disgusto

Il disgusto mi trova insopportabile. Ma noi due ci separeremo
solo quando anch’io ne avrò abbastanza di lui.
Karl Kraus

Il disgusto è un’emozione utile, in quanto, come dimostrano molte ricerche scientifiche, è capace di tenerci lontani da situazioni o sostanze che potrebbero rivelarsi per noi pericolose. Lo si comincia a provare sin da piccolissimi ed è, almeno all’inizio, strettamente legato al rifiuto di sapori e odori che non si gradiscono. Si tratta dunque anzitutto di una reazione neurochimica, che però con il tempo può acquisire anche un significato psicologico (tutto ciò che è ripugnante e sporco, ivi compresi valori, pensieri, persone, fra cui, in alcuni casi, anche sé stessi).

Spesso si usa il termine “stomachevole”, perché il senso di disgusto lo si avverte frequentemente nello stomaco, oppure si usa la parola “schifo”, che implica un disgusto più profondo. Tipico del disgusto profondo è il fenomeno della “orripilazione”: si può dire, con significato metaforico, che qualcosa per noi è “orripilante”, ma si può effettivamente provare, in risposta al disgusto, un irrigidimento del corpo, tanto che “il pelo diventa irto”. Se il disgusto è connotato soprattutto al senso del gusto, dunque nel suo significato più proprio, ciò che si prova in genere è un associato senso di nausea, specialmente nei riguardi degli odori e dei sapori. Anche il senso di nausea può avere valenze psicologiche.

Il disgusto è tanto maggiore quanto più si è in contatto con un oggetto che risulta sgradito e implica il desiderio di allontanarsi, o di allontanare la presenza di ciò che crea l’emozione negativa.

L’espressione facciale del disgusto è facilmente riconoscibile: essa consiste nell’arricciare il naso o nel sollevare il labbro inferiore. Può essere spontanea, ma anche riprodotta su base volontaria.

In presenza di atti che consideriamo immorali proviamo un forte disgusto (Rozin, Lowery, Haidt, & Inada,1999, Gutierrez & Ginner-Sorolla, 2007), emozione che rende i nostri giudizi molto più critici e severi (Wheatley & Haidt, 2005). E’ stato dimostrato infatti che inducendo volontariamente l’emozione del disgusto in alcune persone si ottiene che esse esprimano giudizi molto più severi sulle violazioni morali (Wheatley & Haidt, 2005).

Altri studi hanno dimostrato che il disgusto morale si sente anche a livello del corpo. Ad esempio, nello studio di Ryan Ritter e Jesse Preston (2011) si è scoperto che essere in presenza di credenze religiose contrarie alle propria lascia letteralmente l’amaro in bocca.

Nel loro esperimento, ad ottantadue partecipanti, tutti studenti e tutti cristiani, fu detto che stavano prendendo parte a due distinte indagini: una relativa ad uno studio di marketing per valutare il sapore di due bevande differenti, l’altra relativa ad uno studio su calligrafia e personalità. I partecipanti dovevano assaggiare una bevanda a base di limone e poi darle una valutazione. Poi, apparentemente per permettere ai loro palati di riposare, dovevano completare un compito di scrittura, nel quale era loro richiesto di copiare un testo neutro (una introduzione di un dizionario), oppure un brano tratto dal libro di Richard Dawkins, ‘L’illusione di Dio (in cui si descrive il Dio dell’Antico Testamento come “senza dubbio il personaggio più sgradevole di tutte le fiction“), o una parte del Corano ( Surah 47: 1-2). Poi gli studenti hanno completato un questionario di personalità. Infine, è arrivato il momento di testare la seconda bevanda e di valutarla. Un piccolo gruppo di partecipanti ha indovinato il vero scopo dello studio (ed essi sono stati dunque esclusi dall’analisi).

In realtà le due bevande erano identiche e ciò che si voleva scoprire era come i partecipanti valutavano la bevanda, dopo l’esposizione alle credenze religiose che contraddicevano le proprie e che creavano dunque in loro un vero disgusto psicologico. I risultati sono stati molto chiari: i partecipanti cristiani hanno riferito di aver trovato la seconda bevanda di gran lunga più disgustosa, dopo aver trascritto un brano tratto da Richard Dawkins o dal Corano. Al contrario, le loro valutazioni della bevanda sono rimaste invariate dopo aver trascritto il brano neutrale. La ricerca mostra quindi che il contatto con le credenze religiose degli altri suscita un vero disgusto fisico, oltre che psicologico.

Un’altra dimostrazione pratica di come il disgusto psicologico possa diventare disgusto fisico è sotto gli occhi di tutti, nel caso dei disturbi alimentari dell’anoressia o della bulimia: il disgusto per il cibo ingerito  facilita poi moltissimo, in questi soggetti, l’operazione del vomito, che non tutti saprebbero provocare a comando e che viene in questo caso facilitata proprio dall’emozione del disgusto.

Per suscitare la sensazione di repulsione o disgusto non è necessaria la percezione sensoriale dell’oggetto, ma sono sufficienti le sue riproduzioni, come un disegno o una fotografia. (Si pensi al disgusto per gli escrementi, per i serpenti, ecc. che può trasformarsi in fobia, ossia paura irrazionale di venire a contatto con l’oggetto o nell’ossessione di esserne contaminati).

Gli ossessivi, in effetti, sperimentano il disgusto più frequentemente delle altre persone e sono particolarmente sensibili a questa emozione perché sono in genere portati alla diffidenza e al disprezzo. Ciò deriva dalle forti e spesso ingiustificate aspettative che essi hanno nei confronti degli altri, che generano degli atteggiamenti ipercritici (Mancini, 1998), i quali non possono che provocare allontanamento sociale e disprezzo.

Disgusto e disprezzo sono infatti spesso collegati, ma possono essere utilizzati anche per scopi positivi. I genitori, gli insegnanti, gli educatori, ad esempio, si servono spesso della mimica del disgusto-disprezzo per suscitare sentimenti di repulsione o di vergogna nei loro modelli educativi.

E se il disgusto verso odori o sapori potrebbe essere utile per la propria salute, facendoci selezionare le cose che ci fanno bene, come è stato ipotizzato da molte ricerche (il che però non è sempre vero: si pensi a chi ama l’odore della benzina, della vernice fresca o della colla…) a cosa potrebbe servire il disgusto psicologico? Gli effetti pratici di questa emozione hanno lo stesso scopo della rabbia: quello di promuovere la separazione fra le persone e la definizione di confini da non superare. Se lo si fa, è facile incontrare dall’altra parte comportamenti altezzosi, arie di superiorità ed arroganza: spesso non è cattiveria, ma sono solo meccanismi psicologici per difendersi dalla paura del diverso.

Dr. Giuliana Proietti

Immagine:
Vinicius Venancio, PDP

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Dr. Giuliana Proietti
Dr. Giuliana Proietti
● Psicologa-psicoterapeuta (attività libero-professionale in Ancona Civitanova Marche, Fabriano
● Responsabile scientifico del sito www.psicolinea.it
● Saggista e Blogger
● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale
● Conduzione seminari di sviluppo personale
● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici
● Esperienza in psicologia del lavoro (Orientamento e Selezione del Personale)
● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità.

Scrive in un Blog sull'Huffington Post


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