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Devianza e criminalità

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Devianza e criminalità

devianza e criminalità

Cosa si intende per “devianza”?

Per devianza si intende comunemente ogni atto o comportamento (anche solo verbale) di una persona o di un gruppo che viola le norme di una collettività, che si discosta significativamente dalle aspettative sociali e che, di conseguenza, va incontro a una qualche forma di sanzione, disapprovazione, condanna o discriminazione.

Quando si parla di devianza si parla, in sostanza, di comportamenti sbagliati ?

Non esattamente. Un atto viene definito deviante non tanto o non solo per la natura stessa del comportamento, ma per la risposta che esso suscita nell’ambiente socioculturale in cui ha luogo. Ha importanza dunque non solo il comportamento in sé, ma anche il contesto sociale in cui esso si manifesta.

Perché tutta questa enfasi sul contesto?

Perché non tutti i comportamenti sono giudicati in modo simile da tutti i gruppi sociali: ciò che è deviante per un gruppo può non essere considerato tale per un altro. Le persone che vivono all’interno di una determinata società, tendono ad interiorizzare le norme comuni ed i modelli sociali di riferimento. Questo si traduce nell’accettazione, anche a livello privato, dell’opinione del gruppo. Ad esempio, quando una persona si viene a trovare in situazioni ambigue o confuse e non sa come comportarsi, può assumere il comportamento degli “altri” del proprio gruppo come fonte di riferimento e adeguarsi a tali comportamenti per uscire dalle difficoltà.

Come vengono classificati i comportamenti devianti?

  • Crimini e delitti (omicidi, furti, crimini dei colletti bianchi, bande);
  • Suicidio;
  • Abuso di droga (leggere e pesanti);
  • Trasgressioni sessuali (prostituzione, omosessualità, pornografia, pedofilia…);
  • Devianze religiose (stregonerie, eresie, settarismo religioso…);
  • Malattie mentali;
  • Handicap fisici (minorazione, deficit, handicap).

Cosa sono le sanzioni e di che tipo possono essere?

Le sanzioni sono le reazioni degli altri al comportamento dell’individuo e hanno lo scopo di assicurare il rispetto di una data norma.

Le sanzioni possono essere di vario genere:

  • sanzioni positive: ricompensano chi rispetta la norma;
  • sanzioni negative: puniscono chi non rispetta la norma;
  • sanzioni formali: se applicate da specifiche autorità a ciò preposte (es. polizia, tribunali);
  • sanzioni informali: reazioni più spontanee e meno organizzate;
  • sanzioni esterne, inflitta dal sistema istituzionale, (ad esempio sanzioni pecuniarie, penali, carcerarie). a seconda del reato commesso e della norma violata;
  • sanzioni interne, che rappresentano la conoscenza del giudizio della comunità nella quale la norma è stata violata o la propria coscienza; è stato infatti osservato che talvolta è molto più efficace la paura del giudizio altrui che non una sanzione a livello penale per dissuadere qualcuno dall’atto deviante;

Cosa si intende per “conformismo sociale”?

Con il termine conformismo si fa riferimento a un atteggiamento o tendenza ad adeguarsi a opinioni, usi e comportamenti pre-definiti e politicamente o socialmente prevalenti. Questo atteggiamento si può notare ad esempio nel modo di vestire o nel comportamento, ma anche nelle idee e nei modi di pensare. In altre parole è la tendenza ad approvare acriticamente le opinioni ed i comportamenti delle persone o dei gruppi di persone di riferimento, cui si attribuisce il ruolo di ‘esperti’. Il conformista dunque è colui che, ignorando o sacrificando la propria libera espressione soggettiva in modo più o meno marcato, si adegua e si adatta nel comportamento complessivo, sia di idee e di aspetto esteriore che di regole, alla forma espressa dalla maggioranza, o dal gruppo di cui è parte.

Cosa si intende per “anomia”?

Il concetto di anomia significa letteralmente “assenza o mancanza di norme”. Il termine deriva dal greco ‘ ‘a-‘ (senza) e ‘nomos’ (norma). Le norme sono necessarie e funzionali alla regolazione del comportamento sociale.

C’è differenza fra devianza e anomia?

