Psicologia e social media

psicologia e social media

I siti di social networking stanno diventando un mezzo comune di vita e interazione sociale. Ad esempio, due terzi (66%) degli americani adulti usano siti di social media come Facebook, Twitter, LinkedIn, e MySpace (Smith, 2011).

Le principali attività che si verificano su questi siti di social networking riguardano lo scambio di messaggi, notizie, eventi, foto, video e la condivisione rapida delle informazioni supplementari attraverso i pulsanti “mi piace”, “condividi”, “retweet” e “+ 1”. Tuttavia, lo sviluppo delle nuove tecnologie sta aumentando ad un ritmo che rende difficile comprendere appieno le implicazioni etiche dell’attività su questi siti da parte dei professionisti della salute, che pure utilizzano questi media.

I progressi tecnologici stanno creando agli psicologi nuovi modi per offrire aiuto ai propri pazienti. Alcuni clinici utilizzano testi (via blog o e-mail), registrazioni audio e chat video (come su YouTube, Skype o altri sistemi di videoconferenza) per fornire una gamma di servizi, che vanno dalla psico-educazione alla psicoterapia.

In genere sui social media gli utenti devono a aprire degli accounts nei quali specificano molte informazioni personali, anche sensibili. Per questa ragione alcuni autori hanno incoraggiato i professionisti a cercare regolarmente informazioni online su se stessi, al fine di accertarsi di cosa i pazienti possono scoprire su di loro via Internet (Thunder, 2009).

Recentemente, la ricerca si è occupata di etica e di effetti clinici dell’uso di internet da parte degli psicoterapeuti.

La Pew Foundation (Fox, 2011) ha scoperto che l’80% degli americani cerca le informazioni sulla salute online e che il 34% degli utenti Internet ha letto online commenti o esperienze di altri su problemi di salute. Un ulteriore 16% ha cercato articoli online scritti dai professionisti.

Ciò che viene cercato online sono soprattutto gruppi di sostegno, professionisti e recensioni sui professionisti. Le recensioni online sui terapeuti e sui medici in generale sta causando ulteriore ansia per i professionisti, che si sentono imbavagliati dai requisiti di riservatezza del paziente e non sono in grado di difendersi contro recensioni negative. Allo stesso modo sono impossibilitati a chiedere ai pazienti soddisfatti delle recensioni positive, in quanto questo è vietato dal codice etico (American Psychological Association [APA], 2010).

Molti psicologi hanno aperto propri siti Web e siti di social media come strumento di marketing diretto per la loro attività (Johnson, 2011). Molto utilizzati sono Twitter, Facebook, LinkedIn e altri siti per ottenere la diffusione dei messaggi in rete.

E’ inoltre diffusa la partecipazione a Forum pubblici o semi-privati, per far conoscere le proprie competenze e aumentare la propria visibilità e credibilità. Molti professionisti forniscono informazioni sui servizi che forniscono e sulle loro aree di interesse professionale.

Diffuse sono anche le loro interazioni web pubblicamente accessibili, come quando i terapeuti commentano notizie, a volte senza la piena consapevolezza che queste interazioni sono pubbliche e individuabili con relativa facilità.

Quando un clinico posta un messaggio o un commento su un blog dalla privacy del suo studio o da casa, spesso non riesce a prendere in considerazione la moltitudine di studenti, pazienti, amici, colleghi, membri della famiglia ecc., che poi leggeranno quegli scritti. Ancor meno si rendono conto che quei contenuti possono essere ricercati appositamente utilizzando i motori di ricerca.

Molti rimangono inoltre sorpresi nello scoprire che alcuni siti, come Facebook, rendono difficile eliminare completamente il proprio account e che possono continuare a conservare i dati, comprese le foto ed i commenti, anche dopo aver chiuso completamente l’account (Cheng, 2012).

Per non parlare della funzione di ricerca immagini di Google, che fornisce ad una persona la possibilità di caricare una foto in un sito web, per poi ritrovarla accanto al proprio nome, con estrema facilità.

Altri clinici che volutamente non creano profili su Internet, possono scoprire il loro nome su siti di recensioni dei consumatori, i quali creano automaticamente annunci relativi ai professionisti presenti in una determinata area. Non sempre è facile essere rimossi da tali siti di annunci automatici come si potrebbe pensare (Nelander, 2011). Peraltro, se questi annunci vengono commentati da qualche utente e rilanciati da Google, è ben difficile poterli cancellare completamente.

Alcuni professionisti hanno fatto ricorso alla ricerca di società come Defender, che fa pagare una notevole quantità di denaro per aiutare a cancellare le informazioni negative presenti sul web, con l’obiettivo di mostrare sempre risultati positivi a chi cerca il proprio nome su Google.

