Scegliere sapendo di rimetterci: il gusto che c’è

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Per l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti d’America si è detto che, del tutto inaspettatamente e in maniera assolutamente illogica, le galline stavano mandando al potere le volpi. Come se gli americani, specialmente i più poveri, non riuscissero a prevedere gli effetti di una tale decisione sui propri interessi e sul proprio benessere.

Trump del resto non avrebbe vinto le elezioni se non avesse ricevuto anche i voti di molti americani delle classi meno abbienti, i quali, stanchi delle continue frustrazioni e dello scadimento della qualità della loro vita, hanno scelto con il loro voto un personaggio che promette di ribaltare il sistema, con riforme che, nella maggior parte, non saranno certamente in favore dei cittadini più deboli. (Si pensi, per fare un esempio, alla decisione di abolire l’ Obama Care, la riforma sanitaria voluta dal presidente uscente, che faticosamente aveva introdotto, per la prima volta negli USA, un maggior impegno del servizio sanitario pubblico in favore dei cittadini meno abbienti).

Dal punto di vista psicologico si capisce perfettamente come masse angosciate, avvilite, sfiduciate, possano appoggiare una rivoluzione che promette di cambiare totalmente le cose, dal momento che cambiare tutto, in molti casi, può apparire migliore del non cambiare niente, o del cambiare troppo poco. Ciò che è difficile da capire è come si possa appoggiare una linea politica che va in direzione opposta rispetto ai propri interessi.

Per spiegare questa particolare dinamica si potrebbe utilizzare la scoperta di Molly Crockett, neuroscienziata e ricercatrice presso l’Università di Oxford, esperta di psicologia della punizione. La ricercatrice ha infatti scoperto che le persone, in presenza di una condizione di percepita ingiustizia, sono portate a fare delle scelte che prevedono la punizione di coloro che sentono come antagonisti, anche se sanno benissimo che questa scelta non porterà loro alcun guadagno, semmai qualche danno.

Il modo classico per studiare in laboratorio il desiderio umano di punire gli altri prevede l’uso del “gioco dell’ultimatum”. Funziona così: ad un giocatore vengono dati dei soldi, che ha la possibilità di dividere con un secondo giocatore. Questo secondo giocatore può accettare la parte di denaro che gli viene offerta dal primo giocatore, o rifiutarla. Se però la rifiuta, nessun giocatore riceve un centesimo e quindi questo va a danno di entrambi i giocatori.

Questo esperimento è stato studiato per quasi 40 anni e i ricercatori hanno scoperto che se il primo giocatore offre al secondo meno del 30% della somma totale, la maggior parte dei secondi giocatori considera questa proposta talmente ingiusta, da respingerla. I secondi giocatori rinunciano così alla loro piccola parte, ma fanno saltare il premio anche per i primi giocatori. Il piacere di punire il primo giocatore ricompensa dunque il secondo giocatore del suo mancato guadagno.

Gli esperimenti della Crockett hanno implicazioni abbastanza importanti: infatti, nei suoi studi di imaging cerebrale si vede che l’atto del punire impegna la parte del cervello che gestisce il sistema della ricompensa, la stessa che viene attivata dalle sostanze stupefacenti. Potrebbe dunque esistere la possibilità che, col tempo, si possa instaurare una sorta di dipendenza dal bisogno di punire chi (a proprio avviso) sbaglia, per sentirsi più felici.

In tempi moderni questo bisogno di punire potrebbe essere riconosciuto non solo nel mondo reale, ma anche in quello virtuale, sui social media. Alcune persone, come l’hater impersonato da Crozza con la consueta abilità, avvelenano le discussioni online con i loro commenti, improntati a un odio violento e che spesso appare immotivato. Sicuramente è un modo per cercare gratificazioni attraverso la distruzione mediatica dei propri nemici, reali o presunti tali.

Chi odia, chi vuole punire, non sempre è consapevole del bisogno che sottostà a questi comportamenti: le persone tendono infatti a giustificare le proprie posizioni estremiste sostenendo che il proprio obiettivo è positivo, come può essere, ad esempio, il ristabilimento della giustizia sociale, il rispetto di un valore etico condiviso, la sicurezza del proprio Paese.

Questi meccanismi richiamano, tra l’altro, il concetto di “sublimazione”, il meccanismo di difesa individuato da Sigmund Freud, che si basa sullo spostamento di una pulsione sessuale o aggressiva verso una meta diversa, che non appare sessuale o aggressiva, come ad esempio sono le attività artistiche, o quelle a carattere intellettuale e culturale. In questo senso, dietro un acceso attivismo politico potrebbero, ad esempio, celarsi pulsioni, sessuali o aggressive, che nulla hanno a che fare con gli obiettivi dichiarati, ma che hanno comunque bisogno di esprimersi.

Fatte queste riflessioni, a livello individuale potremmo chiederci se, dietro alle nostre convinzioni etiche o politiche, ai nostri comportamenti di opposizione costante, di contrasto o di conflitto, vi sia sempre la volontà di raggiungere un obiettivo che riteniamo giusto, o vi sia piuttosto l’irrefrenabile desiderio di dare una sonora lezione a qualcuno, anche se questo ci comporterà qualche danno.

Dr. Giuliana Proietti

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