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Storia della follia

 

di Giuliana Proietti

Nonostante l’uso comune che tende a confonderli, follia, pazzia e malattia mentale non sono dei sinonimi. Follia viene dal latino ‘folle’ che significa mantice, otre, recipiente vuoto e rimanda all’idea di una testa piena d’aria. La parola ‘pazzia’ ha un’origine incerta, ma probabilmente deriva dal greco ‘pathos’, che significa sofferenza e dal latino ‘patiens’ (paziente, malato), concentrando dunque il significato sull’esperienza dolorosa anziché sulle bizzarrie e le stravaganze del folle. Il termine ‘follia’ è oggi assolutamente in disuso nel linguaggio scientifico, che preferisce usare i termini ‘malattia mentale’, alludendo a qualcosa di disfunzionale, rappresentabile secondo un particolare modello scientifico, che è quello della medicina clinica.

Nelle antiche società umane, la follia possedeva una forte connotazione mistica, essendo ritenuta derivante dall’influsso di qualche divinità (l’epilessia, ad esempio, per questo motivo, veniva chiamata ‘morbo sacro’). Il trattamento della follia era dunque di tipo mistico-religioso, praticato dai sacerdoti del tempio, che tentavano di alleviare i sintomi con riti e preghiere. I sacerdoti tentavano anche di interpretare i sintomi del folle come se fossero dei messaggi provenienti da entità sovrannaturali. A volte la follia poteva essere considerata anche una punizione, una maledizione divina: in questo caso la persona giudicata folle veniva emarginata dalla collettività.

Ippocrate (460 AC- 377 AC, nato nell’isola di Kos) valorizzò per la prima volta, nel “De morbo sacro” il ruolo conoscitivo del cervello, dell’intelletto, condannando le pratiche medico-psichiatriche operate da sacerdoti e sciamani. Ippocrate riteneva che il corpo fosse formato da quattro umori: sangue (caldo umido), proveniente dal cuore, flegma (freddo umido) originato dal cervello, bile gialla (caldo secco) prodotta nel fegato, bile nera (freddo secco) secreta nella milza. La malattia era dovuta ad uno stato di squilibrio dei quattro umori presenti nell’organismo o solo ad uno di essi, oltre che da fattori esterni, come il clima o il regime alimentare. Alla sua scuola la predominanza dell’umore nero, secreto dalla bile portava ad un’indole triste, ritirata, pessimista: la malinconia (melancholia, dove melas significa nero e chole bile). Al contrario, la presenza di sangue rosso causava i caratteri passionali, rabbiosi: i ‘sanguigni’, termine usato ancora oggi. I trattamenti possibili erano di tipo fisico: bagni caldi e freddi, salassi, unguenti, purganti. Più tardi, attraverso i medici greci e soprattutto con Galeno (129-200 ca. d.C.), che riprese la teoria umorale di Ippocrate, queste ipotesi e queste pratiche giunsero anche a Roma, dove rimasero dominanti fino alla caduta dell’impero.

Nel Medio Evo la follia venne considerata come una forma di possessione da parte di spiriti maligni: fu così che la gestione della malattia mentale, soprattutto femminile, passò dai medici alla Chiesa, o meglio, ai suoi esorcisti e inquisitori. Ai folli veniva vietato l’ingresso nelle chiese e le persone indemoniate, specialmente le donne, venivano bruciate sul rogo, come streghe ( per la cronaca, l’ultimo rogo per stregoneria è stato effettuato in Polonia, nel 1793). I malati mentali venivano considerati indemoniati, perché la forza malvagia, insinuandosi negli umori, contagiava il corpo: l’uccisione con il rogo o l’impalamento permettevano di distruggere il corpo dell’indemoniato, così che l’anima, finalmente liberata, potesse salire fino a Dio.

Tra il XVI ed il XVII secolo, il malato mentale, anche grave, viveva nel contesto sociale, ma era considerato una persona pericolosa e pertanto si cercò sempre di più di stigmatizzare il fenomeno e di contenerlo. La pazzia venne inclusa fra i vizi capitali (Fede/Idolaiatria, Speranza/Disperazione, Carità/Avarizia, Castità/Lussuria, Prudenza/Follia, Pazienza/Collera, Dolcezza/Durezza, Concordia/Discordia, Obbedienza/Ribellione, Perseveranza/Incostanza).

