personalità multipla

Il disturbo di personalità multipla è stata una delle sindromi cliniche meno spiegate. Infatti, quando si parla di personalità ci si riferisce al patrimonio neurobiologico ereditario e all’adattamento di questo alle esigenze socioculturali dell’ambiente: è da questa integrazione dinamica che si determina la ‘unicità’ della persona nei suoi aspetti intellettivi, emotivi, volitivi, così come nel suo modo di rapportarsi agli altri.

Una ‘personalità multipla’ dunque, per definizione, non è una personalità unitaria, ma è scissa in più tipologie di carattere, completamente indipendenti fra loro e a volte contrastanti, che convivono nella stessa persona.

Storia psichiatrica del disturbo della personalità multipla

Di personalità multipla si cominciò a parlare all’inizio del 1800, quando la psicologia cominciava ad interessarsi alla mente degli esseri umani ed al mistero del suo funzionamento (cosa che, fino ad allora, era stato argomento più attinente alla religione che alla scienza).

Da allora sono stati descritti in letteratura non più di 300 casi ‘certi e documentati’ di “personalità multipla”, ma ciò nonostante questa patologia ha sempre avuto grande fascino, sia in campo scientifico, sia in letteratura, sia nell’arte o nel cinema, perché argomento sicuramente ‘di confine’ fra scienza e fantascienza.

Il primo caso descritto in letteratura di ‘personalità multipla’ è del 1816: è il caso di Mary Reinolds, una donna che, senza alcun tipo di preavviso, cadeva in un sonno profondo che si protraeva per diverse ore, dal quale si risvegliava mostrando una personalità completamente diversa da quella di base, come se due persone distinte si alternassero in lei, ognuna ignara dell’altra. Altri casi furono descritti nel 1830 e nel 1845.

Nel 1901, attraverso il caso di Miss Beauchamp, venne introdotto nella letteratura medica il concetto di ‘personalità multipla alternante’: la paziente mostrava di essere in alcuni casi remissiva e moralista, in altri ambiziosa e aggressiva. Il medico che l’aveva in cura, Morton Prince, servendosi dell’ipnosi, evidenziò anche una terza personalità, sotto il nome di Sally e spiegò queste alterazioni della personalità postulando l’esistenza di un meccanismo cerebrale responsabile.

Nel 1911 fu introdotto nella medicina psichiatrica la diagnosi di ‘schizofrenia’ il cui sintomo principale era la ‘dissociazione’ dell’affettività del soggetto, dei suoi comportamenti, del suo stile di pensiero, del tutto insolito e scorretto da un punto di vista logico.

Con l’individuazione di questa nuova sindrome, per circa 80 anni non si parlò più di ‘personalità multipla’, in quanto le sue manifestazioni erano state conglobate nel concetto di ‘schizofrenia’, nelle sue diverse forme.

La sindrome ricomparve come categoria diagnostica negli anni ’80 del secolo scorso, nel DSM III R dell’American Psychiatric Association. Dopo una serie di pubblicazioni che avevano contribuito a risvegliare l’interesse su questa materia, essa veniva reintrodotta in ambito clinico nei ‘disturbi dissociativi’ e descritta come ‘disturbo dissociativo dell’ identità’  : con questo atto, la psichiatria medica riconosceva ufficialmente la possibile presenza, in uno stesso individuo, di più identità o stati della personalità ben distinti, indipendenti dalla volontà del soggetto, aventi una propria modalità di percepire l’ambiente, di relazionarsi ed interagire con gli altri.

Troviamo il disturbo anche nel più recente DSM-5, definito disturbo dissociativo dell’identità (DDI o DID). Nell’ICD-10 dell’OMS lo troviamo invece come Disturbo di personalità multipla (DPM).

Come veniva descritta la sindrome nel passato?

Nella descrizione classica del disturbo le differenze fra le diverse personalità non riguardavano solamente gli aspetti intrapsichici, ma anche quelli somatici, relativamente alle malattie del corpo, ai comportamenti sessuali, attitudinali, culturali ecc.

Il passaggio da una personalità all’altra veniva descritto come rapidissimo, da qualche secondo a qualche minuto, oppure graduale (giorni, mesi). In alcuni casi le differenti personalità coesistenti nella stessa persona sembravano conoscersi reciprocamente e rapportarsi come amiche o compagne, oppure come avversarie.

Il passaggio da una personalità all’altra sembrava favorito da uno stato di conflitto fra esse, soprattutto se stimolato dall’ipnosi, o dall’assunzione di farmaci. Il disturbo sembrava sorgere sin dall’infanzia e durare nel tempo, tendendo gradualmente a diminuire nei cambiamenti ed a stabilizzarsi su una sola personalità, sintomo di guarigione.

