla razza superiore avessero tutto il diritto di sfruttare la razza inferiore.Sin dal tempo di Darwin gli scienziati hanno provato a classificare le persone sulla base dell’aspetto fisico, delle dimensioni del cranio, del colore della pelle, della massa cerebrale, della forma dei capelli.

George Morton (1850) che possedeva crani di persone che avevano vissuto in tutte le parti del mondo, era convinto che, in base alle dimensioni del cranio, fosse possibile capire quale era la razza più intelligente e naturalmente tale titolo spettava agli europei, mentre i meno intelligenti erano gli africani. Henry T. Finck (1887) propose perfino una teoria darwiniana della bellezza.All’inizio, sostiene questo autore, l’umanità era di aspetto molto sgradevole. In seguito, l’Homo Sapiens aveva continuato ad evolversi. Le persone che spiccavano per carattere, intelligenza e bellezza si trovavano soprattutto nelle classi più elevate della società inglese (non sorprende che Finck appartenesse esattamente a questa categoria…). Nelle sue pubblicazioni insultò tutti i gruppi etnici: gli ungheresi erano di una bruttezza repellente, gli ebrei erano brutti, con quelle labbra gonfie che li facevano somigliare ai negri ed avevano nella loro specie un maggior numero di sordomuti, folli, ciechi e daltonici rispetto a qualsiasi altra razza europea. Le donne francesi erano “le più brutte al mondo”, mentre gli americani avevano “il volto pallido ed esangue che fa pensare a deperimento, scrofolosi, anemia e nevralgia’.

Oggi queste parole fanno solamente sorridere, ma purtroppo non dobbiamo dimenticare che teorie pseudo scientifiche sulle razze continuano a nascere ogni giorno e servono a giustificare crudeltà che altrimenti non sarebbero considerate accettabili. I nazisti usavano per esempio concetti “scientifici” per dimostrare l’inferiorità degli ebrei, sia dal punto di vista intellettuale che morale, il che portò all’Olocausto. Dei nostri tempi sono le persecuzioni razziali avvenute in Serbia e Bosnia, in Cambogia, in Rwanda, in Palestina, ecc.

La stessa cosa si potrebbe dire probabilmente nei confronti delle tante persone che vengono a chiedere asilo nel nostro Paese, fuggendo dal proprio. Molti politici, per non sentirsi responsabili di un atto disumano nei confronti di un proprio simile, cercano di spiegare che si tratta di persone “diverse” da noi, che andrebbero piuttosto aiutate nei loro Paesi di origine.

Viene in mente la famosa frase di Einstein quando all’aereoporto gli chiesero a quale razza appartenesse e lui rispose: “Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana”.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:

Hatfield-Swann-Frey-Aumer -Perspectives and Research on the Concept of Race within the Framework of Multiracial Identity

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