I malati che, come si può intuire, si comportavano in modo bizzarro, strano e spesso con modalità aggressive (si pensi al comportamento antisociale del maniaco e dei sofferenti di disturbi di personalità), venivano aggrediti o derisi, oppure rinchiusi in carcere. La maggior parte delle persone detenute in prigione era in realtà affetta da gravi malattie mentali (in particolare venivano riconosciute quelle di cui aveva parlato Galeno: letargia, disturbi della memoria, sonnolenza, stupore, insonnia, mania, malinconia, melanconia d’amore, frenite, incubo, epilessia, spasmo). In questi luoghi di contenzione, oltre ai malati psichici si potevano trovare mendicanti, vagabondi, eretici, disoccupati, libertini, donne di facili costumi, ladri, criminali, alcolisti, ecc. Di fatto, in questi ‘ospizi’ non veniva offerta alcuna cura, alcuna assistenza: i detenuti erano anzi picchiati o frustati molto spesso.

Fu solo nel XVII secolo che i malati psichici, per la prima volta dopo il Medio Evo, furono riconosciuti come tali e la psichiatria fu considerata una scienza medica, completamente libera dai ganci della religione. Tuttavia, la malattia mentale era ancora considerata inguaribile, progressiva e, soprattutto, incomprensibile.

Il medico francese Philippe Pinel (1745-1826), direttore di uno di questi ospizi, cominciò a distinguere i malati mentali dai poveri, i vagabondi e gli emarginati, cui prima venivano assimilati. Philippe Pinel riconobbe la follia come una malattia del corpo e definì cinque malattie mentali: la malinconia, la mania senza delirio, la mania con delirio, la demenza e l’idiotismo. (P.Pinel – La mania: trattato medico-filosofico sull’alienazione mentale). Per Pinel il folle era un individuo incapace di padroneggiare i propri istinti: egli sosteneva che la cura del malato mentale era possibile solo in un luogo strutturato, al di fuori di influenze esterne e con la presenza costante di un medico che seguisse l’evoluzione della malattia. La cura divenne di fatto l’internamento. Gli strumenti terapeutici utilizzati per ricondurre questi malati alla ‘normalità’ furono particolarmente traumatici, volti a provocare uno shock: in queste strutture erano comuni docce ghiacciate, diete sbilanciate, isolamento e contenzione fisica, purghe, salassi, oppio, ecc.

Rilevante fu l’opera di Charcot (1825-1893), che presso la Salpetrière di Parigi curava pazienti isterici tramite ipnosi. Nel 1885 Jean Martin Charcot accolse fra i suoi allievi anche Sigmund Freud (1856-1939), che era andato a Parigi con una borsa di studio per imparare la tecnica dell’ipnosi, con la quale poter curare le malattie mentali.

All’inizio del Novecento comparvero sulla scena la psicologia e la psicoanalisi, tuttavia continuava ad essere dominante la considerazione del solo aspetto organico della malattia mentale. Dato che il paziente veniva considerato irrecuperabile, in quanto condannato da un danno cerebrale, gli si precludeva qualsiasi possibilità di riabilitazione.

Vennero introdotti nuovi trattamenti, come la lobotomia frontale, lo shock cardiazolico e l’elettroshock. Contemporaneamente, iniziavano a diffondersi le teorie psicoanalitiche ed i relativi approcci psicoterapeutici. Si deve a Sigmund Freud (1856-1939) il tentativo di affrontare in altro modo il disturbo mentale, prestando attenzione al funzionamento della psiche del paziente. Freud si rese conto che le differenze fra normalità e follia riguardavano più l’intensità e la quantità dei sintomi, che la qualità.

Nel 1952 furono sintetizzati i primi psicofarmaci, i neurolettici, che pur agendo solo sui sintomi della schizofrenia, aprirono nuovi orizzonti per un nuovo approccio alla cura.

Intanto si faceva strada la convinzione che la malattia mentale poteva dipendere anche da fattori sociali. La diffusione delle idee psicoanalitiche prima ed il contributo di nuove discipline poi, come la filosofia fenomenologica, la sociologia, la psicologia sociale, contribuirono notevolmente ad un costante, ma progressivo affrancamento della nuova scienza psichiatrica dalla neurologia e dunque dall’ambito prettamente organicistico.

Già Cesare Lombroso osservava che non bisognava punire soltanto, ma valutare il contesto sociale, biologico, personale e neuropsichiatrico in riferimento all’atto delittuoso. Il giudizio circa il delitto doveva nascere da un esame globale dello stato intellettivo, psicopatologico, sociale e neurologico in gioco nel soggetto: non punire quindi, ma “rieducare”.