Quale è la visione psicoanalitica di questo disturbo?

Secondo la psicoanalisi la persona mantiene, durante la sua vita, una piena consapevolezza solamente su alcune parti delle sue esperienze e conoscenze, mentre altri ricordi o rappresentazioni del Sé, considerati ‘inaccettabili’ a livello intrapsichico, vengono mantenuti in compartimenti separati, affinché non entrino in conflitto fra loro e non causino alla persona la perdita di controllo della propria vita.

Il meccanismo che normalmente la persona utilizza per difendersi da questa conflittualità intrapsichica è la ‘rimozione’, ovvero il trasferimento nell’inconscio dei contenuti ‘indesiderabili’, come in un travaso orizzontale, dove ciò che non trova spazio in un contenitore cade in un vaso di raccolta sottostante.

Un altro meccanismo di difesa è la dissociazione, che ha anch’esso lo scopo di creare una barriera fra quello che si vuole conservare e quello che si vuole escludere dalla propria coscienza: il trasferimento avviene in questo caso in senso verticale, con lo stesso principio dei vasi comunicanti, per cui si creano più coscienze parallele.

La personalità multipla dunque potrebbe essere definita, in una visione psicodinamica, come la conseguenza di una dissociazione di una parte dei contenuti della mente, a scopo adattivo, per gestire situazioni particolarmente traumatiche e stressanti, (ad esempio un incidente, un abuso sessuale o fisico vissuto nell’infanzia, il fallimento delle relazioni familiari ecc), verso le quali il soggetto non sarebbe stato in grado di far fronte con i suoi consueti modi di affrontare la realtà, specie se il trauma è avvenuto nei primi anni di vita.

La creazione di personalità multiple è la conseguenza di una forma elaborata di rifiuto di certi contenuti psichici, per consentire la salvaguardia di un nucleo sano del Sé, riferendo tutto il vissuto negativo ad altre persone diverse da Sé.

Il problema, si è osservato, insorge in genere nell’infanzia, proprio perché in questo periodo della vita è abbastanza comune abbandonarsi a ricche produzioni fantastiche, che includono la presenza di amici o nemici immaginari.

Come si cura questo disturbo in psicoanalisi?

Il trattamento si orienta verso l’integrazione graduale dei vissuti traumatici del soggetto, così che l’immagine di Sé precostituita possa lentamente assimilare il Sé traumatizzato, imparando a rievocare il proprio passato e a vivere la propria identità personale in maniera meno confusa.

Per risolvere la dissociazione, il trauma deve essere guardato apertamente, anche nei suoi eventuali risvolti di colpa o di vergogna, avendo l’accortezza di non esporre troppo precocemente il paziente a ricordi per lui intollerabili. La terapia deve essere graduale e per questo l’ipnosi si presta molto bene, per le sue caratteristiche di accendere e spegnere i ricordi con una certa facilità.

Quali sono i criteri di diagnosi oggi per questo disturbo?

Il disturbo viene definito “dissociativo dell’identità” (DDI o DID) nel DSM-5, o secondo la definizione dell’ICD-10,  “disturbo di personalità multipla” (DPM).

In entrambi i casi si può diagnosticare il disturbo quando il paziente mostra di avere almeno due personalità che prendono costantemente il controllo del comportamento dell’individuo, con una perdita di memoria molto più significativa della semplice dimenticanza.

Quanto è comune il disturbo dissociativo dell’identità ?

Molte persone possono temere di avere una personalità dissociata, o multipla, perché sentono in se stesse dei cambiamenti repentini nel modo di pensare o di reagire.  In realtà il disturbo dell’identità dissociativa è una forma piuttosto grave di psicopatologia: un processo mentale che produce una mancanza di connessione nei pensieri, nei ricordi, nei sentimenti, nelle azioni o nel senso di identità di una persona.

Il DID è meno comune rispetto ad altri disturbi dissociativi e si presenta in comorbilità con altri disturbi. Per un fatto non del tutto spiegabile, il DID viene diagnosticato più frequentemente negli Stati Uniti d’America che in altri paesi. (Paris J., 1996)

Quali sono i sintomi tipici del disturbo dissociativo dell’identità?

Il disturbo dissociativo dell’identità è caratterizzato dalla presenza di due o più identità distinte che hanno potere sul comportamento della persona.  Si osserva anche l’incapacità di ricordare le informazioni personali, che fluttuano con la personalità divisa della persona.

