Ernesto Che Guevara e il fascino dell’eroe

Che Guevara, il fascino dell'eroe

Ernesto Che Guevara e il fascino dell’eroe

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Tanti sono stati i miti, le passioni, gli ideali che scossero i giovani negli anni ’60: “Che” Guevara fu uno di questi miti, la sua figura si colloca fra i grandi personaggi che hanno animato la storia mondiale del dopoguerra con il fascino dell’eroe.

Ernesto Guevara de la Serna nacque il 14 luglio 1928 a Rosario, in Argentina, da famiglia borghese. Il padre, Ernesto Guevara Linch (di origine irlandese) era un progressista piuttosto anticonformista e fu nella sua biblioteca che il giovane ebbe modo di conoscere i classici del socialismo e del marxismo.

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La vita di Ernesto fu subito segnata da un episodio accaduto quando aveva appena due anni: un bagno con la madre nel fiume a maggio gli procurò l’asma che lo perseguitò per tutta la vita. Quando Ernesto aveva nove anni, c’era la guerra spagnola: il padre fondò allora un comitato di sostegno per la repubblica spagnola e, successivamente, con la sconfitta dei repubblicani, un vero e proprio centro di mobilitazione antifranchista.

Per quanto riguarda gli studi intanto, finito il liceo, Ernesto sembrava destinato a diventare un ingegnere, ma la morte improvvisa della nonna paterna, cui il giovane era molto legato, lo indusse ad iscriversi alla facoltà di medicina. All’università non fu mai un modello dal punto di vista disciplinare, ma ciò non gli impedì di rivelarsi per le sue capacità. Non ancora laureato, Ernesto Guevara aveva scritto già diversi saggi su riviste specializzate e aveva lavorato per qualche tempo nel lebbrosario di San Pablo in Perù.

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Poi cominciarono i viaggi sistematici per conoscere l’America latina. Dopo aver conseguito la laurea nel 1953, furono questi che lo maturarono, lo cambiarono profondamente. Egli ebbe modo di vedere la miseria, la fame, le malattie, accanto ad uno strapotere esercitato da una classe dominante che favoriva i grandi latifondisti; ciò comportò un’accentuazione del suo radicalismo, in particolare la sua concezione della lotta armata come ineludibile per cambiare le cose in America latina.

Girò per la Bolivia e il Guatemala, due paesi in cui cominciava a serpeggiare un certo malcontento presso la popolazione e dove gli Stati Uniti esercitavano un’influenza notevole, favorendo la corruzione al potere per raggiungere dei vantaggi economici attraverso multinazionali come la “United Fruits” i cui legali erano rispettivamente segretario di stato e capo della Cia.

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Scriveva Guevara a quel tempo: “… Un latinoamericano ha una sola patria, tutto il subcontinente, e un solo nemico, l’imperialismo yankee. L’unica speranza di vittoria sta nel popolo armato”.

In Messico Ernesto conobbe Raul e Fidel Castro che erano stati amnistiati dal dittatore Batista ed erano andati là per preparare la guerriglia: l’incontro li indusse a cercare una collaborazione. Ernesto divenne allora “il Che” perché, come tutti gli argentini, intercalava spessissimo “che” (equivalente al ‘ciò’ dei veneti) quando parlava. Il primo scontro con le truppe di Batista fu disastroso, ma la guerriglia rimase salda. Il “Che” passò da medico a tenente, a capitano, a comandante e cominciò ad elaborare una teoria della guerriglia.

Il 31 dicembre del 1958 proprio il Che conquistò la città di Santa Clara e Batista scappò da Cuba. Gli Stati Uniti a questo punto cercarono di isolare Cuba e allora il “Che”partì per uno dei suoi tanti viaggi da ambasciatore straordinario della Rivoluzione cercando di spostare le relazioni economiche verso il blocco orientale. Il primo problema fu quello di vendere lo zucchero che gli USA non volevano più e quindi visitò l’Egitto di Nasser, il Giappone, l’Indonesia, il Pakistan, l’India, la Jugoslavia.

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Al suo ritorno divenne presidente del Banco Nacional e poi, nel 1961, ministro dell’industria. A lui venne affidato il compito di riorganizzare tutta l’economia cubana secondo i canoni del marxismo; come disse di sé, aveva “smesso di curare le persone per curare i popoli”. Si gettò infatti con impegno in un terreno per lui quasi inesplorato, intraprendendo studi di economia, finanza etc..