L’istituzionalizzazione rendeva, di fatto, priva di speranze la carriera del malato di mente: al disturbo originario si aggiungeva la malattia istituzionale, che derivava dalla lunga degenza e dalle condizioni di vita all’interno del manicomio. L’istituzione, che avrebbe dovuto curare, finiva in realtà per peggiorare ulteriormente la situazione del malato, privandolo totalmente delle proprie iniziative, della sua libertà e individualità, portandolo ad un completo decadimento delle abilità sociali.

Cominciò dunque a farsi strada il movimento dell’”antipsichiatria”: alla base di questo modello della malattia mentale vi era il concetto di “violenza”, che il malato subiva nei suoi contatti sociali, sin dalla più tenera età. Venne puntato il dito anzitutto sulla famiglia, luogo dove venivano inibite le potenzialità del bambino e dell’adolescente, allo scopo di creare sempre nuovi sudditi del ‘sistema’: occorrevano infatti sempre nuovi consumatori, carne da cannone, strutture di ubbidienza al potere. Gli individui così condizionati e oppressi potevano affollare le fabbriche e ricostituire nuove coppie stabili, procreare altri figli, ricreare altre famiglie, e così perpetuare il ciclo.

In questa visione, tutti coloro che volevano uscire da questo ingranaggio di mediocrità e di mortale ubbidienza, diventando cittadini liberi, venivano etichettati come nevrotici o pazzi. La famiglia venne individuata come luogo primario di violenza, non solo nei casi di abuso sessuale o maltrattamenti, ma anche solo attraverso il tipo di educazione conformista impartita dai genitori.

Il malato di mente venne visto come una vittima dell’oppressione sociale, che tentava in tutti i modi di ‘normalizzarlo’, spingendolo verso il conformismo. In questo senso la follia fu considerata una forma di trasgressione dalla norma sociale, anche laddove si esprimeva attraverso l’originalità e la genialità.

Con l’antipsichiatria la scienza ufficiale venne accusata di concentrare la propria attenzione sulla malattia individuale e sulle sue basi organiche, trascurando l’origine sociale dei disturbi psichici. La psichiatria tradizionale venne vista come una funzione necessaria al “sistema” per sopravvivere attraverso il ‘trattamento’ di tutti i devianti, che vennero esclusi definitivamente dalla vita sociale, grazie all’istituzionalizzazione.

Le ‘cure’ somministrate nei manicomi del tempo (dosi elevate di psicofarmaci, medicinali di nuova invenzione ed ancora in fase di sperimentazione, elettroshock, misure costrittive) vennero considerate forme di violenza sociale su persone fragili, che avevano già dovuto subire violenze da parte della famiglia e della società per il loro mancato adeguamento al conformismo sociale. L’antipsichiatria voleva invece tutelare i diritti di queste persone e lasciarle libere di esprimersi e di reinserirsi nel tessuto sociale.

I manicomi, considerati centri di potere molto rilevanti nell’equilibrio della comunità locale, oltre che campi di manovre clientelari e serbatoi di voti (grazie al clientelismo delle assunzioni di un numero spropositato di addetti) dovevano essere aboliti.

In Italia lo psichiatra Franco Basaglia (1924-1980), riteneva che una società più libera e giusta, avrebbe fatto diminuire anche la malattia mentale. Con la legge n. 180 del 1978, nota come Legge Basaglia, furono aboliti in Italia gli ospedali psichiatrici ed istituiti i servizi di igiene mentale, per la cura ambulatoriale dei malati di mente. Questo fece dell’Italia un paese pioniere nel riconoscere i diritti del malato.

”… la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa era impossibile che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale. Non credo che il fatto che un’azione riesca a generalizzarsi voglia dire che si è vinto. Il punto importante è un altro: è che ora si sa che cosa si può fare. Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere, perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione difficile da recuperare”.

(Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, 1979, Raffaello Cortina, 2000)

Giuliana Proietti

Bibliografia:

Galimberti Umberto, Dizionario di Psicologia, De Agostini
Galimberti Umberto, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli (Pag. 247)
Dell’Acqua Peppe, Fuori come va?, Editori Riuniti
Proietti Giuliana, Il Benessere, ed. Xenia

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Antipsichiatria e Legge 180

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