Altri hanno ottenuto per via legale il diritto a rimuovere i commenti negativi degli utenti (Masnick, 2011). Non sempre però i siti effettivamente ottemperano a tali richieste, come recentemente scoperto (Lee, 2011). Molti professionisti fanno dunque sapere ai propri pazienti che sospenderanno il rapporto terapeutico qualora dovessero trovare commenti negativi da parte dei loro pazienti sulla propria persona e sul proprio lavoro. Tali “contratti” sono eticamente discutibili, in quanto vengono a limitare la libertà civile dei pazienti, quando sono nella posizione vulnerabile di ricerca di terapia, ma a volte rappresentano l’unico mezzo di difesa per prevenire i commenti negativi in rete.

Alcuni terapeuti non utilizzano Internet per promuovere la loro attività, ma per guardare i profili di social networking dei propri assistiti, con la finalità terapeutica di comprendere meglio la vita del proprio paziente e delle sue interazioni con familiari e conoscenti.

Molti psicologi svolgono inoltre delle consulenze online, via testo o video. Ci sono motivi validi per considerare utili tali tecnologie (ad esempio, fornire il servizio presso le popolazioni rurali, aumentando l’accesso alle cure, anche per le popolazioni particolari, che possono avere difficoltà a trovare un terapeuta esperto per il loro problema nella propria zona di residenza (es. pazienti transgender).

Nonostante l’efficacia riscontrata di tali trattamenti, molti sono ancora i dubbi (Thompson & Vivino, 2011) su tali pratiche, come ad esempio la mancanza di contatto oculare fra terapeuta e paziente e l’incapacità di percepire i piccoli cambiamenti fisiologici nel paziente, compresi i cambiamenti nella respirazione, le vampate di calore, le lacrime o i movimenti del corpo. Tuttavia, è possibile che tali critiche siano culturalmente distorte.

Infatti, non sappiamo ancora se i ragazzi di oggi, che crescono a pane e social media, potranno sperimentare le stesse problematiche provate da chi è arrivato tardi ai social media (immigrati digitali) ed ha conosciuto un mondo che non ne faceva uso.

Inoltre, la tecnologia migliora continuamente (Machtig & Danto, 2011) e i problemi riscontrati dai critici sono ormai quasi completamente risolti durante una video chat. L’aspetto positivo dell’uso di questi mezzi potrebbe invece essere dato dalla possibilità per il paziente di aprirsi completamente, superando le inibizioni del rapporto faccia a faccia.

È chiaro che la cultura digitale continuerà a fiorire e ci sarà pertanto la necessità che questi temi vengano affrontati nei corsi di laurea e di specializzazione, con docenti e supervisori del lavoro svolto in rete dai tirocinanti. (Anche se è al momento difficile trovare nella stessa persona un esperto psicologo e contemporaneamente un esperto di social media).

Il codice deontologico degli psicologi dovrà essere aggiornato per evitare abusi o prestazioni professionali non competenti. Molti hanno suggerito di precisare le politiche online del terapeuta e del paziente già durante la prima seduta, in una sorta di consenso informato. (Barnett, 2009; Clinton, et al., 2010. Kaslow, Patterson & Gottlieb, 2011; Kolmes, 2010; Lehavot, Barnett e poteri, 2010).

I professionisti dovranno acquisire una più profonda comprensione di come i pazienti utilizzano il social networking. Solo due decenni fa, avere una presenza attiva su Internet era considerato un potenziale segno di comportamento antisociale o di dipendenza, mentre ora è una forma accettata, sia per motivi personali, sia lavorativi.

Il terapeuta che fa ricerche sui propri pazienti può trovare utilità nello scoprire informazioni che non gli vengono riferite, specialmente per quanto riguarda gli adolescenti, anche se corre il rischio di assumere questi dati per il loro valore nominale, senza considerare che l’identità sui social è spesso una costruzione fatta ad arte per compiacere i propri amici.

Visti i cambiamenti che Internet sta provocando, anche nella professione, possiamo aspettarci di vedere più informazioni open source, collaborazioni e condivisioni in termini di psicoeducazione e risorse per i pazienti, che possono così diventare più autonomi nella ricerca di cure.

Tutto sommato, anche la conoscenza reciproca fatta sui media fra terapeuta e paziente prima dell’incontro può evitare l’inutile senso di mistero che spesso scoraggia dal rivolgersi allo psicologo.

Sta allo psicologo usare il buon senso nel trasmettere le informazioni che lo riguardano.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
Social Media in the Future of Professional Psychology Keely Kolmes, San Francisco CA

Immagine:

Flickr

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Dr. Walter La Gatta
Dr. Walter La Gatta

Libero professionista ad Ancona ,Terni , Fabriano e Civitanova Marche

Si occupa di:

Psicoterapie individuali e di coppia
Terapie Sessuali (Delegato Regionale del Centro Italiano di Sessuologia per le Regioni Marche e Umbria) 
Tecniche di Rilassamento e Ipnosi
Disturbi d’ansia, Timidezza e Fobie sociali.

Riceve ad Ancona,Terni , Fabriano, Civitanova Marche e via Skype, su appuntamento.

Per appuntamenti telefonare direttamente al: 348 – 331 4908

Co-fondatore dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

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