Ma la politica non sembrava fatta per lui, così idealista e poco propenso a scendere a quei compromessi necessari con le varie organizzazioni e paesi del mondo, e così si dimise nel 1965 spiegando in una lettera indirizzata a Fidel Castro i motivi che lo spingevano a lasciare l’isola: la volontà di dedicarsi all’organizzazione della rivoluzione negli altri paesi dell’America Latina che derivava dalla profonda convinzione che fosse necessario organizzare una guerriglia condotta da piccoli gruppi addestrati. Egli pensava che la rivoluzione di Cuba potesse sopravvivere solo se si fosse estesa in tutta l’America Latina: bisognava creare due, tre, molti Vietnam.


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La sua partenza da Cuba ebbe il sapore di un distacco dai meccanismi politici nei quali i suoi compagni si erano trovati ad operare, si sentiva più adatto all’azione che alla poltrona e così all’inizio del 1966 insieme al alcuni suoi compagni, raggiunse il Congo per unirsi al movimento che si opponeva al regime di Mobutu. Ma si trattò di una esperienza amara, non condivisa né dall’Urss né dalla Cina di Mao e così, dopo un periodo passato nella clandestinità, ritornò nell’America del Sud, in Bolivia, per aiutare la guerriglia contro il governo filoamericano. Per alcuni mesi le cose sembrarono andare bene, poi si deteriorò il rapporto con il partito comunista boliviano e, non potendo più contare sull’aiuto dei contadini, il gruppo proseguì la lotta in una situazione di sostanziale isolamento. L’8 ottobre del 1967 il “Che”, insieme ai suoi, venne accerchiato da centinaia di uomini guidati dai consiglieri militari statunitensi. Nella battaglia venne ferito alle gambe, fatto prigioniero e portato alla scuola di La Higueras dove il giorno dopo venne assassinato. Aveva solo 39 anni.

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Molti, dopo, hanno cercato di emulare il suo comportamento praticando ad esempio il terrorismo, non conoscendo forse ciò che lo stesso “Che” aveva scritto in proposito: “Crediamo sinceramente che il terrorismo sia un’arma negativa, che non produce in alcun modo gli effetti voluti e che può indurre un popolo a mettersi contro un determinato movimento rivoluzionario…”

(fonti: G.Oldrini-S.Tutino-C.Petruccioli-G.Mondolfo)

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LETTERA DEL “CHE” AI GENITORI

Cari vecchi,

una volta ancora sento i miei talloni contro il costato di Ronzinante: mi rimetto in cammino con il mio scudo al braccio.

Sono passati quasi dieci anni da quando vi scrissi un’altra lettera di commiato. A quanto ricordo, mi lamentavo di non essere un miglior soldato e un miglior medico. … Nulla è cambiato essenzialmente, salvo il fatto che sono molto più cosciente, il mio marxismo si è radicato e depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che lottano per liberarsi, e sono coerente con quello che credo. Molti mi diranno avventuriero, e lo sono; soltanto che lo sono di un tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia per dimostrare la loro verità.

Può darsi che questa sia l’ultima volta, la definitiva. Non cerco la morte, ma rientra nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse, eccovi un ultimo abbraccio.

Vi ho molto amato, ma non ho saputo esprimere il mio affetto; sono, nelle mie azioni, estremamente drastico e credo che a volte non abbiate capito. Non era facile capirmi, d’altra parte: credetemi almeno oggi. Ora, una volontà che ho educato con amore di artista, sosterrà due gambe molli e due polmoni stanchi. Riuscirò.

Ricordatevi, ogni tanto, di questo piccolo condottiero del secolo XX. Un bacio a Celia, a Roberto, a Juan Martin e a Pototin, a Beatriz, a tutti. A voi un grande abbraccio di figliol prodigo e ostinato.

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L’IMMAGINE PIU’ FAMOSA

Pochi forse conoscono la vera storia della foto più famosa del Che, quella più riprodotta nel mondo intero e che continua a mantenere intatta la sua forza espressiva. L’autore, Alberto Korda, dice con modestia che non è riuscito nemmeno a metterla bene a fuoco. Era il giorno dello scoppio di una bomba messa come sabotaggio su una nave che portava il primo carico di armi comprato dalla Rivoluzione e che aveva provocato numerosi morti e feriti. Vi furono i funerali e poi un comizio di Fidel Castro. D’improvviso, sul palco comparve per qualche secondo il Che ed aveva uno sguardo che esprimeva tutta la sua rabbia per l’attentato e il dolore per le vittime: due scatti ad immortalarne l’espressione. Fu solo dopo sette anni che saltò fuori la foto perché voluta dall’editore Feltrinelli come copertina del Diario della Bolivia e fu poi scelta in tutto il mondo come la più adatta ad essere riprodotta in migliaia di modi.

Lanfranco Bruzzesi

Imm. Wikimedia



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