Gli “alter” o le diverse identità del soggetto hanno la stessa età, genere sessuale o etnia. Ciascuna personalità ha
le proprie posizioni, i propri gesti e un modo distinto di parlare. A volte gli alter sono persone immaginarie; a volte sono animali.  La commutazione fra una personalità e l’altra può richiedere a volte secondi, a volte minuti a giorni.

Quali sono gli altri sintomi?

Altri sintomi sono: mal di testa, amnesia, stato di trance, o  “esperienze fuori dal corpo”. Alcune persone con disturbi dissociativi hanno una tendenza verso l’auto-persecuzione, l’auto-sabotaggio e persino la violenza (sia autoinflitta che diretta verso l’esterno). Ad esempio, un soggetto potrebbe trovarsi a fare cose che normalmente non farebbe, come ad esempio guidare in modo spericolato,  rubare denaro a un amico, ecc. perché sentono di essere costretti a farlo. Alcuni descrivono questa sensazione come se fossero passeggeri nel loro corpo, piuttosto che gli autisti e pertanto sentono di non avere scelta.

Qual è la differenza tra Disturbo dissociativo dell’identità e schizofrenia?

La schizofrenia è una grave malattia mentale caratterizzata principalmente dall’ascoltare o vedere cose che non sono reali (allucinazioni) e pensare o credere cose che non hanno evidenza nella realtà (illusioni).
Le persone con schizofrenia tuttavia non sempre pensano di avere personalità multiple.

In che modo la dissociazione cambia il modo in cui una persona sperimenta la vita?

La persona che soffre di questo disturbo prova queste esperienze:

. Spersonalizzazione. Senso di distacco dal proprio corpo che viene spesso definita un’esperienza “fuori dal corpo”.
. Derealizzazione. Sensazione che il mondo non sia reale, o che appaia nebbioso e lontano.
. Amnesia. Incapacità di ricordare informazioni personali significative, che vanno al di là delle ordinarie dimenticanze.
. Confusione d’identità o alterazione d’identità.  Un esempio di confusione dell’identità è quando una persona ha difficoltà a definire le cose che le interessano nella vita, o i propri punti di vista politici, religiosi o sociali,  il proprio orientamento sessuale, o le proprie ambizioni professionali. Oltre a queste apparenti alterazioni, la persona può sperimentare distorsioni nel tempo, nei luoghi o nelle situazioni.

Oggi quali sono considerate le possibili cause del disturbo?

In realtà le cause del disturbo sono ancora vaghe: la ricerca indica che si tratta probabilmente di una risposta psicologica agli stress interpersonali e ambientali, in particolare durante gli anni della prima infanzia, in cui l’abbandono o l’abuso emotivo possono aver interferito con lo sviluppo della personalità.
Circa il 99% delle persone che sviluppano disturbi dissociativi ha subito traumi di una certa entità nella prima infanzia (di solito prima dei 9 anni). La dissociazione può verificarsi in caso di abusi psicologici, fisici, sessuali.

Quali sono i criteri del DSM-5  per diagnosticare il disturbo dissociativo dell’identità?

Devono essere presenti due o più identità distinte, o stati di personalità, ognuno con il proprio modello durevole di percepire, relazionarsi e pensare all’ambiente e al sé. Deve esserci amnesia, definita come incapacità nel ricordare eventi quotidiani, importanti informazioni personali e / o eventi traumatici.
La persona deve essere afflitta dal disturbo o avere problemi di funzionamento in una o più aree di vita importanti.
Il disturbo non deve derivare da pratiche culturali o religiose. I sintomi non devono essere collegabili agli effetti fisiologici di una sostanza (es. alcol) o a una condizione medica generale (come le crisi parziali complesse).

Come si cura oggi questo disturbo?

Poiché i sintomi dei disturbi dissociativi si verificano spesso con altri disturbi, quali ansia e depressione, si ricorre a farmaci e/o psicoterapia, secondo i casi.

Ultima domanda (la più importante di tutte): il disturbo dissociativo dell’identità esiste davvero?

La comprensione di questo disturbo e dello sviluppo di più personalità è difficile, anche per gli addetti ai lavori. La diagnosi stessa rimane controversa, perché molti ritengono che questi disturbi siano semplicemente parte del disturbo  di personalità borderline. In altre parole, il disturbo esiste, ma non è così frequente e forse non merita una categoria diagnostica specifica: molti ritengono che si tratti di sintomi che possono essere inclusi in altre categorie diagnostiche e che questi stati dissociati della mente non possano essere considerati personalità pienamente mature, ma piuttosto rappresentino un senso di identità disgiunto.  Ecco perché in alcuni paesi questo disturbo non viene quasi mai diagnosticato, mentre in altri è abbastanza frequente: è solo un problema di definizioni.

Dr. Walter La Gatta

Immagine:
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