Si, va fatta una distinzione importante fra ‘devianza’ e ‘anomia’. Nell’anomia infatti non ci sono regole e i comportamenti non sono ostili alle norme sociali; nella devianza invece si hanno dei comportamenti ostili nei confronti delle norme sociali vigenti, anche se ci si attiene comunque ad altre regole (ad esempio le regole dei soggetti mafiosi).

Devianza è sinonimo di illegalità?

No. Esiste, ad esempio, una pornografia legale, ma questo non esime dal considerare chi ne fa uso un deviante, così come esistono delle cose assolutamente illegali (es. evadere il fisco, abusivismo) che però vengono ampiamente tollerate e chi mette in atto questi comportamenti non viene considerato un deviante. Semmai un furbo. Per questo la devianza non può essere classificata secondo un rigido modello di spiegazione, ma va studiata rispetto alle situazioni, ai comportamenti, alle attività ed anche alle aspettative degli altri.

Cosa si intende per “outsider”, “devianza primaria” e “devianza secondaria”?

Un outsider è una persona che sta fuori, ai margini di un gruppo sociale, perché è profano di qualcosa, o perché ha compiuto un atto di ‘devianza primaria’. A causa di questo atto, il soggetto viene allontanato o respinto dalla società e diventa un ‘outsider’: se i suoi tentativi di reinserimento falliscono, è abbastanza frequente che questa persona prenda la strada della ‘devianza secondaria’, che rende definitivo il ruolo deviante.

Dal punto di vista psicologico e sociologico, come può essere spiegato il comportamento deviante?

Vi sono diversi modelli psicologici che lo spiegano:

  • Modelli biologico-costituzionali

Questi modelli suppongono l’esistenza di una determinante biologica alla base del comportamento deviante: si ricercano eventuali correlazioni fra le caratteristiche genetiche o somatiche dell’individuo ed i suoi comportamenti. Questo orientamento ha preso l’avvio dalle teorie del Lombroso sul finire dell’ottocento ed alcuni filoni di ricerca non sono del tutto estinti.   Lombroso descrisse il “delinquente nato” con una serie di peculiarità (testa piccola, sopracciglia folte ecc.);

  • Modelli psicoanalitici

In questo ambito si fa risalire la propensione al comportamento deviante ad un processo di crescita psicologico non ideale, in cui la formazione del SuperIo è avvenuta in modo incompleto con conseguente carenza del controllo delle pulsioni, o per identificazione con figure criminali, con conseguente attribuzione dell’azione criminosa a istanze superegoiche. Secondo Sigmund Freud esistono devianti per ‘senso di colpa’ che commettono reati al solo scopo di ottenere una punizione che in qualche modo li riscatti dai profondi sensi di colpa connessi ai desideri edipici. Altre teorie psicoanalitiche più recenti fanno risalire le condotte devianti a disturbi emotivi maturati nei primissimi anni di vita, nel rapporto con la figura materna, o a contesti socio-economici ed affettivi di grave privazione.

  • Modelli comportamentisti

Secondo questi modelli le norme sociali si apprendono attraverso le associazioni fra un determinato comportamento e le sue conseguenze. Perciò, se un bambino commette un atto sbagliato, riceverà delle sanzioni dai genitori e questo permetterà l’apprendimento corretto delle norme. Ci sono tuttavia delle persone che non riescono a fare tesoro di certi condizionamenti, per caratteristiche personali che li portano ad assumere con più facilità dei comportamenti devianti. E’ il caso degli estroversi che, secondo H.J. Eysenck sono piuttosto insensibili ai condizionamenti.

  • Modelli psico-sociali

In questo ambito ci si occupa di tutte le componenti ambientali, come le condizioni familiari, culturali ed economiche che possono favorire il comportamento deviante, senza trascurare l’influsso dei media e i processi di identificazione con le forme di crimine divulgate. Chi viene da famiglie svantaggiate può cercare di essere accolto in gruppi dove l’identità negativa trova un sostegno e un appoggio e dove le remore della propria coscienza vengono fatte tacere da una sorta di Super Io di gruppo che rimpiazza quello individuale. Il gruppo sopprimerebbe i sensi di colpa dell’individuo attraverso la negazione della responsabilità, la negazione dell’offesa (non riguardo all’atto compiuto, ma al torto di aver compiuto un tale atto), la minimizzazione del valore della vittima, la fedeltà al gruppo.

