Psicologia delle masse e analisi dell’Io – Freud 1921

Psicologia delle masse e analisi dell'Io

Psicologia delle masse e analisi dell’Io – Freud 1921

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Gli anni venti del secolo scorso furono un periodo di grave crisi economica e di sconvolgimenti sociali. In questo periodo nacquero, infatti, le lotte operaie organizzate, le grandi ideologie, le dittature.

In Austria si assistette anche  agli effetti della disgregazione dell’Impero asburgico, avvenuta alla fine del 1918; in Italia nacquero il Partito Nazionale Fascista e il Partito Comunista Italiano, mentre in Germania Adolf Hitler divenne leader del Partito nazionalsocialista tedesco.

Anche la famiglia di Sigmund Freud fu particolarmente sconvolta da due fatti molto gravi: la diagnosi di un carcinoma al palato per lo psicoanalista e la morte della figlia Sofie, 26 anni, che aveva contratto la spagnola.

In questo contesto, storico e familiare, nel 1921 Freud pubblicò una monografia, di circa cento pagine, chiamata Psicologia delle masse e analisi dell’Io.

Freud si interessò ai comportamenti delle masse affrontando i temi sociologici in chiave psicoanalitica. Prendendo spunto dal testo di Gustave Le Bon, Psicologia delle Folle, Freud cercò di dimostrare che i fenomeni che regolano la vita di gruppo non sono poi così lontani dalle scoperte psicoanalitiche relative ai processi individuali.

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Freud inizia il libro riassumendo il lavoro del sociologo e psicologo Gustave Le Bon (1841-1931), in un capitolo chiamato Le Bons Schilderung der Massenseele (“Descrizione di Le Bon della mente di gruppo”).

Una massa, secondo Freud, è un’«entità provvisoria, costituita da elementi eterogenei saldati assieme per un istante». Nel complesso, la massa viene vista come “impulsiva, mutevole e irritabile, controllata quasi esclusivamente dall’inconscio”.

Freud distingue due tipi di masse: quella occasionale, transitoria, non organizzata e quella organizzata (e dunque “artificiale”), che proprio per questo è destinata a durare di più nel tempo (un esempio ne sono la Chiesa e l’esercito).

Entrambi i tipi di massa sono tuttavia interessati agli stessi processi mentali. Freud fa riferimento alla sua teoria degli istinti e crede che le masse siano tenute insieme da legami libidici. Ogni individuo, nella massa, agisce su impulsi libidici che sono deviati dai loro obiettivi originali.

Come Le Bon, Freud afferma che, come parte di una massa, l’individuo acquisisce un senso di potere infinito, che gli consente di agire su impulsi che, come individuo isolato, si sentirebbe obbligato a tenere a freno.

Questi sentimenti di potere e sicurezza nella massa si accompagnano a una perdita di coscienza della personalità, come in uno “stato ipnotico” e al facile contagio con qualsiasi emozione presente all’interno della massa (“suggestionabilità”). Ogni individuo contribuisce, a sua volta, ad amplificare l’emozione, attraverso una “induzione reciproca”.

L’ “anima della massa” viene descritta come  elementare e passionale, incline alle illusioni, essendo il SuperIo temporaneamente accantonato, a vantaggio di un legame di tipo quasi ipnotico, che fa scatenare le pulsioni, perdere lo spirito critico, sentire un senso di onnipotenza e di impunità.

Gli individui che fanno parte di una massa perdono dunque autonomia ed equilibrio, ma acquisiscono la sensazione di essere forti, in quanto parte di un tutto organizzato, che rassicura e protegge.

La massa, per sua natura, è mutevole, impulsiva, irritabile ed, essendo governata interamente dall’inconscio, non tollera alcun indugio fra il desiderio e la realizzazione di quel desiderio: il suo anelito però non dura mai a lungo, perché la massa è incapace di volontà duratura. Del resto, niente di tutto quello che fa la massa è premeditato.

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L’individuo nella massa vive una sorta di regressione narcisistica, con la scomparsa di tutte le inibizioni individuali, a favore di istinti, buoni e cattivi, ormai del tutto fuori controllo. Non è raro che la massa compia atti crudeli, come il linciaggio, ma anche gesti di generosità estrema, superando anche i limiti imposti dalla necessità di autoconservazione.

Ogni individuo, nella massa, rinuncia al suo “ideale dell’Io” per trasferirlo sul suo Leader: il leader simbolizza il gruppo e lo dirige. Si tratta di una identificazione narcisistica: una parte di sé, il proprio Ideale dell’Io, viene sostituito dall’Ideale dell’Io del Leader (e da qui la riduzione dell’individualità e dello spirito critico, in quanto l’ideale dell’Io del capo diventa l’Ideale dell’Io di tutti, cancellando le differenze e le rivalità a favore di un sentimento di identità e di comunione).

Ciascuno è legato al Leader da un legame d’amore e si aspetta che anche il Leader lo ricambi con lo stesso amore. Il segreto della Leadership è dunque nell’Eros, che “tiene unite tutte le cose del mondo”.

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L’idealizzazione del Capo in realtà maschera l’odio, l’invidia, l’aggressività, che vengono proietti sugli avversari e su quanti, all’interno del gruppo, non si identificano completamente con il Leader.

Il dissidente nel proprio gruppo può dunque diventare più nemico del nemico stesso, in quanto mette a repentaglio l’unità del gruppo.

Il sentimento sociale dunque nasce dalla trasformazione di un sentimento precedentemente ostile in un attaccamento positivo, sotto forma di identificazione con il Leader.

Qualcosa di molto simile anche nell’amore: in fondo anche due persone possono essere considerate un gruppo (una “folla a due”) e, quando si innamorano, vivono la stessa condizione di suggestionabilità, tipica delle masse.

Dr. Giuliana Proietti

Fonte: Dominique Bourdin, Cento anni di psicoanalisi, Dedalo

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