  • Teorie sociologiche

La teoria della tensione di  Émile Durkheim spiega come la devianza sia indotta dall’anomia, cioè dalla mancanza di norme sociali che regolano e limitano i comportamenti individuali.

La teoria del controllo sociale studia cosa spinge la maggior parte della società a non essere devianti e quali sono i controlli a livello sociale che impediscono la violazione di norme. La teoria del controllo sociale si basa sulla capacità delle sanzioni interne ed esterne per impedire alle persone di deviare.

La teoria della subcultura si concentra sull’isolamento sociale di certi individui: questo costituisce una subcultura deviante con norme e valori differenti rispetto a quelli della società istituzionalizzata. In questi ambienti nascono individui devianti, che hanno appreso comportamenti poco consoni alla società tramite la relazione con altre persone devianti, che vivono ai margini della società. Questi individui mettono in discussione la legittimità delle norme che
violano, per cui si sforzano di promuovere delle norme e dei valori sostitutivi.

La teoria dell’etichettamento.  Una persona considerata deviante sarà etichettata come tale, di conseguenza tramite la mancata accettazione da parte della società e l’isolamento sociale sarà portata a reiterare i suoi atti.

La teoria della scelta razionale sostiene che la volontà dell’individuo sia determinante: una persona ha la libertà di scegliere se violare o meno la norma.

Devianza e criminalità sono sinonimi?

No. Devianza e criminalità spesso coincidono, ma non sono sinonimi. Il concetto di devianza è più ampio, poiché la criminalità si riferisce ai comportamenti che violano la legge e quindi ai reati (oggetto della criminologia). La devianza invece riguarda la non conformità a una norma sociale (oggetto della sociologia della devianza).

Quando si è cominciato a studiare il fenomeno della devianza?

La nascita del concetto di devianza è dovuto a tre radicali trasformazioni che si verificarono verso la fine del 18° secolo:
a) l’attribuzione al concetto di “crimine” di un ruolo egemone nella categorizzazione delle forme fondamentali di devianza, che rafforzò il potere del sistema legale centralizzato dello stato moderno;
b) il prevalere di modi di controllo consistenti nella segregazione in istituzioni specializzate chiuse (prigione, ospedale psichiatrico, ecc.);
c) il perfezionamento dei metodi per classificare popolazioni e fenomeni devianti, ognuno col proprio sistema di definizioni e di spiegazioni e col proprio apparato burocratico e professionale.

Pioniere di questi studi fu Emile Durkheim (1858-1917), il quale anticipò i problemi concettuali che sarebbero diventati di pertinenza della sociologia della devianza. Il suo interesse per il tema dell’ordine sociale lo condusse ad affrontare argomenti che poi divennero le questioni teoriche centrali della sociologia della devianza.

La Scuola di Chicago poi, negli anni Venti e Trenta,  cercò di affrontare il tema della devianza in modo ”scientifico” fornendo descrizioni molto dettagliate delle bande giovanili, della criminalità organizzata, della prostituzione, del vagabondaggio, ecc., inaugurando una tradizione metodologica duratura.

La scuola struttural-funzionalista vedeva nella devianza l’espressione della dissociazione fra i modelli culturali proposti dal sistema sociale ed i mezzi da questo previsti per raggiungerli. La devianza tuttavia viene considerata una parte necessaria del processo attraverso il quale l’ordine sociale viene raggiunto e mantenuto, in quanto serve a ricordare la maggior parte delle regole, delle norme e dei tabù socialmente condivisi, rafforzando così il loro valore e quindi l’ordine sociale.

R.K. Merton, con la sua teoria della deformazione strutturale suggerì che il comportamento deviante fosse il risultato della tensione che un individuo può sperimentare quando la comunità o la società in cui vive non gli fornisce i mezzi necessari per raggiungere obiettivi stimolanti.  Questo porta le persone a commettere atti devianti o criminali per raggiungere tali obiettivi (il successo economico, per esempio). La devianza sarebbe dunque una modalità alternativa di adattamento. A.K. Cohen legava la devianza soggettiva all’appartenenza ad una classe svantaggiata che, sentendosi esclusa dal sistema, sapendo che non si avevano mete da raggiungere, trovava la propria identità attraverso l’adesione ad una sub-cultura emarginata, considerata ovviamente ‘deviante’ dalla classe dominante.

Dr. Giuliana Proietti

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Dr. Giuliana Proietti
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